Fuori dal tempo e dallo spazio

A volte si ha semplicemente voglia di non esistere, almeno per un po’.

Pubblicato in Senza categoria | 2 commenti

Il fascista malinconico

Nel primo pomeriggio del 1° agosto 1991, dopo un viaggio interminabile in treno attraverso la Francia, collassai davanti all’ostello della gioventù di Lorient. Ero partito da Milano la sera prima in splendida forma, mi ero svegliato con la febbre alta e una cosa che assomigliava in modo inquietante a una bronchite asmatica. Non male, visto che si trattava del mio primo avventuroso viaggio beatnik in solitaria, un regalo fatto a me stesso per i miei diciotto anni appena compiuti.

L’ostello era chiuso per la pausa pranzo e deserto, fatta eccezione per un tizio placidamente seduto sui gradini dell’ingresso. Vedendomi male in arnese e rantolante, mi offrì cioccolato e biscotti, che accettai senza fare complimenti.

Italiano anche tu?
Sì.
Di dove?
Milano.
Anch’io.

Era piuttosto buffo, un po’ come Stanley e Livingstone, suppongo, così ci presentammo.

Lo chiamerò qui Aroldo, anche se non era il suo vero nome. Aveva all’apparenza attorno ai venticinque anni, quindi era molto più grande di me, almeno secondo la mia prospettiva dell’epoca.
Era un bel tipo: slanciato, elegante, con i capelli biondi da giovane lord inglese in vacanza e un’aria a metà tra il malinconico e il blasé. In attesa che l’ostello riaprisse facemmo un giro nei dintorni.
Aveva un modo pacato di parlare e di muoversi, molto cool hipster, pensai sulla scorta delle mie letture kerouachiane.

Sei qui anche tu per il festival interceltico, giusto? mi domandò accendendosi una sigaretta.
Sì.
E come ci sei arrivato?
In treno. E tu?
In bici.
In bici da Milano?
Sì.
Cazzo!
Sì. Però intendevo dire come hai saputo del Festival.
Ah, c’è una trasmissione di musica etnica che ascolto ogni tanto, su Radio Popolare, non so se hai presente… La sacca del diavolo. E…
Quindi sei venuto col nemico.
Me lo disse con un sorrisetto sornione.
Col nemico?
Eh, be’. Con i comunisti.
Accidenti, sì. Quindi tu…?
Sono fascista.
Cazzo!

Andammo avanti a chiacchierare imperterriti. Per qualche strano motivo, Aroldo trovò del tutto naturale raccontare i fatti suoi a quello che di certo ai suoi occhi appariva come un ragazzetto, per di più vagamente fricchettone. Mi disse che era stato un dirigente del Fronte della Gioventù e accennò di sfuggita a un misterioso esaurimento nervoso che lo aveva colpito e che, intuii, lo aveva portato a fare quel lunghissimo viaggio in bicicletta, anche lui in solitaria. Forse gli era piaciuto il fatto che anch’io stessi viaggiando da solo, senza gruppo, come un cane sciolto (invero in quel momento piuttosto malconcio). Comunque sia, andammo avanti a chiacchierare, su e giù per le strade della periferia di Lorient. A diciott’anni, si vede, avevo una buona resistenza fisica alla febbre.

Poiché eravamo lì per partecipare a un festival di musica e cultura celtica (cosa che, confesso, all’epoca mi interessava molto relativamente), a un certo punto cominciò addirittura a parlarmi dell’“Europa celtoariana”, oggetto dei sogni e dei vagheggiamenti suoi e dei suoi camerati. Lo fece con un tono così tranquillo eppure appassionato che non ebbi il coraggio di ribattere, anche se avrei potuto rispondergli che l’Europa celtoariana era un ircocervo, un apocrifo e forse anche un incubo, o che gli Ariani dalle steppe eurasiatiche se n’erano andati in Persia e Indostan, e in Europa non avevano mai messo piede. Ma passammo ad altro e finalmente trovammo una passione che ci accomunava: Tolkien, ovvio.

Del resto, all’epoca io ero un seguace del verbo di Kerouac e Ginsberg: trovavo tutto degno di interesse e come un bambino davanti a un giocattolo nuovo mi entusiasmavo per chiunque in un modo o nell’altro mi sembrasse originale, autentico, anticonformista o comunque sfasato rispetto all’odiato filisteismo borghese. Fosse anche alla maniera fascista.

O forse avevo un disperato bisogno di fratelli maggiori.

Nelle ore successive conoscemmo diversi altri italiani arrivati alla spicciolata all’ostello e costretti come noi, visto il pienone, a bivaccare nella boscaglia dei dintorni. Il flemmatico Leopoldo, mezzo milanese e mezzo uruguayano, con qualche ruolo prima nel Pci e poi nel Pds cittadino. Giorgio, un mod triestino la cui unica fede erano gli Who (cosa che mi piacque enormemente). Sergio e Andrea, due studenti di medicina genovesi metà hippie e metà militanti extraparlamentari di estrema sinistra…

Per una manciata di giorni che a me parvero mesi, si creò un’assurda e fluttuante specie di gruppetto inter-ideologico. Era il 1991, anno di enormi sommovimenti politici, e quando se non allora sarebbe potuto accadere che un aspirante poeta beat appena maggiorenne, un intellettuale o forse addirittura un mistico fascista evoliano e un compagno dei centri sociali si trovassero a dormire insieme sull’erba e sotto un albero?

Strani tempi. Mod, hippie. Pci, Msi. La Pantera. L’Urss. A scriverlo adesso, sembra il Giurassico.

Poi, piano piano, Aroldo si staccò dal gruppo. Si sentiva fuori posto e le occhiatacce dei due genovesi cominciavano a farsi più frequenti. Lo incrociai ancora un paio di volte in giro per Lorient, a cavallo della sua bici. Aveva l’aria sempre più malinconica e uno sguardo assente. Mi parve che la morsa della depressione avesse ricominciato a tormentarlo.

L’ultima volta che gli parlai, mi disse che ripartiva, che forse sarebbe tornato a Milano o forse sarebbe rimasto in giro ancora un po’ per quell’Europa che non era mai esistita se non nella sua immaginazione.

Sono ricordi lontani. Da allora ogni tanto, quando passeggio per Milano, ripenso ad Aroldo, il fascista malinconico, e mi immagino di incrociarlo di nuovo, rigorosamente in bici. Nella mia memoria è ancora giovane e biondo, anche se naturalmente dopo trent’anni saremo entrambi irriconoscibili. E mi domando un po’ oziosamente che sarà stato di lui. Com’è andata la sua vita, per questi lunghi decenni? Cos’è diventato? L’ha avuta vinta lui o la depressione? È sopravvissuto? È ancora un fascista malinconico o con l’età si è ridotto a un banale fascista nostalgico?

Non so perché tutto questo mi sia tornato in mente proprio in questi giorni. Sarà l’umore ondivago di questa strana primavera agli sgoccioli, il compleanno numero quarantasette che si avvicina, o il peso del presente che mi spinge a cercare rifugio e amnios nelle acque saline della memoria.

Pubblicato in Il lavoro della memoria | Contrassegnato , , | 1 commento

Animals II

C’era una volta un cane, un maiale e una pecora.

Il nuovo l’ennesimo il postremo (assai probabilmente e finanche auspicabilmente) feud tra Waters e Gilmour è piacevole come una pallonata sui coglioni. Ma parliamone, visto che quei tizi li ascolto da trenta e passa anni, avendone speso una cifra tutto sommato considerevole tra dischi in vinile cd cofanetti poster libri magliette eccetera, e considerato che li ho anche più volte sentiti dal vivo, insieme o in separata sede.

Vorrei articolare il mio discorso in due forme. Una concisa, laconica, direi spartana, e una più argomentata.

Prima la breve: hanno rotto i coglioni.

Ora la lunga.

Roger Waters. Più che un musicista, da tempo è un attivista che usa la propria fama e la propria produzione artistica per diffondere le sue idee politiche. Questa cosa polarizza le opinioni: tra i fans c’è chi lo segue amando anche questo suo ruolo di guru antimperialista e chi ne è disgustato. Tra coloro che non ne sopportano l’attivismo, è frequente leggere commenti del tipo “Lascia stare la politica e limitati a fare musica”. È una frase del cazzo, e spiegare perché mi sembra inutile. Peraltro è dai tardi Settanta che Waters fa discorsi politici: lasciando pur perdere le invettive generiche ancorché potenti di Animals, che dire di canzoni come Waiting For The Worms o dell’intero The Final Cut (un album tra l’altro che rasenta il capolavoro, complesso e sfaccettato e infatti enormemente sottovalutato dai floydiani di bocca buona)?
Infatti il problema non è che Waters esprima le sue idee politiche, cosa che è liberissimo di fare (come hanno fatto legioni di musicisti, ognuno alla sua maniera). Il problema sono le sue idee: improntate a un antimperialismo massimalista e ottuso, vetero, da vecchio stalinista scoppiato, puerilmente manicheo e fanatico. Antisionismo esibito e muscolare da una parte, dall’altra un viscido e ambiguo fiancheggiamento di orrendi dittatori e democrature. Senza sconti quando si tratta di condannare i crimini veri e presunti di Israele e gli Usa, improvvisamente balbettante, perfino afasico o addirittura connivente con i vari Putin e Maduro, per non parlare delle vergognose prese di posizione implicitamente favorevoli all’incurable tyrant Assad.
Una parabola veramente triste, quella che ha portato l’autore di un pezzo memorabile di condanna del potere come The Fletcher Memorial Home a bullizzare gli Elmetti bianchi o le organizzazioni indipendenti che cercavano di portare alla luce i misfatti del regime siriano.

Roger, io posso sorvolare sul fatto che in concerto tu finga soltanto di suonare il basso e canti in playback (avendo ancora i capelli ma avendo perso la voce), posso godermi i tuoi show pacchiani e rutilanti, l’ottima surrogate band che gli suona dietro e tutto il resto; ma non sono disposto ad accettare il tuo rossobrunismo. E, per quanto possa simpatizzare con le sofferenze del popolo palestinese e detestare le feroci politiche della destra israeliana, provo una gran pena e un insostenibile fastidio nel sentirti latrare anche sui social come un pitbull contro i fiancheggiatori del sionismo.

David Gilmour me lo ricordo, nei tardi anni Ottanta, quando era perfino più giovane di me adesso ma sembrava un vecchio zio in andropausa incipiente, grasso come un maiale, incasinato, cocainizzato, e portava in giro una versione plasticosa dei vecchi Pink Floyd con spettacoli magniloquenti ma senz’anima e scalette banali e scontate, piattamente antologiche. Non gliene voglio, anzi: il primo concerto della mia vita furono proprio i Floyd a tre (anzi a due e mezzo), all’autodromo di Monza, nel maggio dell’89. E poi, in fondo, quella riesumazione postuma ebbe almeno il merito di rinfocolare l’interesse generale per la band, rimettendo in circolo la loro musica in un’epoca di stanca e di oblio.
Dopodiché, Gilmour ha prodotto con la complicità di Wright e Mason l’album più oscenamente brutto dell’intera discografia floydiana, il caricaturale The Division Bell (di cui butterei via tutto salvo High Hopes – un po’ poco, una sola canzone), rimesso in piedi il baraccone dei megaconcerti con megalaser e megapalchi (e qualche sorpresa in più nelle scalette, purtroppo controbilanciata dallo scadentissimo materiale di TDB), confezionato un paio di dischi solisti noiosissimi, di bolso Adult Oriented Rock, perfettamente nello spirito del loro autore: roba da vecchi benestanti di sinistra, appagati, sobriamente british e molto borghesi.
Eppure è stato capace anche di qualche zampata: il suo tour solista del 2006 con Wright ospite d’onore è stato, nonostante il livello discontinuo del materiale proposto, la cosa più schiettamente floydiana da decenni. Si ascolti Echoes nel live a Gdansk per credere.

Oggi David Gilmour è un calvo e più asciutto signore di quasi settantacinque anni, con una moglie molto PR e molto social media manager (lo dico senza ombra di disprezzo), molti figli, molti soldi, che si gode i miliardi largamente meritati e ogni tanto strimpella in diretta web dal suo principesco smial sulle verdi colline della Contea. Non è che sia proprio l’epitome del rocker indomito, ma ha almeno il pregio dell’onestà. Non mi fa impazzire, ma è schietto. Preferisco così, piuttosto che le savonarolesche tirate dell’ex bassista contro le band che osano suonare per i sionisti (memorabile il vaffanculo dei Radiohead in risposta), magari pronunciate alla vigilia di qualche concerto moscovita, mentre gli aerei russi bombardano la popolazione civile a Idlib.

Nick Mason, con quello sguardo mite e sornione, è quanto di più simile a un Hobbit si possa trovare nel mondo reale. Se si mettesse a fumare la pipa sulla veranda con indosso un panciotto verde oliva, potrebbe benissimo passare per il sosia di Bilbo Baggins. Difficile non guardarlo con simpatia, tanto più che, sorprendendo tutti, da membro in assoluto meno influente dei Floyd (almeno dal punto di vista musicale), ha avuto il coraggio di mettere in piedi il progetto collaterale più interessante e originale di tutta la storia floydiana: i Saucerful Of Secrets, non una tribute band ma un gruppo vero e proprio capace di rivitalizzare il repertorio più vecchio e spericolato, con recuperi intelligenti, eccentrici, sempre azzeccati. Quindi grazie Nick, il tuo concerto a Milano al Teatro Arcimboldi è stato grandioso, ho perfino potuto cantare a squarciagola Point Me At The Sky, cosa che mai mi sarei immaginato di poter fare! E ti perdono di non aver messo in scaletta Cymbaline (nessuno è perfetto). Grazie per aver scritto Inside Out, belle le foto e divertenti gli aneddoti, peccato che sia il libro sui Floyd più reticente e omertoso di sempre: anche se deve essere stato maledettamente complicato fare lo slalom tra le censure incrociate del cane e del maiale, entri di diritto nel novero delle pecore (che sono, sia detto, animali adorabili).

Cani, maiali e pecore. Sono finiti gli animali, restano i cari estinti.

Richard Wright è morto da anni. Era una persona sfuggente, schiva e forse anche caratterialmente difficile, con una storia tormentata all’interno del gruppo del cui sound, tuttavia, per lunga parte della storia è stato il principale artefice. Ed è proprio il pezzo che forse rappresenta la summa della sua arte, lo struggente epicedio finale di Shine On You Crazy Diamond, a condurmi alla fine del discorso. È quando, sul finire dell’album, la musica lentamente si spegne e Wright accenna il tema di See Emily Play: commovente omaggio funebre a un defunto all’epoca ancora vivo.

Syd Barrett, viene da dire vedendo come la lunga parabola dei Pink Floyd si sia ridotta a una patetica querelle terminale tra ex colleghi di lavoro in pensione, aveva capito tutto, pur attraverso le distorsioni della sua follia. In un certo senso si è chiamato fuori, ha abbandonato il gioco dei troni: l’unico atto di vero sovvertimento della legge è stato il suo.

Non mi si fraintenda: non c’è poesia o eroismo, nella sua vicenda, solo molta sofferenza. Restano la purezza del suo genio e il rimpianto per un talento spentosi troppo presto e tragicamente.

Vado a mettere sullo stereo Astronomy Domine.
Pubblicato in Musica | Contrassegnato | Lascia un commento

Il divertimento della visione

È interessante la parola “divertimento”.

La radice è purissimo indoeuropeo: *wert- denota un movimento circolare (*wértti: “ruotare”, “girare”). Essa è presente nel termine indoeuropeo *wertmn (o *wertmen), da cui discende per esempio il russo vremja: “tempo”.

Il tempo, così come lo percepivano i nostri avi, è dunque un movimento circolare, che tende a tornare nello stesso punto.

In russo “girare” si dice vertet’ e “tornare” vozvraščat’sja / vernut’sja (altro verbo che discende dalla medesima radice).

Anche in latino la radice *wert- si rivela incredibilmente produttiva (basti pensare a tutte le parole italiane che contengono -vert-, -vort-, -vers-, da “conversione” a “pervertito”, da “vortice” a “divorzio”!), a partire dal verbo vertĕre, che conserva più o meno lo stesso aerale semantico del suo antenato indoeuropeo: “volgere”, “girare”…

Anticamente i Latini adoravano perfino una divinità chiamata Vertumnus (o Vortumnus): era il dio dei mutamenti di stagione. Anche qui, tempo circolare.

Le lingue indoeuropee fanno generosamente ricorso ai prefissi, e il latino non è da meno: con l’aggiunta della particella de, che indica allontanamento (deviazione del movimento), ecco nascere il verbo divertĕre, da cui discenderà il nostro “divertimento”.

Cosa ci dice questa parola, in apparenza così banale e anche un po’ snobbata, tramite la sua etimologia? Se la associamo all’arte, per esempio, ci dice che un’opera d’arte è deviazione dalla traiettoria circolare del tempo: evento esplosivo che scardina il tempo ciclico trasformando il nostro moto nello spaziotempo della vita da imperfettivo (modalità della ripetizione, del ritorno allo stesso punto) a perfettivo (modalità della compiutezza e dell’unicità).

In fondo cos’è lo straniamento, ovvero la “fuoriuscita dall’automatismo della percezione” che secondo Viktor Šklovskij costituisce l’essenza dell’opera artistica, se non questo “divertimento” della visione che ci mostra le cose per la prima volta sottraendole all’imperfettività dei nomi comuni per ripartorirle nell’universo perfettivo dei nomi propri?

Non male, secondo me. Se io fossi un artista, e mi dicessero che “diverto”, non mi offenderei. Al contrario, lo riterrei un riconoscimento di questo misterioso potere che ha l’arte di spostarci dalla strada anodina e predeterminata in cui tutto ritorna uguale e indistinguibile, facendo deragliare la nostra visione e la nostra percezione.
Pubblicato in linguistica | Contrassegnato , , , , , , | 5 commenti

Vivere a Milano ai tempi della pandemia

Vivere a Milano in questi mesi è un esercizio di resistenza. Resistenza alla paura, all’angoscia, alla rabbia.

Mi alzo molto presto la mattina, salgo in macchina quando il sole è ancora nascosto dietro i palazzi. Attraverso la città ancora più vuota, più deserta. Lungo il tragitto cerco di distrarmi ascoltando un po’ di musica. Evito i notiziari, tanto avrò tutto il giorno per farmi travolgere dal flusso continuo di notizie analisi allarmi, dal torrente ansiogeno dei bollettini e dei grafici che tutti sembrano capire tranne me. Ascolto roba che mi rassicuri e mi porti lontano, roba vecchia o legata ai vecchi tempi, quando ancora non avevo la barba o i baffi erano ancora neri, il nitore apollineo del secondo quintetto di Miles Davis, la sferragliante corazzata dei Led Zeppelin, Neil Young, ovviamente i Pink Floyd.

Entro in azienda, mi disinfetto le dita, i palmi, sistemo la mascherina, mi chiudo nella stanzetta dove sono stato confinato per via delle direttive sul distanziamento. I capi si sono comportati in maniera tutto sommato responsabile: chi poteva è stato mandato a casa, a lavorare in remoto. In sede siamo rimasti in pochi, abbiamo più spazio, qualche mascherina, guanti di lattice, un po’ di gel alcolico. Il resto è nelle mani del fato. Cerco di tenermi lontano dai colleghi, anche se non è sempre facile: a volte bisogna parlarsi e, se il rumore dei macchinari sovrasta le voci, inevitabilmente ci si avvicina. Rientrando nel novero delle numerosissime eccezioni, non abbiamo mai chiuso nemmeno un giorno. Chissà se per questo il dio Fatturato avrà misericordia di noi?

Essendo solo e dovendo eseguire un lavoro bassamente manuale, ho molto tempo per pensare. Ma in questo periodo i pensieri tendono a diventare parassiti. È difficile controllarne il corso. Dopo un po’ tendono a prendere derive malinconiche o a impregnarsi di odio: cosa fanno i politici? Cosa non fanno? Cosa dicono gli industriali? Ma si rendono conto? Maledetti tutti. Pagheranno caro, pagheranno tutto? No, che non pagheranno. E a quel punto mi invade un senso atroce di impotenza di fronte al virus, di fronte al fallimento del sistema, di fronte all’inettitudine di chi dovendo decidere non ne ha imbroccata una.

Oppure ripenso alle mie amate colline e montagne, ai sentieri di quel tratto appartato e negletto di Appennino che negli anni è diventato la mia seconda piccola patria, l’unico posto oltre al Ticino in cui mi sento a casa, e finisco per domandarmi angosciosamente quando potrò tornare sul crinale e dimenticarmi di me, tutto sudato e ricondotto seppure per poco a uno stato di purezza animalesca, elementare, australopitecina.

Torno a casa. Le strade sono sempre spopolate. Salendo le scale scorro le notizie sullo smartphone, scopro qual è il capro espiatorio del giorno: il runner solitario, il vecchio che ha voluto fare la spesa, il cittadino anonimo che non è rimasto in casa, il bambino che gioca a pallavolo in cortile. Mai il capo, mai l’assessore, mai l’imprenditore. Mi siedo davanti al computer. Da qualche giorno mi sono messo a sistemare le poesie che ho scritto nei cinque anni passati. Le avevo abbandonate mesi fa, dopo averle rilette trovandole di abbagliante bruttezza, deciso finalmente a non scriverne più. Invece adesso, complici la quarantena e l’afasia terribile che ha bloccato ogni mio tentativo di scrivere in prosa, le ho riprese in mano. Non sono migliorate, nel frattempo, ma è cambiato il mio modo di vederle. Ora mi sento come uno di quei pittori dilettanti che nella vita fanno altro ma che si realizzano davvero solo quando, ritagliandosi una nicchia di tempo intima e del tutto privata, dipingono certe croste oggettivamente orribili e soggettivamente perfette, perché solo così tutto il tempo che resta loro è giustificato e redento.

Vivere a Milano in questi mesi è un dolore. Mi mancano i miei piccoli e poco appariscenti riti urbani. Da anni giro quasi esclusivamente a piedi, o in bici nella bella stagione. Avevo sviluppato tutta una serie di percorsi, quasi una rete sentieristica. Mi mancano tutti. I giri al Corvetto, le passeggiate fino a Chiaravalle, i cazzeggi nella nebbia in Porta Romana. Andare al Libraccio di Romolo, alla Fiera del Libro, da Massive Music Store. La Biblioteca degli alberi dopo il tramonto in un giorno qualunque e sotto la pioggia, la Loggia dei Mercanti a tarda sera, la Rotonda della Besana al crepuscolo. Non sono mai stato un amante della vita sbarluscenta da imbruttito, ma fa male pensare che la pandemia abbia corroso e dilavato irreparabilmente buona parte di quel luccichio. Che non era tutto falso, tutto paccottiglia.

Non era nemmeno tutto oro, questo è certo. Ma davvero non si può leggere certa robaccia spacciata per riflessione profonda o brillante epitaffio. Milano punita per la sua hybris. Come se Milano fosse tutta e soltanto quello specchietto sberluccicante per allodole della borghesia post-industriale che ci si raccontava, o per mestiere o per invidia, con disprezzo o vanagloria. Dire Milano punita per la sua hybris è fare retorica da quattro soldi. È banale. È Schadenfreude di bassa lega. Ma di quale Milano stai parlando, se non di una semplificazione buona per dirti Bravo, si vede che hai studiato? Il classico può fare grossi danni. E le semplificazioni sono sempre falsificazioni. Si può fare di meglio e per esempio dire (eppure anche questo dovrebbe essere banale) che esiste una miriade di città nella città. O che i milanesi non sono una categoria univoca, che i ragazzini arabi che giocano nello spelacchiatissimo campetto di via Ravenna, di fianco al rudere del Corvaccio, sono milanesi proprio come i casinari in via Vetere, i bocconiani alla Santeria e i radical chic della Cuccagna. E che lo stesso vale per la vecchietta sciancata che si trascina col suo carrello al mercato di via Crema o per il trentenne sardo che fa il cameriere in un ristorante pizzeria in San Babila, vive in una camera in affitto alla Barona, si è trasferito qui meno di un anno fa e gli luccicavano gli occhi ogni volta che percorreva Paolo Sarpi al tramonto tra le lanterne e gli odori di mangiarini cinesi non identificati.

E allora dimmi, chi è che i tuoi dèi han voluto punire? Il sindaco dell’Expo e dei calzini arcobaleno? Gli archistar? I superchef? Le fidanzate dei calciatori domiciliate nel Bosco verticale? I rapper col Rolex? Le influencer con casa a City Life? È solo quella la tua Milano, la loro Sodoma?

Vivere a Milano in questi mesi è dover arginare ogni giorno il senso di disperazione. È praticare un contenimento costante e consapevole del timore di ammalarsi non attraverso riti scaramantici ma aggrappandosi a un protocollo personale di sicurezza precaria. Non prendere l’ascensore. Razionare le scorte. Ridurre al minimo le spese. Graffettare la mascherina quando l’elastico si stacca.

Viene l’ora di cena. Vivo in un appartamento che ha solo un piccolo balcone. Tolti i vasi di fiori e cactus resta spazio per appena due sedie. Ci sediamo a turno, mangiamo un dolce, chiacchieriamo. Sorseggio un bicchiere o due di bourbon: ho sviluppato una passione temo eccessiva per quelli di segale.

Piano piano il cielo scurisce. Sono belle giornate di primavera, miti, luminose. Sul quartiere aleggia un vasto silenzio che è rotto quasi soltanto dal suono delle sirene. Ci arrivano ogni tanto brandelli di conversazioni al telefono dalle finestre aperte dei palazzi vicini. Cerchiamo di decifrarle, facciamo illazioni sull’argomento, sul tizio che parla e su quell’altro che ascolta, chissà da dove. L’altra sera c’era uno che urlava nel telefono con accento marcatamente lombardo “Marcello ascoltami, no, non sono incazzato, porcodue, mi ascolti? Sto parlando della Golden Power, hai capito? Della Golden Power!”. Era molto buffo.

Quando è buio, il palazzone lussuoso di fronte si accende di luci. I riquadri gialli delle sue finestre baluginano attraverso i rami degli alberi che fanno da muraglia tra noi e loro.

Domani mattina torneremo a sperare contro ogni evidenza solo per arrivare a sera e disperarci sobriamente, alla maniera milanese.

Pubblicato in Diario, Polis | Contrassegnato , , , , | 2 commenti

Memorie apocrife

Memorie apocrife di viaggi che non farò mai, ma che vorrei tanto poter fare.

Nella pace effimera del II secolo – o boni imperatores! – partire da Mediolanum in un mattino assolato di tarda primavera per Veleia e Parma, e da lì percorrere a piedi la strada delle cento miglia verso Luca anche solo per scoprire se almeno nelle valli più remote, di qua e di là dal crinale appenninico, si parla ancora il friniate o l’apuano.

Deviare per Luni, scendere lungo l’aspro litorale tirrenico, sostare alle Tabernae Frigidae, gettare uno sguardo alle temibili paludi che chiamano Fosse Papiriane.
Entrare sfinito e pieno di meraviglia a Roma, non ancora sgualcita dal greve crepuscolo della decadenza. Mescolarsi alla folla per veder sfilare il giovane Marco Aurelio al fianco di Antonino Pio.

Salpare per l’Hispania e a Baelo Claudia visitare gli stabilimenti di produzione del Garum, il cui odore già da lungi ferisce le narici dei viandanti.

E infine la Britannia, su fino al Vallum Hadriani – Pons Aelius, Vindolanda, Vindomora, Luguvalium –, ai confini estremi della civiltà, e sui suoi camminamenti, tra le guardie gonfie di birra, spiare i fuochi lontani degli accampamenti caledoni.

Ma non è finita.

Tornare laggiù all’alba del V secolo, alla vigilia della fine, del crollo del mondo, mentre sulle spoglie della passata grandezza imperversano i barbari e la civiltà si sbriciola come vasellame di cristallo, per sbirciare nascosto nella calca il bel viso e gli occhi neri di Galla Placidia.

Lasciare Roma al suo malinconico abisso di saccheggi e disfacimento, risalire verso Mediolanum, rientrare nella mia città passando sotto l’Arco trionfale e percorrendo la Via Porticata affollata di bancarelle, curioso di sapere se nel frattempo gli abitanti hanno già sviluppato quel loro accento inconfondibile, fatto di vocali sventrate, stirate, turbate. Perdermi tra il porto e il Foro fino al palazzo imperiale ormai dismesso ma ancora intatto, dove aleggiano gli spettri di Teodosio e di Ambrogio.

Scendere per la strata mercatorum fino alla riva sinistra del Ticinus, dove la foresta e gli acquitrini assediano i pagi e le fattorie che punteggiano i campi coltivati, tendendo l’orecchio per capire se qua e là nelle conversazioni dei vecchi contadini seduti nelle aie con le mani contorte dall’artrite vive ancora l’antica lingua insubre.

Pubblicato in Storia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Woodstock 50 – Sergio 46

Quando i giuovini fricchettoni si divertivano a Woodstock, io ero ancora nell’Iperuranio, quindi la mia conoscenza in materia è tutta libresca, per così dire.

Mi ricordo per esempio lo speciale tv per il ventennale, visto una sera d’agosto dell’89 a casa di un’amica. In quanto adepto del rock psichedelico e musicista in erba, fu un’esperienza mistica e formativa, tanto più che all’epoca l’unico altro modo di venire ammessi ai misteri dei Sixties consisteva nel procurarsi certe videocassette tutte rovinate e qualche amico compiacente in possesso di videoregistratore.

E mi ricordo anche che, ai miei occhi di sedicenne, i vent’anni trascorsi da Woodstock mi parevano due secoli, e che quei musicisti che vedevo agitarsi sul palco ancora giovani e capelluti negli spezzoni del film documentario erano nel frattempo diventati vecchi dinosauri (quelli rimasti vivi). Ora, allo scadere del cinquantesimo anniversario, mi rendo conto che quei dinosauri avevano quella sera a casa della mia amica la stessa età che ho io adesso, se non addirittura qualche anno di meno. E che il tempo trascorso da quella calda e luccicante serata agostana di provincia supera di gran lunga quello compreso tra Woodstock e il me stesso sedicenne, anche se mi sento ancora suppergiù da quelle parti e l’idea che gli anni siano trenta è un dato aritmetico non confortato dalla percezione che mi provoca un gelido e sbigottito stupore.

Comunque sia, Woodstock – lo dico sempre sulla scorta della mia sapienza libresca – fu già quasi una specie di preludio della fine, proprio come i giorni che seguono ferragosto già preludono alla fine dell’estate: un frutto troppo maturo, con una nota dolciastra che si insinua nel dolce e lo guasta. Se Monterey giugno ’67 è l’erompere del fiore e Altamont dicembre ’69 la morte del sogno hippie, Woodstock è il culmine, il punto estremo – il più alto o il più luminoso, o forse semplicemente il più flamboyant – da cui non può che cominciare una rapida e rovinosa caduta o un più o meno lento declino o tramonto.
E, come tutte le cose tinte di crespuscolo, lo vivo – librescamente – con un senso agrodolce di malinconia.

Del resto che cazzo pretendi, che sei nato nel 1973 ad Abbiategrasso?

Pubblicato in Diario, Il lavoro della memoria, Musica | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Delle cose perdute

Che anni opachi, se mi guardo indietro. Quante persone perdute per strada che credevo avrei avuto per sempre accanto, quante cose che credevo eterne sono svanite, il più delle volte consumandosi impercettibilmente giorno dopo giorno, forse per abituarmi in modo mitridatico alla loro scomparsa.

Il sol dell’avvenire.
Il subcomandante Marcos.

Fisso incredulo il calendario, credo succeda a molti, sono ancora o quanto meno mi percepisco ancora da qualche parte prima della fine degli anni Zero. Invecchio: una volta lo scollamento era di cinque anni, ora è di dieci, quindici.

I seminari a Gargnano, la sera dopo cena davanti al lago, il giardino di villa Feltrinelli.
Le notti ubriache.

Che anni ritrosi, trascorsi ritirandomi gradualmente nel cerchio chiuso del mio focolare, cercando di imparare a essere padre senza disimparare a essere tutto il resto.
Ho decimato la legione dei futuri.
Ho cercato di andare all’osso.
Ho perseguito la solitudine.
Non ho trovato me stesso, né mai lo troverò.
Non ho trovato la saggezza, né mai la troverò.
Non ho trovato l’appagamento, né mai lo troverò.

Le voci familiari di Radio Pop. Carta.
I
social forum. Indymedia.

Ora la luce ingialla i muri dei palazzi, il cielo è ancora azzurro ma sulle nuvole bianche già si riverberano i lilla e i blu profondi del crepuscolo. La primavera quest’anno è in anticipo di una settimana.

Le serate al Brutto anatroccolo.
La pizza quattro formaggi del Caprera.

Ho smesso, in realtà, di essere molte cose che ero, e fatico perfino a ricordarmi come doveva essere, come dovevo sentirmi, quand’ero quelle altre cose che ho smesso di essere. Eppure allora pensavo che facessero parte integrante di me, che se le avessi rimosse da me avrei cessato di essere ciò che ero. E così in fondo è stato. “Io è un altro.”

Suonare in giro sempre gratis, mai il becco di un quattrino.
Le prove in culo ai lupi a Cesano Boscone.

C’erano alcuni pezzi che suonavo col mio gruppo, negli ultimi anni prima di scioglierci: La buona creanza, Questa è la ferocia, Buoni propositi per la primavera (se viene). La musica l’aveva scritta per lo più il chitarrista, le parole le avevo messe io. Erano dei pezzi veramente belli, finalmente. Dal vivo spaccavano, erano trascinanti, emozionanti, pieni di tensione, rabbia, vigore. Non ne è rimasta traccia, a parte qualche registrazione di fortuna la cui qualità non rende loro giustizia. Che peccato, che sciupio. Le riascolterei volentieri.

Le riunioni mensili del Primo amore in via Vallazze.
Le sigarette fumate seduto sul davanzale della finestra al crepuscolo spiando il momento in cui i bottegai spazzavano il marciapiede e tiravano giù la clèr.

Che anni dimentichi, anche.
Ho scordato come si fa a brillare in società, o meglio a luccicare, o più onestamente (non sono mai stato una teiera di platino) a cavarsela senza cedere sotto il peso della tensione.
Ho scordato come si fa a chiacchierare con le persone.
Ho scordato come riuscivo a far ridere le persone.
Sono tutte cose che puoi imparare daccapo, dice il mio daimon, che mi svolazza intorno non visto sotto forma forse di moscerino.

La Russia, in tutte le salse. L’istituto di slavistica.
La colazione dal Cazzaniga in piazza Sant’Alessandro.

Sono nel frattempo invecchiato senza perdere un’oncia dei miei difetti fisici. La barba e i baffi sono diventati grigi, i capelli radi sulla chierica, la pelle sempre più segnata.
Camuffo pateticamente ai miei stessi occhi il processo di decadenza continuando a indossare le stesse felpe col cappuccio di quindici anni fa.

I cazzeggi con la chitarra.
I discorsi da film di Kevin Smith.

Tra una manciata d’anni mia figlia avrà la stessa età che avevo quando ho cominciato a sognare la vita lucente – quella chimera esagerata fatta di roba tipo Kerouac Dylan Thomas Bob Dylan Syd Barrett Rimbaud Whitman Shelley Ginsberg Charlie Parker Grateful Dead.

Il tempo andato non torna, mi dice il daimon invisibile, perciò datti da fare nel tempo che viene.

Pubblicato in Il lavoro della memoria | Contrassegnato | 2 commenti

Troppo presto, troppo tardi

A volte mi capita di pensare a cosa sarebbe stata la mia vita scrittoria se fossi nato vent’anni più tardi, se non fossi nato vent’anni troppo presto, se il momento in cui ebbi quella improvvisa assurda illuminazione per lo scriver poesie fosse caduto non nel dicembre del 1990 ma in quello del 2010. Che abisso di possibilità, che radicale differenza di contesto!, mi dico ogni tanto ripensando a quei tempi ormai piuttosto lontani. Non c’erano i blog e i social network, non c’erano nemmeno – per dire – gli slam poetry. C’eravamo io e i fogli di riciclo o al limite le agende delle banche vecchie di due o tre anni che mio padre portava a casa dall’ufficio. Ora forse, mi dico, sarebbe più facile, anche al limite dar sfogo al proprio narcisismo adolescenziale, oggi è più semplice, anche solo identificare scovare tampinare un poeta già un po’ più poeta, un poeta già un po’ più autorizzato…

Invece allora per me era tutto maledettamente più difficile, perché non c’era la rete mondiale bensì la vasta sterminata provincia fisica e mentale, che dista dai grandi centri nervosi dove tutto succede molto più dei venticinque chilometri di strada e dei trenta minuti di treno. E allora non era semplice procurarsi anche solo i nomi e gli indirizzi di riviste esoteriche che si occupavano di poesia, per non parlare dei nomi e degli indirizzi dei poeti… E non avevo nessuno a tiro che sapesse dirmi: “Vai alla Feltrinelli in centro, c’è una scansia di riviste di poesia, sfogliale, prendi nota dei recapiti…”. E non avevo nessuno a tiro che conoscesse questo o quello, che avesse entrature nell’ambiente, o anche solo che mi dicesse “Vai in quel locale in quel bar in quel centro sociale, lì c’è una scena, lì c’è questo o quello…”. (Ma l’avrei fatto? Ci sarei andato?)

È vero, ero molto timido e restio a far leggere le cose che scrivevo, e ai pochi amici che avevo non interessava quel tipo di roba (salvo poche e sventurate eccezioni), e al massimo mi avrebbero preso per uno scemo o un montato. Ma forse, se fosse successo oggi, se stesse succedendo oggi, anche la mia timidezza riuscirebbe a farsi coraggio grazie al filtro della rete. E adesso forse sarei già un po’ più pubblicato, avrei già il mio codazzo di cinque, dieci, cento, mille followers da coltivare.

Eppure mi dico anche: certo, sarebbe stato come benzina per il motore sbiellato del mio orgoglio, ma cosa ne sarebbe sortito? Avrei saputo / saprei tenere dritta la barra della mia ricerca personale, o tutto questo paratesto confortevole avrebbe finito / finirebbe per succhiarmi via il midollo ch’è dentro lasciando solo la buccia esterna, ovvero un ventenne poeta promettente con 1284 amici su Facebook e un curriculum provvisorio zeppo di pubblicazioni su riviste online dai nomi concettosi, ingegnosi, ultrapop, di partecipazioni a concorsi e menzioni d’onore a concorsi e forse perfino qualche roba stampata su carta?

E però, cazzo (mi rispondo da solo), chissà come sarebbe stato / sarebbe veder uscire dal buio quelle mie robe crude tipo There Ain’t Noone Here o Spunk o i Crepuscoli… Roba che giace nel sepolcreto di carta e cassettiera dagli anni Novanta… Chissà cosa sarei diventato / sarei? Farei vedere ai miei le mie foto? (“Ecco, vedete che alla fin fine riesco anch’io a combinare qualcosa di buono?”) Cercherei di farmi bello di quella fama incerta acerba effimera per scoparmi questo o quella? Chissà se i vantaggi sarebbero (stati) superiori agli svantaggi? Chissà dove sarei o non sarei?

Questo è un epitaffio.

Pubblicato in Appunti, Poesia, Scrivere | Contrassegnato , , | 2 commenti

Quindi non sono ancora

Così eccomi, quasi alla fine di un altro anno, di un altro anno di merda e luce, quarantacinquenne, padre, chi cazzo mi ha messo qui, com’è che sono arrivato qui, squarci di agghiacciante consapevolezza barbagliano per un attimo nel torpore afasico della risacca post-natalizia. Ascolto Subconscious-Lee, la sera si sfilaccia, rileggo svogliatamente post di dieci anni fa, pagine di diario di venti. Cazzo quanto sono cambiato, guarda qui com’ero filopalestinese, guarda qui com’ero fuffa e martello… Mi torna in mente di colpo una ragazzina che ho conosciuto nel ’91, che mi piacicchiava, che le piacicchiavo, che non abbiamo mai combinato niente, solo chiacchiere sulla musica (A te ti piacciono gli Skorpions? No! Perché?) e sguardi in tralice, che è morta nel ’94. Aveva gli occhi azzurri, anch’io avevo gli occhi azzurri, adesso mia madre dice che troppa barba e troppo capello lungo li cancellano. Sono padre, ti rendi conto? Ed ero lì che suonavo Careful With That Axe Eugene, ero lì che leggevo Gregory Corso al secondo piano della Statale, ero lì che fumavo le diana con la mia faccia da pirla e i calzoni di velluto a zampa, ero lì che prendevo il rousseau dell’una e sedici da Romolo con in borsa robe tipo Opinioni di un clown o Un eroe del nostro tempo, e adesso sono qui a studiare strategie per non soccombere all’angoscia quando mia figlia comincerà ad andare in giro da sola, a cercare di pagare le assicurazioni con l’home banking, a guardare selfie di amici ignoti sui social. Passano gli ardori politici, restano quelli romantici, è possibile tacitarli con l’esercizio sistematico dell’assenza vigile, mi riesce purtroppo bene (ormai l’abitudine, la maniera, il virtuosismo), ma sotto la lacca del genitore al colloquio con le insegnanti e del folagra reparto imbustamento continuo a sentirmi come una rassegna sul cinema est-europeo al De Amicis nel ’97. Vorrei una macchina del tempo e andare a una rassegna sul cinema est-europeo al De Amicis nel ’97 e incontrare il vecchio bigliettaio e sedermi sul mio sedile preferito, quello centrale e un po’ inclinato verso il basso. Ieri sono andato al cimitero, era buio e c’era la nebbia. Il tempo passa, il 31 buttiamo giù i buoni propositi per la primavera (se viene), come sempre, per disattenderli entro l’estate. Il 2019 sarà ancora più merdoso, ancora più fascista, il grado zero della speranza, mi ripeto, per non consegnarmi al dominio dei poteri fondati sulla gestione della speranza, ma siccome alla ragione dell’UAAR preferisco la pazzia di Simone Weil ringrazio Dio che ho ancora qui i miei cari adorati stronzi, diversi libri da leggere rileggere eventualmente scrivere, e soprattutto un mucchio di musica, una grande muraglia di galassie di musica. Ho i libri e ho la musica, quindi non sono ancora fottuto, credo.

Pubblicato in Diario, Senza categoria | Contrassegnato | 2 commenti

Sufficit diei malitia sua

Torno in provincia. Il cielo è grigio, l’aria afosa, ogni tanto qualche goccia solitaria si spiaccica contro il parabrezza.

Habiate qui dicitur Grassus mi accoglie come sempre sonnolento, chetato. Ci sono frotte di adolescenti usciti dalle scuole superiori assiepati sul marciapiede in attesa dell’autobus. vengono dai paesini dei dintorni. Le ragazze hanno tutte immancabilmente le Vans nere. I ragazzi hanno pettinature che fanno a gara con quelle di merda che avevo io alla loro età. Piccola grande differenza: la mia faceva schifo, la loro fa moda.

A pranzo si mangia polenta e bruscìtt, come da tradizione. Del resto, siamo polentoni lombardoveneti. A mia figlia piace, invece odia la busecca e ha in sospetto la cassoeula, che qui tra le vecchie generazioni sono fonte di orgoglio identitario.
(E i carséns, e ’l pan mèin, e i oss di mort.)
La prossima volta che vengo perché non mi fate un bel risotto giallo, che è da tanto che non lo mangio? dico a mio padre. Non con l’ossobuco, però, bada bene, perché sono un figlio degenere di questa landa piatta, sradicato e corrotto dal cosmopolitismo neoliberista globale plutogiudaico.

Esco in bici. Mi perdo per le stradine di campagna. Non c’è in giro nessuno, a parte i trattori e gli uccelli. Gazze ladre, garzette, cornacchie. In un campo di mais appena tagliato c’è un airone cinerino: se ne sta ritto in mezzo alle stoppie, immobile, solitario.
Il solito cane tra i ruderi della vecchia osteria mi guarda e torna a sonnecchiare.
Passo di fianco al fienile onirico, reprimo il desiderio di andarmici a sdraiare. Ma non c’è più fieno come trent’anni fa, solo attrezzi e qualche macchinario agricolo.

Torno verso il paese. Guardo come faccio sempre le case che non c’erano, che sono spuntate chissà quando, quando già ero altrove e non bazzicavo più da quelle parti, che per qualche tempo sono state nuove – “Dove abita? Ma sì, alle case nuove, in fondo a via…” – eppure adesso sembrano già decrepite, o perlomeno ingrigite, scrostate, o che ci siano sempre state.

Incrocio una ragazza. Ha l’aria timida e sfrontata, da sedicenne, le cosce grandi, i capelli raccolti, le immancabili Vans nere. Attraversa i quartieri periferici di villette con gli auricolari nelle orecchie. Chissà cosa ascolta, cosa sogna, cosa si aspetta. Potrebbe essere una compagna di mia figlia, o addirittura mia figlia, se solo avessi figliato un po’ prima (ma neanche tanto). Adesso sarei alle prese con problemi di acne culone ragazzi stronzi inviti a feste amiche false WhatsApp che non squilla più.
Insomma, quella cammina immersa nei cazzi suoi, e un coetaneo di quel coglione di suo padre cerca oziosamente di immaginarsi quali siano questi cazzi suoi… Non è naturale! I vecchi e i giovani giacciono acquattati in trincee contrapposte! Non si attraversa così la terra di nessuno! Cosa fai, diserti? Non puoi!
Per un attimo mi dico: Cazzo sei, il Venditti della Bovisa?
Poi, di colpo, le si sovrappone l’immagine di me sedicenne.
Va be’, lei è una femmina e io sono un maschio, ma evidentemente per l’abborracciata santa alleanza tra la memoria e l’immaginazione è un dettaglio trascurabile.
Comunque sia, la ragazza scompare: ora sono io che cammino lungo quel marciapiede, da solo. Magari con il walkman. Che musica ascolto? Probabilmente Syd Barrett.
È il Novanta o giù di lì.
È sabato pomeriggio. Il cielo è grigio, l’aria afosa, ogni tanto qualche goccia solitaria si spiaccica sui miei bulbi oculari. Lunedì c’è la verifica di matematica. Non so un cazzo. Non capisco un cazzo. Non ho voglia di studiare, so già che non studierò. Andrà male, malissimo. Nessuno mi ama, nessuno mi fila. In casa litigano, per strada ho paura che mi riconoscano e mi indichino mormorando: “Ma quel lì l’è minga el fioeu de…?”. Il presente è lutulento, il futuro troppo inverosimile perché ci caschi e mi metta a credere nella sua esistenza.
Non so dove andare. Non so dove cazzo sto andando. Non ho un cazzo di posto dove andare. Ho la sensazione che non andrò da nessuna parte. Del resto, torno sempre lì, alla fine del giro: alla casa, al freddo, alle urla, alla matematica, alla provincia indormenta. Difficile pensare che possa esistere qualcos’altro. In concreto, intendo, non sul piano della pura fantasticheria escapista.

Torno nel duemiladiciotto. La ragazza Sergia è ormai lontana alle mie spalle. Li lascio andare, lei e lui, appaiati, invisibili l’uno all’altra, due sessi due epoche due secoli due millenni diversi, sovrapposti.
E all’improvviso, con scintillante chiarezza, capisco che è incommensurabilmente meno infelice il qui presente quarantacinquenne padre incasinato precario incompiuto. Il pedalante barbuto nerovestito.
Non ci sono solo le strade non imboccate, i futuri che non sono stati saggiati o percorsi. C’è anche la merda che ti sei lasciato alle spalle.
Caro sedicenne che cammini laggiù, in dissolvenza, ascoltando per l’ennesima volta No Man’s Land, ti saluto caramente ma no, grazie, niente scambi.

Pubblicato in Diario, Il lavoro della memoria | Contrassegnato , , , | 2 commenti

Nei boschi, sulle montagne

Vado per sentieri non segnati, noti ormai soltanto a qualche vecchio taglialegna o cacciatore della zona. Attraverso boschi silenziosi, pieni di passaggi intricati, regno incontrastato di cinghiali e caprioli, dove l’ultima lattina abbandonata reca come data di scadenza il 2008. Perdersi è facile, e devo procedere per intuito e cercando di orientarmi con il sole.
Le tracce del passaggio di esseri umani si fanno più rare man mano che salgo verso la cima: una bustina di plastica smangiata dalle intemperie, un bullone. Piano piano mi lascio alle spalle i cavalli al pascolo tra i rovi di more, i tafani e i rumori residui che salgono dai borghi giù in basso.
C’è sulla stretta sella tra le due valli una piccola edicola votiva, ben nascosta tra gli alberi. Mi ci siedo accanto, mangio tre biscotti, bevo un sorso di caffè freddo. Dietro il santo protettore degli animali cui è dedicata intuisco la reminiscenza di qualche antichissima divinità pagana. Forse Cernunnos, o qualche altro spirito boschivo che il cristianesimo, arrivato più tardi che altrove in questi anfratti quasi impenetrabili dell’Impero, ha rinominato ma non cancellato.
Riparto. Mi ritrovo a camminare solitario su un ripido crinale boscoso che un tempo fece da confine a piccoli regni litigiosi. Ci sono grandi querce, merde di cavallo, moncherini di vecchi cippi confinari, muri a secco semicrollati, nascosti tra i rovi o sotto uno spesso strato di muschio. Sono i resti di antiche fortificazioni. Risalgono all’evo oscuro delle guerre gotiche o longobarde, o forse addirittura al primo millennio avanti Cristo: lo dicono gli storici, anche se nessuno ha mai avuto voglia, tempo e denaro per venire qui a scavare. Mi dico che è una fortuna. Ho un’intera foresta con i suoi segreti tutta per me.
Mentre là sotto il mondo degli uomini vivi sembra franare, qui mi tengo a radici più profonde e lontane, non solo vegetali o minerali. Mi ci aggrappo con forza disperata e respiro.
Sopra, tra le fronde, il cielo è azzurro e branchi di nuvole l’attraversano.

Pubblicato in Diario | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Dialogo edificante tra me e Gmurk

– Madonna, Gmurk, quanto sono brutti i ragazzi di oggi, con quelle pettinature di merda e tutti quei tatuaggi tutti uguali…

– Eh, dai, mica son tutti così…

– No, ovviamente mica tutti, ma tanti. Hai visto quanti? Con quelle cazzo di crestine o come diavolo si chiamano, quei tatuaggioni e tatuaggetti, lei sul piede, lui sul collo, tutti e due sulle braccia…

– È la moda. Sii tollerante.

– Ma cazzo, io SONO tollerante! Ti pare che vada in giro a cancellare tatuaggi o a rapare crestine? Ma li hai visti i ragazzi… Che so? in piscina?

– Aaah! Guardi i ragazzi nudi che fanno il bagno?

– Sì, e son tutti lisci, tutti depilati… Manco un pelo, un peluzzo… Pure le sopracciglia sembrano disegnate con l’uniposca. Ai miei tempi gli Ace Merrill li avrebbero presi a randellate…

– Be’, che gli Ace Merrill adesso non randellino più mi sembra un miglioramento (e sorvolo sulla citazione da vecchio)…

– Il problema è che gli Ace Merrill adesso SI DEPILANO!

– Ahahah! Buona, questa. Ma lascia perdere i peli e pensa un attimo alle pettinature che giravano ai tuoi tempi…

– Atroci. Atroci. Il mullet, i capelli a spazzola…

– Esatto! Ci credo che le ragazze non vi cagavano neanche di striscio.

– A parte che anche le ragazze… Con le frangette, le permanenti ricciolute… gli orecchini di plastica azzurri enormi da film di merda di Almodovar…

– Sì, ma il punto è che eravate brutti anche voi ragazzi di ieri.

– Sì, ma il punto è che la nostra era una bruttezza sfigata. Quella di adesso è una bruttezza arrogante.

– Arrogante?

– Sì. Ma insomma, non lo vedi come esibiscono i loro braccini ipertatuati e iposviluppati, che li fanno sembrare tutti delle caricature di picciotti della Yakuza?

– Ciccio, la gioventù è sempre un po’ arrogante. DEVE essere un po’ arrogante.

– Ok. Ho capito. Sono vecchio.

– Ecco, ci sei arrivato. Usi ThisCrush? Ce l’hai un profilo Instagram?

– No, ho un profilo Facebook…

– Appunto! Roba da vecchi!

– Quanti selfie hai postato nell’ultima settimana? Quante foto di te con la tipa in reggiseno nel suo bagno?

– …

– Cosa c’è sulla maglietta che hai messo ieri l’altro?

– La copertina di The Dark Side Of The Moon…

– Ouhahahahah!

– Che cazzo ti ridi?

– Di che marca sono le sneakers nere con la striscia bianca?

– Vans. Ma ho guardato su Internet.

– Con lo smartphone o da pc?

– Da pc.

– Eccallà.

– Ma i giovani lo dicono ancora “Eccallà”?

– Non sviare il discorso. Quanti cantanti di trap conosci?

– Young Signorino… Ghali fa trap?

– Qual è l’ultima cosa che hai ascoltato?

– Un cd di Neil Young.

– Oooooccazzo! Neil Young! Un cd! Chi cazzo sei, il prequel di Jurassic World?

– Di Jurassic Park.

– Bravo, sì, bello il cinema muto, continua così, dimmi ancora una roba da vecchi.

– Comunque le Vans andavano già ai miei tempi, anche se erano diverse (ma erano brutte anche allora, eh?).

– E tu le avevi?

– No. Avevo le Adidas Tampico.

– Quelle di Enrico Beruschi al Drive-In? Tu la figa manco col telescopio spaziale l’avresti vista, caro mio.

– È vero, cazzo. Hai ragione. La verità è che se fossi un ragazzo di oggi cercherei di fare il ragazzo di oggi al quadrato, anzi al cubo. Anche se la trap col cazzo che la ascolterei.

– Vedi, il problema è più complesso. Ai tuoi tempi tua madre ti avrebbe impalato, se fossi tornato a casa con un tatuaggio o un anello al naso. E l’impalamento sarebbe stato determinato dall’incrocio di diversi fattori: la Stimmung dell’epoca (tardi ottanta-primi novanta); l’areale di ciò che era considerato accettabile o inaccettabile nel tuo ambiente (provincia lombarda) e nella tua classe sociale (proletariato operaio ex contadino più piccola borghesia provinciale); il reddito familiare (scarso); l’indole, il carattere e le idee di tua madre (che a loro volta sono il risultato di un analogo intreccio di fattori diversi)… E perfino l’indole e il carattere del te stesso sedicenne (idem).

– Va be’. Ho capito, è colpa del tempo, della classe sociale e dell’infinita rete di nevrosi individuali e collettive, indotte e innate.

– Siamo tutti il prodotto della cultura in cui cresciamo e delle nostre predisposizioni. Quindi, metti anche caso che tu fossi un millennial, quindi figlio del digitale e del permissivismo… Insomma, la generazione dell’epilazione, di youporn e di musical.ly… Dovresti comunque fare a pugni con la tua personalità, con i tuoi complessi…

Insomma, mi stai dicendo che probabilmente sarei in ogni caso uno sfigato.

– Sì, ma diverso. O, per meglio dire, diverso da come eri sfigato ai tempi della tua adolescenza, ma comunque con buona probabilità sfigato.

– Però i ragazzi depilati coi braghini al ginocchio, le crestine e i tatuaggi tutti uguali mi fanno cagare lo stesso.

– Senti, non è che l’alopecia androgenetica sia molto meglio, anzi…

– Ma perché riporti tutto alla mia persona, come se per forza ogni mia considerazione fosse il parto diretto delle mie frustrazioni o dei miei traumi? Voglio dire, è la stesa solfa per cui Leopardi era un pessimista cosmico perché era gobbo… Invece stavo cercando di riflettere su questa omologazione diffusa…

– Che ai tuoi tempi non esisteva.

– Esisteva, ma in altri termini, con altre caratteristiche. Insomma, anche le omologazioni sono diverse, e ognuna ci dice qualcosa sulla “Stimmung” (come dici tu) della sua epoca…

– Mi sembra una supercazzola.

– Lo sai che odio quella parola, vero?

– “Supercazzola”? Certo. L’ho usata apposta.

– Bravo! E adesso di’ “antani”.

– Antani.

– Sei vecchio anche tu, e pure poco originale.

– Tu invece sei psicorigido.

– No, guarda, ti confesso che in fondo in fondo un tatuaggio in deroga alla consegna di non tatuarmi mai me lo farei…

– Ah! Ecco, ti contraddici!

– Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini.

– È una citazione?

– Sì.

– Bob Dylan?

– Renato Carosone.

– E che tatuaggio ti faresti?

– Liberté Egalité Fraternité ou la mort.

– Guarda, te lo pago io. Andiamo?

– Eh, mi piacerebbe…

– Ma?

– Ma mi fa male il ginocchio.

– L’hai sbattuto?

– No. Principio di Artrosi.

– Va be’, dai, offrimi una birra.

– Me ne hai gia bevute tre.

– Uhè, Shylock, passa qua.

– Comunque i ragazzi di…

– Guarda, te la spiego ancora più facile. Non hai capito un cazzo. Non sono i ragazzi di oggi a essere brutti. È la gente in generale che è brutta. Il problema non è la crestina, o il braccino tatuato, o la faccia da pirla. È che tutti hanno la stessa aria da fascistello. Da stronzo fascistello ignorante. I ragazzi ce l’hanno con la crestina, i giovani milanesi imbruttiti con la bamba che gli esce dal culo, i giovani terroni con il polpacciotto da suino, la barba da CasaStocazzo e la pelata da mascellone, le ragazze con il tatuaggetto sul piede, i vecchi con la ghigna rancorosa e il grattaeperdi in mano. Ce l’hanno i dentisti con la polo rosa, i commercialisti con la polo verde, le sciure con i tacchi di sughero, i bambini con la faccina da hitlerjugend. Sono tutti lì incistati nella loro merdosità, nei loro problemini del cazzo, e si capisce lontano un chilometro che non vedono l’ora di dare la colpa a qualcun altro, purché non sia lo stronzo o la stronza che li guarda dallo specchio ogni mattina, non vedono l’ora di prendersela col primo che gli passa davanti e che gli sembra più sfigato di loro, e quando lo trovano è una festa, perché allora sì che si sentono meglio. Che si sentono superiori. E quando parlano usano tutti le stesse frasi, le stesse parole, come dei robottini rincoglioniti. (Rutta potentemente.) Gli venisse l’ameba mangia-cervello, morirebbe di fame.

– Eh, dai, mica son tutti così…

– Certo. Io no, per esempio. Dai, Serginho, alza il culo e metti su Grachan Moncur III.

Pubblicato in Stronzate | Contrassegnato | Lascia un commento

E ho anche voglia di / stop whining

E ho anche voglia di andarmene da questo Paese disgraziato, sempre più tetro e più morto, ma non posso, perché il lavoro scarso e precario che ho è il solo che ho, perché ho prole, perché ho pochi soldi, perché sono vile, forse, e la prole non sarà mica un alibi?, e perché alla mia età non so se sarei capace di inventarmi una vita nuova e diversa, insomma perché ho paura di saltare e scoprire che non ci sono reti, lì sotto.

(Poi vedo quelle povere persone che attraversano il deserto per finire torturate, annegate, ammazzate, ricoperte di insulti, quei padri e quelle madri che partono con i loro figli piccoli senza sapere se sopravvivranno, che muoiono tra le onde lasciandoli soli in un mondo alieno e ostile o li vedono morire tra le onde, e mi vergogno profondamente.)

(Sei un privilegiato! Un privilegiato! Stop whining!)

E ho anche voglia di suonare, ma come una volta, in gruppo, non di strimpellare il basso o la chitarra per conto mio in maniera inconcludente, ma non posso, perché non c’è nessuno con cui farlo, e se anche ci fosse non ne avrei più né la forza né l’età (Dinosaur! You’re a dinosaur!), e se prima ero un dilettante che sopperiva alla carenza di tecnica con il buongusto, adesso sarei solo un dilettante che ha quasi disimparato a suonare il poco che sapeva.

(Però magari invece, con un po’ di allenamento…)

E, sì, adesso scrivi cose che mi sembrano buone o finanche molto buone, ma vuoi mettere quando avevi diciassette anni e con le tue buffe ridicole pose da Kerouac Shelley Rimbaud scrivevi schifezze presentendo la grandezza a venire inculando il futuro annusando il profumo di fica della promessa Musa?

E, sì, что же приятней на свете, чем утрата лучших людей?
Neverthless, I am homesick after mine own kind.

Per il resto tutto bene.

(Non è che a diciassette anni fossi più felice di adesso, anzi. Solo più giovane.)

(Non è poco!)

(Non è tutto!)

E comunque il vocoder fa schifo.

(You’re an asshole! An asshole! Stop whining!)

Pubblicato in Diario | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Here comes the black hundred

parchetto DIM

C’è ’sto romanzo, ch’è uscito un paio d’anni fa in questo periodo, in cui raccontavo – pars pro toto – di una Lombardia appena dissimulata in cui la crisi (non la crisi economica, ma la crisi generalizzata della civiltà) smangiava tutto: umanità, raziocinio, sentimento; dove gli abitatori di quei luoghi afflitti da desertificazione interiore ed esteriore sfogavano le loro passioni tristi in ributtanti manifestazioni di malvagità banale e razzismo spicciolo, mentre i fascisti (che chiamavo col nome di un’organizzazione di estrema destra russa dei primi del Novecento: “Centuria nera”) lentamente prendevano il controllo di quel “Paese” terminale (peraltro senza ovviamente invertirne la rotta suicida ma anzi accelerandola).

L’ho scritto grosso modo tra il 2009 e il 2013: per me fu anche un modo per esorcizzare e sublimare certe paure e ansie che mi provenivano dall’osservazione delle cose intorno a me: già da tempo coglievo segnali di questo contrarsi delle persone come sotto l’effetto di una pressione interna sempre più incontenibile; e man mano che gli anni passavano mi sembrava che i segnali si moltiplicassero e andassero tutti inequivocabilmente nel senso di una futura vasta e liberatoria “esplosione” del male covato.

Il libro, per non saperlo maneggiare altrimenti, l’han definito distopico, e ci può anche stare; ma a me, tolta la lieve sfasatura della trasfigurazione letteraria, sembra più che altro profetico.
E non è che io nella mia minuscola nicchia di scrittore abbia mai ambito a quel ruolo, sebben che Cassandra sia una grande e bella figura tragica.

Lo scrivo perché in questi giorni, tornando a sfogliare le vecchie cose che ho scritto nei dieci e più anni passati, ho ritrovato spunti e riflessioni che all’epoca mi capitò di veder liquidate come esagerate e apocalittiche (un’altra etichetta, in questo caso totalmente idiota, che qualche critico negligente mi ha appioppato dopo aver letto le 35 righe in corsivo che fanno da “prologo” al mio romanzo… Si vede che non aveva tempo di leggere oltre) e che invece – pur acerbe, manchevoli e tutto quel che si vuole – oggi mi paiono configurare sempre meno i fantasmi e le paranoie di un trentenne troooppo pessimista e sempre più una descrizione generale del presente/futuro prossimo.

Pubblicato in Militanza, Polis, Scrivere | Contrassegnato , , | 1 commento