Il culmine della creazione

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Pedalavo nella scighera lungo il canale. Nessuno intorno, solo una comitiva di ciclisti fluorescenti che è subito scomparsa all’orizzonte e il solito vecchietto con la bici sderenata, anche lui presto inghiottito dalla foschia. A un certo punto mi sono ritrovato solo, con i corvi nei campi a sinistra e a destra, l’erba gialla e verde, e vaghe forme di acquedotti e silos appena abbozzate in lontananza, come macchie grigie sospese nel vuoto. A quel punto ho avuto questa visione: due figurette biancovestite sedute sull’argine, immobili, perfette.

Mi sono avvicinato piano piano, continuando a pedalare.

Erano due suorine indiane. Passando alle loro spalle, di sbieco, per un attimo ho spiato le loro facce. Erano piccole, giovani, paffute, e chiacchieravano a voce così bassa che potevo solo vedere il lieve incresparsi delle loro labbra, da cui non usciva alcun suono.

Mi sono sembrate così belle, così sacramente belle. Cazzo, mi sono detto, se Dio esiste, deve esistere sotto quell’aspetto. Dio è una suorina indiana seduta con la sua veste candida sul ciglio erboso del Naviglio, nella nebbia, in un sabato pomeriggio di ottobre.

E se fosse questa la perfezione del genere umano? Se il picco o il culmine della creatura homo sapiens sapiens non fosse la tecnologia o la filosofia o la scienza dell’era quantistica, ma questa mite e dolcissima incarnazione del sacro?

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Good Old Soul

Tina Brooks, True Blue, 1960, Blue Note. Mi sono procurato questo album a un prezzo irrisorio. È meraviglioso e suonato da dio: hard bop purissimo. Se cerchi l’avanguardia: non ce n’è. Se cerchi della gran musica: eccola. Inoltre ha una copertina che mi piace moltissimo, e infine il blu è il mio colore preferito.

Eppure, chi cazzo ha mai sentito parlare di Tina Brooks? Nei libri sul jazz difficilmente viene nominato. Già il nome, anzi il soprannome, sa di sfiga. Harold Floyd Brooks, afroamericano, nato in North Carolina (come Coltrane) nel 1932 sotto il segno dei Gemelli (come me), era piccolo e magrolino (tiny, da cui “Tina”), timido, introverso. Era anche un eroinomane e un alcolista: negli anni Cinquanta-Sessanta in America non era facile trovare un posto confortevole, con un curriculum del genere. Però sapeva suonare alla grande il sax tenore, e aveva un suono personale, affascinante, molto blues. Spero di non dire uno sproposito, da profano e dilettante: scuola Lester Young, ovvero dolcezza, sottigliezza e intensità.

Alla Blue Note piacque, così gli fecero incidere questo album: bellissimo. Insieme a lui, alla tromba, suonò il grandissimo Freddie Hubbard, anche lui a inizio carriera (per inciso, Brooks ricambiò suonando nel disco d’esordio di Hubbard, Open Sesame). Ma la casa discografica decise di puntare tutto su quest’ultimo. I due dischi uscirono quasi in concomitanza. Quello di Hubbard fu spinto, sostenuto, promosso. Risultato: Hubbard diventò una figura di primo piano della scena jazz (se lo meritava). Quello di Brooks fu messo da parte e abbandonato a sé stesso: per i discografici Tina aveva troppo poco appeal personale, anche se era un musicista della madonna. Risultato: Brooks finì in un buco nero. Fece poco altro – gli concessero di registrare un altro disco, Back to the Tracks, ma non glielo pubblicarono (uscirà solo nel 1998!) –, poi scomparve dalle scene. Oblio totale. Morì a quarantadue anni completamente dimenticato. Una figura oscura, ultraminore, un carneade della storia della musica americana del Novecento. Fu la droga a farlo fuori, ma forse più che altro come esecutrice materiale.

Tutto questo per dire che sento molto vicino a me questo sfortunato e valente artista, questa buona vecchia anima. “Good Old Soul” è il pezzo che apre il disco.

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A place to call my own

Una sera di quest’estate tornavo a Milano da solo in macchina, dopo aver passato un pomeriggio a pedalare in campagna. Guidavo lungo la provinciale, a destra il Naviglio a sinistra i campi e la ferrovia (che si svela solo quando hai la fortuna di veder passare il treno, e se già fa buio e ha i finestrini illuminati è uno spettacolo a suo modo commovente, o perlomeno io lo trovo bello e persino struggente). Il cielo imbruniva, anzi imbluiva, aveva insomma quella luminosità screziata, complessa, intermedia, con strati o sfumature di blu e celeste fuse insieme, va detto che io sono particolarmente sensibile a quelle tinte perché il mio colore preferito è proprio il blu. C’erano poche macchine, era mi pare la fine di luglio, e potevo far finta con un po’ di immaginazione di trovarmi su qualche “strada blu” dell’America (l’immaginario è quello, inevitabilmente cinematografico, da lì peschiamo un po’ tutti, volenti o nolenti). Guidavo rilassato, senza pensieri per una meravigliosa quanto fugace cancellazione della pena e dell’angoscia, in uno stato transitorio di liberazione, e sull’autoradio anziché il jazz come faccio di solito avevo messo su Harvest, e avanzavo così in quel blu sempre più profondo, sempre più buioluce, nella notte in arrivo tutta trapuntata di luci, fioche insegne bluastre di motel scalcinati, neon fucsia di sex shop lunari, lampioni, faretti, luci gialle rettangolari di finestre spalancate, quando attraversavo le periferie dei paesi lungo il tragitto. E c’era per l’appunto questo Neil Young quasi ventisettenne che mi cantava quelle canzoni incredibili con la sua voce acuta, inconfondibile, di naso, Out On the Weekend, Harvest, Old Man, e a un certo punto mi sono detto ad alta voce Cazzo! Adesso, in questo preciso istante, e questo non può cancellarlo più nessuno – factum infectum fieri nequit – io sto bene, sono in pace, non desidero nient’altro. Questa è la quiete del tempo immobilizzato, immortalato.

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Le due estati

La sensazione strana, anche dolorosa, finanche lacerante lacerante, di vivere contemporaneamente su due piani di realtà incompatibili, disarmonici. Come mettere insieme due mondi alieni e ostili l’uno all’altro, come materia e antimateria che s’annichilano a vicenda –

da una parte questa estate così tranquilla, lente festinans, fatta di sortite a piedi o in bici nella calura in cerca di musica e libri e roba indiana piccante da mangiare, via Fara, via Manuzio, il parco Segantini, la Sormani, San Nazzaro, piena di musica bellissima, Neil Young la mattina presto andando al lavoro, in macchina, Coltrane con Eric Dolphy in Europa nel ’61, Lee Morgan, Clifford Brown, gli Hot Five e gli Hot Seven, Joe Henderson, Agartha e Pangaea, e di sera Antonia Pozzi –

dall’altra questo orrore collettivo, questa orribile sensazione di scivolare sempre più velocemente e ineluttabilmente giù, senza ritorno, scaduto il tempo utile ad aggrapparsi a qualcosa, questa estate di prove generali di fascismo, di stupidità, ottusità e cattiveria generalizzate, il chiacchiericcio feroce che si leva continuamente, sempre più pervasivo, sempre più egemonico, la sensazione di solitudine e di impotenza, di sbigottimento di fronte alla perfetta impermeabilità della stupidità, la “gente” incazzata, le guerre tra poveri, i comunisti in festa, la musica di merda, i ventenni con capelli tutti uguali, i dentisti che amano il nero ma odiano i neri, i letterati coglioni, i giovani leoni della critica che il romanzo è morto ma la critica no, che scrivono poesie per esprimere poeticamente l’impossibilità di fare poesia, i salvini piccoli e grandi che a ogni epoca e a ogni generazione rispuntano e proliferano come metastasi immortali, la colpa è delle ong, gli immigrati di merda, i giovani muscolosi, gli smartphone, i 35 euro, le risorse boldriniane, il senatore esposito, il decreto minniti, il pugno duro di renzi, compagni per Assad, camerati per Assad, la mia generazione rincoglionita su Fb, i vecchietti razzisti, le vecchiette razziste, la domenica a messa il lunedì a fare pogrom, prova a costruire una chiesa nei loro paesi, le navi fasciste, il crowdfunding fascista, i saluti fascisti, le notizie di merda, i video del cazzo, o cani sono meglio degli esseri umani, salvate il cuccioletto adorabile dal canile, il padrone l’ha picchiato, pena di morte, non salvate il negretto, affondare il gommone, sparargli addosso, sei milioni cinquecentomila condivisioni, condividi se sei incazzato, clicca mi piace se sei d’accordo, nina moric, neymar, trump, putin, gli accordi sul clima, rubbia smonta la bufala dei cambiamenti climatici, di battista asfalta tizio e caio del pd, pdiota, il piano Kalergi, non hai mai sentito parlare del piano Kalergi, ci sono dietro gli Usa, c’è dietro Israele, c’è dietro Soros, c’è sempre dietro qualche ebreo, io non sono contro i vaccini ma, i vaccini uccidono i bambini, vaccinisti nazisti, stelle di David gialle su sfondo di uniforme concentrazionaria a righe con scritto bambino non vaccinato, dittatura di big pharma, guido viale, le parole usate a vanvera, le parole usate di merda, invasione, degrado, buonisti, la sensazione terrificante che mi fa dire, sottovoce, è fatta, è finita, sono fottuto, siamo fottuti –

come vivere nello stesso tempo e con lo stesso corpo in due sfere di esistenza così incompatibili senza andare in pezzi?

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Il sinonimo di “pietista” nel XXI secolo

“Pietismo” e “pietista” erano termini usati in senso dispregiativo nell’Italia fascista degli anni delle leggi razziali. I “pietisti” erano quegli italiani (ovviamente “ariani”) che provavano sentimenti di pietà e di simpatia per gli ebrei. «Bisogna reagire contro il pietismo del povero ebreo» fu lo slogan coniato dal duce in persona.

I documenti dell’epoca sono pieni di spunti – diciamo così – interessanti. Prendiamo per esempio questo titolo della “Stampa” di Torino, risalente all’autunno 1938: «Il pietismo di Roosevelt. (…) Perché ci si commuove per gli ebrei e non per i massacri nella Spagna rossa?». Ricorda qualcosa?

Ancora. Il termine “pietismo”, scrive lo storico del fascismo Renzo De Felice, veniva usato come «sinonimo di spirito borghese e di antifascismo».
Di nuovo: dice niente? Provo a “modernizzare” le parole: oggi cosa useremmo, al posto di “borghese”? Radical chic, per esempio. E al posto di “antifascismo”, parola di cinque sillabe troppo lunga e difficile da scrivere e da pronunciare? Si userebbe probabilmente “sinistra” o “comunisti”.

Negli anni Trenta erano gli ebrei (o “israeliti”, o “giudei”). Oggi?
Senza dimenticare che gli “ebrei” ancora oggi si trovano a dover fronteggiare un’ondata crescente di antisemitismo ora strisciante ora più palese, pare esagerato se dico “negri”, “immigrati”, “arabi”, “rom”, “zingari”…?

Con quale parola tradurremmo “pietista” nel linguaggio odierno in uso tra i razzisti, i populisti, i qualunquisti di destra, i fascisti dichiarati e la legione di anonimi haters che infestano la rete (oltre che il mondo reale)?
“Buonista” è calzante?

Quali considerazioni si possono trarre, allora, da questa inquietante analogia storico-linguistica?
Non che la storia si ripeta uguale: è una sciocchezza ( e comunque Dio ce ne scampi!). Eppure, come non vedere la permanenza o il riaffiorare di elementi retorici e pattern ideologici che credevamo a torto estinti?

Qui c’è un articolo che ho trovato in rete mentre cercavo materiale sull’argomento: mi sembra che inquadri perfettamente la questione, consiglio caldamente di leggerlo e di farlo leggere: http://www.hakeillah.com/1_14_11.htm

Facciamo attenzione alle parole che si usano, vigiliamo, teniamo presente la storia passata. Sono esercizi propedeutici alla resistenza, in vista di un futuro non ancora scritto ma che si preannuncia fosco. E forse anche a cambiarne il corso, finché (se) siamo ancora in tempo.

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Il giorno dopo il 25 aprile

Ieri era il 25 aprile, la festa della Liberazione e dell’antifascismo. Poiché mi ero intestardito a viverla per quello che appunto dovrebbe essere – una festa e una commemorazione –, con un piccolo sforzo di volontà ho accuratamente evitato di affrontare le piccole o meno piccole brutture che le ronzano intorno come tafani: la memoria della Resistenza è e resta per me uno splendido puledro.
Ieri, dunque, mi sono concentrato sulla bellezza.
Ma il giorno dopo, mi pare sia utile – anche per il puledro – schiacciare quelle bestiacce succhiasangue.

Nella mattina di ieri sono andato a portare un fiore ai partigiani al cimitero, in un luogo finalmente liberato dalla feccia nazifascista che negli anni scorsi ha cercato di imbrattare la festa con ridicole e luttuose parate. Ma di quei pochi e patetici vermi non vale nemmeno la pena di parlare: vanno combattuti e basta.
Il pomeriggio ho portato per la prima volta in corteo mia figlia, che del resto ha insistito per partecipare. Ha otto anni e mezzo e un’idea ancora approssimativa della storia, ma ne sa già quel tanto che basta per capire qual è la parte giusta.
Perciò io e lei abbiamo pazientemente risalito il lungo corteo, passando più o meno per tutte le sue anime.

Continua a leggere sul “Primo amore”

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Quello che dovrei fare, quello che devo

Mi dicono che non sono bravo ad autopromuovermi.
Che devo imparare a vendermi meglio.
Anzi che devo imparare a vendermi e basta.
Tipo: «Impara almeno a fare il piacione sui social, c’è gente che ha fatto così e adesso [nome di scrittore abbastanza famoso] gli presenta i libri / lo invitano a tutti i bookfestival / ha trovato lavoro in una scuola di scrittura frequentata soprattutto da donne, oh, hai capito? DONNE!».
Tipo: «Devi farti un seguito. Devi avere tanti followerZ, così l’editore ci fa un pensiero».
Oppure: «Devi inventarti qualcosa di pazzesco, costruire intorno al tuo libro un progetto multimediale, transmediale, ultrapsichico, avantpop».
Oppure: «Devi tampinarli, messaggi come se piovesse, telefonate a manetta, mailbombing, promesse iperboliche di do ut des (“Ho visto che il mese prossimo esce il tuo libro di prose poetiche sperimentali, posso presentarti alla libreria Versi & Vino di Codroipo”)».
E comunque sia: «Devi coltivare i contatti».

Invece niente. Non sono capace. Non ho followerZ e l’unica cosa che ho coltivato è stata una lenticchia nel cotone, quando andavo alle elementari.
Devi, devi, devi.
Devo scrivere, ecco cosa. Ecco l’unica cosa.
E infatti vado avanti a scrivere. In silenzio, senza rumore, come sotto terra, che così mi riesce ancora meglio.
E mi pare che stia lentamente venendo fuori una cosa grande e bella.

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Musica sacra

Per il mio Natale.

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Athair

Nei tuoi occhi
mi sono sempre tuffato
come in un cielo sicuro
e nel naso portavo il tuo odore
come una preghiera

E veleggiavi come un galeone
della Provvidenza quando il giorno
finiva in vapori di legumi
e la musica dei chitarristi serafini
non valeva lo schianto del cancello
e poi le scale e come un Dio
profumato di dolcezza arrivavi
scacciando il dolore a calci nel culo

Non chiedermi se possa un eroe
sfoggiare labbra sottili e sguardi lemuri
o timido portare con grazia
lo scherno degli uomini di mondo

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Scusi, dov’è il bar?

Oggi mi sento più o meno così. Lascia perdere il testo (molto bello, peraltro). Prendi la musica, prendi questo breve struggente malinconico assolo di chitarra, che suona come una domenica pomeriggio uggiosa d’autunno. Fa’ che sia l’autunno del 1983, lo stesso anno in cui uscì questo disco così imperfettamente perfetto; ma potrebbe anche essere l’86, o il ’90, o qualsiasi altro autunno di qualsiasi altra epoca triste. Le foglie umide, le luci nel buio, il freddo, il crepuscolo.

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Georgia, se mai passassi di qua, sappi che mi mancano le tue parole e il tuo blog, a cui – da vecchio blogger della web-era passata – ero molto affezionato.

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Narrazione fasulla vs aritmetica

trump-vs-clinton

Tutte queste analisi e riflessioni intelligenti talvolta intelligentissime sul trump frutto della marea populista, della rabbia degli esclusi, dell’odio per l’élite, della vampa antisistema… Eppure da giorni sto lì, rigido come un baccalà, a guardare i numeri, e mi pare che tutti quanti ci si stia raccontando una narrazione fasulla (quella spacciata dai vari salvini le pen grillo ecc.: falsa ma che a furia di essere raccontata diventerà vera) senza che nessuno o quasi sia così banale da dire la verità: cioè che trump – dei due candidati il meno votato – è innanzitutto il frutto del sistema elettorale americano.

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Sinistri sinistri

Conosco compagni così ideologicamente puri e moralmente intransigenti che, se anche i due candidati alla presidenza fossero Carlo Marx e Federico Engels, direbbero lo stesso: “Fanno schifo tutti e due”.

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Veritates more philologico demonstratae

“Presidente del consiglio non eletto…” -> Restituisci la tessera elettorale, deficiente.
“Non sono razzista ma…” -> Sei uno stronzo razzista.
“Voi buonisti…” -> Muori, testa di cazzo, che il mondo sta meglio senza di te.
“Perché non te li porti a casa tua…” -> Peccato che tuo padre non usasse il goldone.
“Ho letto sula gazzettadellasera che la Kyenge/Boldrini ha detto che bisogna festeggiare l’islam…” -> Perché David Bowie e non tu?
“Ci stanno invadendo…” -> Ma speriamo.

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KKK Italia

A Gorino di Goro (FE), sul Delta del Po, i cittadini fanno le barricate nella notte per impedire il passaggio del pullman che dovrebbe portare in paese dodici giovani donne africane, profughe o comunque migranti in attesa di asilo, che la prefettura vorrebbe alloggiare fino a febbraio in un ostello-bar.

Ogni atto fascista di questo genere costituisce un esempio, un precedente, e apre la strada alla diffusione di atti analoghi. In questo senso, forse bisognerebbe cominciare a trattare questi casi secondo categorie epidemiologiche, interpretandoli alla stregua di focolai epidemici e agendo in maniera conseguente.
Ma come si fa, visto che di persone e non di microrganismi si parla, a isolare la zona e a sradicare l’agente patogeno prima che esso si propaghi?

***

Non c’è solo Goro, non c’è solo l’atto fascista, l’impazzimento collettivo linciatorio, ma anche l’accoglienza, la solidarietà: lo si è visto, in questi due anni di emergenza migranti, e lo si continua a vedere, con le mobilitazioni dal basso, le raccolte di beni di prima necessità, la solidarietà capillare e diffusa nel quotidiano e nel tessuto delle nostre città: solo che, al di fuori dei momenti più eclatanti o mediaticamente spendibili, questo lavorio del bene non fa rumore. Insomma, ci sono tante persone, tanti cittadini, tanti italiani, tanta cosiddetta “gente comune” che non è “buonista” e non vive in super-attici isolata dalla vita reale (come vanno cianciando i razzisti nei loro squallidi deliri accusatori), eppure non si lascia agire dalla paura o dall’agenda politica dei mestatori d’odio.

Però. Però c’è anche Goro. C’è anche quello, quel grumo nero e chiassoso che da anni va crescendo come un bolo fecale nel ventre del Paese. Non solo qui in Italia, come mostrano le cronache. C’è anche il male, il sempiterno fascismo che costituisce la malattia morale dell’Europa e che ha vissuto per decenni in stato di latenza, come un’infezione a bassa intensità tenuta a bada così bene da farci dimenticare che l’agente patogeno non era morto.
C’è anche questo male, che oggi si chiama Goro e domani chissà.

E dunque, preso atto che i “buoni” esistono, vogliamo affrontare i “cattivi”?
E come?

***

Tra l’altro è atroce che adesso le barricate le facciano i fascisti.

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Autogestione, costruzione di reti dal basso, fuori dalle istituzioni e dalla loro tutela, percorsi rizomatici, nuovi modi di ricostruire il tessuto sociale sfilacciato dal terato-capitalismo neoliberista, forme di socializzazione, ri-socializzazione e convivialità attorno a cause “glocal”, cioè che coinvolgono la dimensione locale e la vita quotidiana e però nel contempo attengono alle grandi e drammatiche sfide globali…
C’è tutto quello che sognavamo / prefiguravamo / perseguivamo quindici anni fa come movimenti altermondialisti. Tutto. Persino le barricate, e persino i momenti conviviali. C’è tutto. Persino la grigliata dopo la battaglia.Tutto rovesciato. A Goro.
Che scherzo atroce del destino, per quelli di allora, per noi dell’altro mondo possibile. Che tranvata in faccia da parte della cruda realtà.

***

Io penso a come sarebbe stato bello, per quelle seicento persone su quella lingua di terra sperduta alla foce del Fiume, festeggiare il Natale 2016 con dodici ragazze in più, e magari anche qualche bambino. Alle torte che avrebbero potuto preparare la sera della vigilia e portare al bar ostello attraversando la nebbia e il buio tra le nuvolette di fiato e le pozzanghere, in fretta e furia, per tagliarle a fette ancora calde di forno davanti agli sguardi ingolositi. Ai festoni ritagliati alla bell’e meglio e appesi alle pareti dello stanzone con lo scotch. Ai brindisi, ai giochi, al vociare confuso, al miscuglio di dialetti del Delta e dialetti haussa.

Cosa si sono persi, tutti quanti, da una parte e dall’altra.

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