Miserabili prove di complicità morale

(La mattina di domenica 26 maggio 2022 i russi hanno bombardato Kyiv.)

Quattro mesi di guerra d’aggressione. Quattro mesi di torture, di stragi, di fosse comuni.
Stamattina mi sono svegliato con la notizia delle bombe su Kyiv.

Il primo pensiero è andato ai suoi abitanti, alle persone uccise o ferite, al popolo ucraino tutto che da quattro mesi è costretto a fronteggiare la ferocia del fascioimperialismo russo.

Il secondo pensiero è andato a me. Ho più paura o più rabbia? Di sicuro ho tanta paura, anzi un vero e proprio terrore. Ma la rabbia è molta, molta di più. Anzi un vero e proprio furore.

Il terzo pensiero è andato a tutti quelli che in questi quattro mesi mi hanno ammorbato con i loro nastri di San Giorgio, i loro roghi immaginari di libri russi, i loro nazisti del Battaglione Azov. A tutti quelli che il dubbio, l’equidistanza, la Nato, la frase da paceperugina o da ginostrada®, la paura onorevole, la resa onorevole, la pace sopra ogni cosa, la foto della curva di Belgrado, il negoziato, la resistenza era diversa, la bandiera sovietica sul Reichstag, Biden è un porco, Zelenskij è un mostro, anche l’Ucraina ha i suoi scheletri nell’armadio, Bandera, Majdan eterodiretta, buuu vergogna la propaganda ucraina, sventurato il paese che ha bisogno di eroi, Putin ha le sue ragioni, Putin bisogna ascoltarlo, Putin non bisogna umiliarlo, brutti cattivi che odiate Dostoevskij, armi agli ucraini? Guerrafondai dannunziani!, sia maledetta ogni patria, gne gne mi sono iscritta all’Anpi, ma allora vuoi che ci tiri l’atomica.

Stavo per scrivere cosa penso che dovrebbero fare di tutto questo loro ciarpame ideologico. Di questa putrida massa fognaria di gingilli retorici che serve solo ad alimentare la connivenza ideale con i carnefici. Mi sono trattenuto. Regola personale numero 1: mai scrivere sotto l’effetto del furore. Frenare l’impulso, aspettare che la mente riacquisti calma e lucidità.

Fino a qualche tempo fa, quando scrivevo, mi tormentava il pensiero di poter ferire in qualche modo gli amici che avevano un’opinione diversa dalla mia, per esempio semplificando troppo le loro posizioni, magari invece più articolate e complesse che in apparenza, o facendo un tutt’uno di cose diverse come il filoputinismo e il pacifismo. Leggevo ciò che scrivevano e ascoltavo ciò che avevano da dire cercando nei loro discorsi e nelle loro obiezioni qualcosa che mi aiutasse a scovare in me eventuali punti deboli.

Non ho trovato nulla di tutto ciò. Non c’era niente di buono, nei loro discorsi e nelle loro obiezioni. Erano, sono posizioni ripugnanti, eticamente indifendibili. Che sia per semplice stupidità e ignoranza, ottusa affezione a vecchi schemi mentali o paura del bullo: non mi importa, nessuno di questi tre casi costituisce un’attenuante.
Ho passato mesi a cercare di negare questa evidenza. Oggi non ho più remore a dirlo.

Ma in fondo non vorrei perdere troppo tempo e spendere troppe energie nervose su queste miserabili piccole prove di complicità morale. Sarebbe come sottrarre attenzione e vicinanza a chi ne ha bisogno e se le merita: le vittime, i resistenti, gli insottomessi. Sono con loro, sarò con loro anche se dovessero perdere (ma non perderanno).

La mia solidarietà non muta col mutare del fronte, col passare dei mesi, con l’accumularsi delle stucchevoli minacce russe di arma fine di mondo. Non muta perché nel battaglione Azov c’erano dei nazi o perché in qualche città ucraina hanno fatto una statua a Bandera. Non muta per colpa degli oligarchi ucraini o delle restrizioni ai libri e alle canzoni in russo.

Io sto con quelli che combattono in prima linea una guerra scatenata anche contro di noi. Noi schizzinosi, noi viziati, noi piangina, che non siamo migliori di loro, anche se siamo convinti di esserlo, ma solo più fortunati, perché sediamo comodi nelle retrovie (per ora).

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16 febbraio 2021

Morire da vecchio
ma in gamba non a letto
magari dopo aver lottato
su almeno qualche barricata

Fare in tempo a mettere
mia figlia nel futuro
morire solo in quel momento
sapendola in viaggio al sicuro

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Preghiera del mattino

Nel mio lacero collo infileresti
il tuo dito profumato
buon Gesù
caveresti con l’unghia tua santa la spina
Signore verresti a portar mattino?
Mi basta una carezza e io sarò salvato

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49

Sei tu dunque ancora qui perché chissà
di anno in anno sempre un po’ più spento
o discosto o concentrato su piccole
parti di cosmo o solingo minuscoli
sogni ma grandi sognante
e desideri formidabili ma sempre
più sfuggente assente sei tu dunque
ancora qui ancorché impaurito qui?

Prestocielo corritempo e sarà
domenica bass’ora festafine
barba auguri son quarantaquanti
evviva soffi torta guardi facce
di amati vecchi e tutto torna: nulla
torna indietro né com’era né come
sarebbe potuto essere (ψ)
(Dio guatando collassa la funzione)

Perciò adesso fa’ il bravo: ti rilassi
e senza nervoso pedali al sole
perché tutto a te è permesso azzardare
se nulla si puote e nel tempo che resta
ogni cosa è potente e cova stelle
e allora su su su forza de-sidera
come un trinciapollo strappa il perdée
tirala fuori da lì ’sta bambina

(18 giugno 2017, ma in fondo ancora valida.)

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Alla ricerca del nome perduto

Quando torno dai miei al paese, ogni tanto vado al cimitero. Sarà forse perché, quand’ero piccolo e passavo le giornate a casa della nonna, il giretto pomeridiano al cimitero era un rito quasi sacro, ma mi è sempre piaciuto passeggiare tra le lapidi e nelle colombaie, da solo, in quel silenzio minerale rotto solo in estate dal ronzio degli insetti.
Non prego mai, ma davanti alle foto dei miei morti cerco di recuperare dalla memoria frammenti di ricordi, voci, odori, colori.

Ma capita di rado. Per lo più, quando torno al paese, di pomeriggio pedalo. È il mio modo, in assenza di montagne, per uscire da me stesso e azzerare i pensieri. Vado in riva al Ticino, o nei boschi della Fagiana, oppure fino all’abbazia di Morimondo lungo l’alzaia del Naviglio per poi tornare passando per la Cerina (la grande discesa), Ozzero (Ösger nella lingua del posto) e Bugo (il cancelletto ingannevole è aperto per chi osa abbassarne la maniglia). A volte, se il tempo è clemente e mi sento in forma, mi spingo a sud fino alla Zelata di Bereguardo (qui passeggiava Antonia Pozzi, qui è sepolto il Dogui) o a nord fino a Turbigo (all’orizzonte le ciminiere della centrale termoelettrica, piccola Indastria lombarda). Ma se sono scoppiato, svogliato o troppo gonfio di cibo, mi limito a girovagare per le zone limitrofe di Habiate qui dicitur Grassus.

In questi giri di ripiego, nei mesi scorsi mi è capitato di imboccare una strada periferica che da Castelletto, costeggiando il Ticinello, si srotola sempre più stretta e sgretolata tra campi e cascine verso Caselle di Morimondo. L’ho percorsa con stupore, meravigliandomi di quanto fosse cambiata, di quanto fosse più costruita rispetto a una trentina di anni fa. È stato a quel punto che, continuando a pedalare in avanti, ho cominciato a viaggiare a ritroso nel tempo.

Era l’inverno del 1992-93, e quella strada la percorrevo in bici ogni settimana tornando da Milano dopo le lezioni alla Statale. Scendevo dal treno che era già buio, recuperavo la bici, superavo il passaggio a livello e mi inoltravo nella nebbia in quella periferia all’epoca davvero negletta. Ricordo che faceva un freddo bestiale, e che mi ero fatto comprare da mia mamma al mercato un passamontagna beige per riuscire ad arrivare a destinazione senza un principio di congelamento alla faccia. Percorrevo un lungo tratto non illuminato, costeggiato solo da campi. Poco prima del Mulino, sulla sinistra, in uno spiazzo solitario, sorgevano alcune grandi villette di nuova costruzione. Quello era il luogo. Andavo a dare ripetizioni di tutte le materie a una ragazzina poco più giovane di me. Era figlia unica di una coppia benestante: loro molto gentili e premurosi, lei una creatura fragile, minuta, timida. Aveva grossi problemi di salute e un lieve ritardo nell’apprendimento, ma con grande forza, dignità e pazienza continuava il suo percorso scolastico. Studiava ragioneria.

Ricordo che quell’estate le spedii una cartolina (all’epoca si usava ancora) da Mosca. Poi le cose della vita mi portarono altrove, e non tornai più a quel grumo di villette eleganti perse nel nulla.

Nei mesi scorsi, non trovandomi in condizioni di salute per così dire ottimali, durante le mie pedalate del sabato o della domenica al paese sono tornato spesso a percorrere quella strada. Facevo fatica a individuare con certezza il grumo di villette, ora che ne sono spuntati altri simili e che le case si contendono lo spazio ai campi erbosi con più convinzione. E mentre cercavo di sovrapporre le due topografie e rintracciare riferimenti che mi permettessero di ricostruire la topografia lacunosa di un trentennio fa, riandavo con la mente a quell’inverno così lontano e sepolto dagli anni fioccati dopo che, nel colabrodo della mia memoria, ha nel frattempo assunto i contorni sfocati di un sogno forse sognato davvero o forse solo immaginato.

Era aprile, due mesi fa. Mio fratello, che a volte pedala con me, può confermarlo. Ricordavo il freddo bestiale, il buio e la nebbia, l’interno caldo e ovattato della villetta, le ripetizioni di materie di cui non sapevo nulla, la ragazzina timida e un po’ tremante, il suo sguardo mite dietro gli occhiali spessi, la sua voce esile e dolce. Non riuscivo in alcun modo a ricordare il suo nome, e questa cosa mi tormentava. Sono perfino andato a frugare tra i miei vecchi quaderni, nella speranza di trovare da qualche parte un appunto, un indirizzo, un numero di telefono… Niente. Nemmeno sui taccuini che tenevo nel tascapane in quegli anni, tra la fine del liceo e l’inizio dell’università. Nella mia memoria si era aperta una piccola voragine, e il nome era sprofondato chissà dove. Impossibile recuperarlo.

Dicevo che mi piace ogni tanto fare un giro al cimitero. Sabato scorso ero lì. Attraversavo il campo centrale sotto un sole già fin troppo estivo prima di piegare a destra e tuffarmi nell’ombra, nell’angolo riparato dove riposano il mio bisnonno e il mio prozio, e dove una mia cara amica è da ventitré anni una foto sorridente e ormai un po’ scolorita. Proprio prima di svoltare, l’occhio mi è caduto del tutto casualmente su una lapide nuova, appena posata, e sulla foto non ancora incorniciata che le era stata appiccicata con lo scotch.
Era lei. Non poteva che essere lei. Era la ragazzina con gli occhiali. Ho letto il suo nome, e di colpo la piccola voragine della memoria lo ha risputato fuori. Sì, è vero, si chiamava così.
La piccola ragazzina un po’ tremebonda presente per sempre nel passato, immortalata nel flusso del tempo nei suoi difficili sedici anni e nei miei tormentati diciannove, era lì, a pochi passi da me, sotto una lastra di marmo grigio scuro, nella terra umida. Era lì e non era più lì.
È morta ad aprile, negli stessi giorni in cui passavo davanti a casa sua cercando di ricostruire il puzzle di quell’inverno lontano.

Ora che ho il nome, e questa coincidenza spiazzante di ricerca e morte, mi domando senza davvero potermi rispondere cosa sono stati per lei questi trent’anni di vita. Attraverso quali gorghi e correnti sottomarine è passata, o quale cantilena di stagioni cechoviane l’ha cullata portandola con sé piano piano dalla sua piccola steppa periferica a questo camposanto di quiete provinciale.

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Every year is getting shorter

Questo giorno interstiziale di strade semideserte e rumori ovattati e uccelli sugli alberi alti del palazzo di fronte sembra fatto apposta per riportare a galla frammenti di vecchie cose naufragate, cascami di un’altra vita, di un altro tempo.
Ho lavorato un po’, cazzeggiato abbastanza, bevuto molto caffè solubile. Oggi mi sento come un certo passaggio dell’assolo di Time, 4:06-4:43, ho quella consistenza liquida e malinconica.

L’anno scorso in questi giorni di giugno ero a zonzo per le mie campagne, poi tornato a casa ho scritto una scemenza, sono andato a cercarla nel file delle poesie proprio per questa sensazione di veder riemergere eccetera…

Passano vele lontane
se guardi all’orizzonte
sull’erba del mare

La risacca porta a riva
strani oggetti lisci
biglie gusci tra collane
di gramigna cicche
e tappi di bottiglia

cose che avevano un nome
e una funzione amorosa
nel mondo tuo questo di allora

Sei tu quella capocchia nera
controluce sulla prora
senza macchie ancora al collo
nella pasta madre molle
del tempo e dello spazio

horatio nelson o pirata
sul vascello bicicletta
un pomeriggio d’estate

Mi ricordo il fervore, oggi che sono tutto schiacciato dentro il meccanismo dei doveri ordinari, dico il fervore dentro e il brillare fuori, delle cose, del mondo. Metto da parte nei ricordi il brutto, per far risaltare il bello e indorarlo come le tegole dei tetti nell’ora in cui il sole ingialla e la luce si assottiglia. Com’è stupido il meccanismo dell’universo, questo suo voler a tutti i costi procedere senza ritorno.

Poi frugando nel file con tutte le scemenze che ho scritto dall’inizio della pandemia, ne ho ritrovata un’altra che, per una curiosa coincidenza, avevo scritto sempre a giugno, ma due anni fa, e sempre dopo aver pedalato nella calda buascia di fine primavera.

Faccio di nuovo la lunga discesa
tra i campi di granturco e la boscaglia
in bicicletta a briglia sciolta
come trentun anni fa

Come allora lascio andare i freni
e in quella pazza accelerazione
a solo un soffio dal volo mortale
tocco la massima velocità

E mentre sfreccio mi tornano in mente
i capelli il sorriso la maglietta
e tutto quello che ero nel corpo
e nell’anima in pubertà

Quanto è uguale a sé nel ricordo il mondo
la luce dell’aria l’odore
di merda buona e vegetale
quant’è cambiato tutto niente in me

Torneranno mai, mi domando, ma senza esagerare in trepidazione, quel fervore e quel brillare, quel senso di attesa e quella fantasia di stare nel mondo come un ragazzo ardennese?

(Il fatto che io abbia questo file di quasi trecento scemenze, un romanzo forse nascituro, uno chiuso a dormire in un cassetto e un altro così lungo che solo dio sa se riuscirà a raggiungere il finale, può essere un segno che ancora bla bla?)

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Il padronato dei sogni

O del vagare per Milano di sera.

Alle dieci passate, non sapendo bene cosa fare della mia vita, esco a fare un giro per il quartiere, senza darmi la pena di sistemarmi. Esco così come sono, con i sandali rotti e i calzoni da lavoro, con i tasconi comodi per metterci il gel disinfettante e le chiavi. È una sera come tante di un giorno feriale, ma fa caldo quasi come in estate e i locali rigurgitano di gente. Ci passo davanti, fendendo la folla stipata sui marciapiedi o facendo lo slalom tra i tavolini di improbabili dehors incistati alla bell’e meglio tra le auto parcheggiate in sosta vietata e i bidoni della differenziata. Guardo le persone oltre le vetrine e mi sembrano pesci tropicali immersi in grandi acquari scintillanti di luci o nereggianti di maestose e romantiche penombre, ma non capisco bene da quale parte del vetro mi trovo. Sono ventenni, trentenni, qualche quarantenne, un quasi cinquantenne – riconosco da alcuni impercettibili dettagli la vicinanza anagrafica – invecchiato male in quanto a circonferenza ma apparentemente a suo agio con il calice in mano, due anelli sulle dita e mocassini blu vellutati da cui spuntano le caviglie nude. Le ragazze sono vestite leggere ma bene, truccate abbastanza ma bene, pettinate con noncuranza ma bene. I maschi sono profumati, tatuati, statuari. Li spio di sottecchi e mi paiono tutti più alti di me, come se nel giro di una generazione la razza avesse conosciuto una prodigiosa modificazione genetica della statura media. Li guardo passando, dicevo, mentre bevono un cocktail o agitano la mano, e di colpo mi sembra di essere scagliato per una specie di sortilegio in una di quelle illustrazioni ottocentesche da libro di Dickens o Hugo, dove si vedono dei poveracci, bambini o vecchi cenciosi, che spiano con aria mesta dal vetro le sale di qualche ristorante di lusso, pieno di ricchi impegnati a succhiare ostriche e a tracannare champagne, grassi uomini in cilindro e stiffelius, dame sottili avvolte in vesti leggere dalle pieghe sinuose, imponenti matrone catafratte nelle loro pellicce, bellimbusti dai capelli impomatati e i baffi a manubrio. Questa, penso, deve essere una riedizione aggiornata al secolo ventunesimo, con i tattoo al posto della lorgnette e le sigarette elettroniche al posto dei lunghi bocchini.

Fuori dai locali c’è ancora un certo viavai di rider. Anche loro fendono la folla, con il collo lucido di sudore per la pedalata. Sembrano provenire da una dimensione parallela, che solo occasionalmente collide con questa, come se il tratto compreso tra il marciapiede dov’è parcheggiata la bici e il bancone da cui una cameriera mascherata si sporge tenendo sollevato il sacchetto con le pietanze fosse un portale o un wormhole. Pigramente mi domando se per caso non mi trovi anch’io in un’altra dimensione, molto vicina e quasi sovrapposta ma in ogni caso non comunicante, se non in termini di gravitoni (sciami di gravitoni attraversano il bulk e vagano di mondo-brana in mondo-brana, gli unici pellegrini a cui è concesso di esplorare il multiverso – e nemmeno sappiamo se esistano davvero).

Il rider esce con il sacchetto, lo infila nel box termico e riparte. Tozzo, con i calzoncini al ginocchio da cui spuntano due gambe corte e robuste, scure come può esserlo la pelle di un bengalese, sparisce sobbalzando sul pavé lungo la traccia luminescente dei binari del tram. Qui a Savannah Reboot, mi sorprendo a pensare, gli schiavi portano manicaretti ai signori non in sella a un ronzino ma a cavallo di una bici elettrica. Mi immagino la scena, il citofono, il clic che apre il portone, il tizio che gli va incontro nell’androne di qualche condominio dalla facciata appena rifatta tra viale Montenero e via Cadore, con i calzoncini al ginocchio e l’aria stropicciata ma insolentemente figa, il tatuaggio immancabile sul polpaccio o sull’avambraccio. Il sacchetto passa di mano in mano, con il suo contenuto di pesce crudo e alghe.

Passo come un legionario romano alle forche caudine tra due ragazze che fumano fuori dal locale. Una fa: “Amo, se vuoi dirglielo, devi farlo al momento giusto…”. Sì ma, Amo”, risponde l’altra, “lo sai che è complicato…”. È curiosa l’intensità con cui questo modo di chiamarsi, “Amo”, mi faccia vomitare. Perché ci sono parole o espressioni che odiamo istintivamente e senza pietà, con ferocia pre-razionale e in maniera del tutto fanatica? Da cosa nascono queste idiosincrasie verbali?

Siccome non so rispondermi, cerco di togliermi dalla mente la vocetta strascicata della bionda che dice “Amooo” e mi concentro sugli sciami di gravitoni ipotetici.

Incrocio un vecchio che sta facendo pisciare il cane e intanto guarda con occhi vuoti la gioventù ormonata sul marciapiede di fronte. La sua, mi dico, è una dimensione ancora diversa ma molto più distante, forse nemmeno più parallela, forse messa di sghembo, in un angolo, a una distanza tale da impedire la minima frizione, il minimo contatto.

Più avanti c’è un posto dove servono solo tartare di cammello, di renna, di canguro, di zebra, di bisonte (il manzo è cheap, a meno che non sia di Kobe). Sembra che a Milano il pesce crudo stia lentamente perdendo la guerra contro la carne cruda di mammiferi esotici. Sembra che a Milano si sia verificato un melange virale tra il crudismo e il carnivorismo.

Le luci alle finestre sono gialle, rosse, viola, azzurre. La guerra sembra lontanissima, la pestilenza quasi del tutto obliata.

In una viuzza stretta e poco frequentata passo di fianco a un bizzarro complesso residenziale, forse ricavato da una vecchia fabbrica. È affascinante, con porticine di colori diversi che si affacciano direttamente sul marciapiede. Fantastico sempre di andarci a vivere, ma è una chimera priva di sostanza, in primis monetaria. È ora di tornare. Domani bisogna andare a lavorare, mica siamo qui per cazzeggiare guardando il mondo da un oblò. Siamo qui per sopravvivere e barcamenarci, per metter via un soldino e contribuire alla crescita dei dividendi del padronato.

Però il padronato dei sogni, penso girando la chiave nella toppa, quello proprio non mi riesce di abbatterlo. Ci lavoro volentieri, per lui. Anche se da un po’ sono in cassa integrazione.

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La guerra, il pacifismo, la mia stupidità

La mattina del 24 febbraio, con l’inizio dell’aggressione russa, ho dato per scontato che l’unica reazione unanime sarebbe stata di vicinanza alle vittime e condanna degli aggressori, senza pelosi distinguo. E invece, quasi subito, ho scoperto con stupore (la correlazione etimologica di “stupore” e “stupidità” è palese) che no, non era così, che non sarebbe stato così.

E dopo la pubblicazione degli articoli russi sulla purificazione etnica dell’Ucraina, il discorso di Putin allo stadio di Mosca e le minacce atomiche del Cremlino, ho dato per scontato che anche chi esitava a condannare senza riserve l’aggressione avrebbe capito la posta in gioco, colto nelle sue dimensioni il male del putinismo e appoggiato l’unica opzione onorevole date le circostanze: il sostegno anche militare alla resistenza ucraina. E invece no: ho visto al contrario moltiplicarsi il panico, i distinguo, le reprimende contro le vittime, colpevoli di “battersi per la patria”, i vacui appelli a una “pace” astratta e totalmente inservibile.

E quando abbiamo cominciato a vedere con quale coraggio disperato gli ucraini resistevano al carnefice, ho creduto che quel loro coraggio avrebbe commosso e convinto anche i più spaventati, che avrebbe fatto loro coraggio. E invece quel coraggio è stato accolto con astio e manipolato per farlo diventare una bruttura: gli ucraini fanatici, bellicisti, nazionalisti, nazisti…

E quando è stato chiaro a tutti senza ombra di dubbio che era la Russia a non voler negoziare, ho pensato che anche i ricalcitranti avrebbero compreso chi non voleva la pace. E invece no, ho sentito sempre più voci levarsi a dire che erano gli ucraini a non volersi sedere a un tavolo, che erano loro a volere la guerra, che ci stavano trascinando in un conflitto mondiale.

E quando sono uscite le immagini della strage di Buča ho creduto che anche chi fino a quel momento si era rifiutato di vedere la realtà avrebbe aperto gli occhi, e si sarebbe indignato contro la Russia. E invece ho sentito gente comune e fior di intellettuali parlare di messinscena e fare apologia del dubbio.

Qualche giorno fa, una persona colta e intelligente che ha letto le mie riflessioni delle scorse settimane ha detto che “sono per la guerra”.

In fondo, il senso del mio sgomento sta tutto nella mia ingenuità, che sconfina nella stupidità.

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Per Sergio Ramelli

A Milano il sindaco Sala ha partecipato alla cerimonia ufficiale di commemorazione dell’omicidio di Sergio Ramelli. Anni fa già Pisapia aveva fatto lo stesso, alimentando analoghe polemiche: ma come? Dei sindaci di centrosinistra gomito a gomito con i (post)fascisti per ricordare un fascista?

Ne ho già scritto (e riscritto) su Facebook qualche anno fa, provo per l’ennesima volta a ridirlo, spero ancora meglio.

Sergio Ramelli sarà anche stato fascista (ma stiamo parlando di un adolescente iscritto al MSI, non di un membro dei NAR o di un ordinovista), e magari era pure una testa di cazzo, o forse invece era un bravo ragazzo. Del resto, i tempi erano feroci per tutti, e la ferocia non era un’esclusiva di quella sola parte politica o ideologica. Resta il fatto che si trattava di uno studente dell’ITIS di diciotto anni (e quanto si può essere teste di cazzo a diciott’anni? E chi non lo è stato?). Non di uno che metteva le bombe o faceva spedizioni punitive. La sua sola colpa erano le sue idee politiche di merda.

Ramelli, che già aveva subito un paio di aggressioni, tanto da dover cambiare scuola, scrisse un tema in cui condannava le Brigate Rosse. Il tema fu sottratto al docente e appeso sulla bacheca dell’istituto. La gogna per i fasci.

Dei militanti comunisti (le cui idee non so se fossero di materia tanto più nobile) che neppure lo conoscevano lo aspettarono sotto casa e gli spaccarono il cranio a colpi di chiave inglese (le chiavi inglesi usate pesavano tre chili e mezzo). Due gli esecutori, dieci in tutto i geni che architettarono quell’impresa eroica e tanto utile alla causa del proletariato mondiale: un agguato non meno vile delle spedizioni omicide delle squadracce fasciste.

La notizia dell’agguato arrivò in consiglio comunale, dove le cronache narrano che una parte dei consiglieri di sinistra esplose in un applauso di soddisfazione.

Ramelli, con la calotta cranica sfondata, prima di morire agonizzò per quarantasette giorni, alternando stati di coma a momenti di vaga lucidità.

Se non si fosse capito: morì dopo un’agonia non di quarantasette minuti, che sarebbero già un’infinità, ma di QUARANTASETTE GIORNI.

(I suoi assassini, membri di Avanguardia Operaia, erano all’epoca dei fatti quasi tutti studenti di medicina o medici praticanti. Insomma, Avanguardia mica troppo Operaia. Furono acciuffati solo una decina di anni dopo. Processi, condanne, sconti di pena ecc. Qualcuno poi ha continuato a fare carriera nella medicina.)

Ecco, a me riesce impossibile non sentire un istintivo moto di pietà e vicinanza umana per quel povero ragazzo, con cui probabilmente non avrei avuto nulla da spartire, che anzi forse avrei schifato… Ma chissà, poi? Ne ho avuti anche, di amici, benché in tempi molto meno feroci, che facevano i fasci e con cui nonostante tutto mi trovavo umanamente bene. Che erano generosi, e buoni, nonostante ecc.

Lo ripeto. Pietà e vicinanza umana per un povero ragazzo che aveva diciotto anni come anch’io ho avuto. So bene cosa significhi avere quell’età e avere una passione e un fervore. Che sia il fascismo, il comunismo, l’anarchia o la bohème beatnik. So bene quanto si è stupidi e immaturi e ardenti.

Ma sì, lo so, erano anni che oggi fatichiamo a immaginarci. E chi può dire cosa saremmo stati o cosa avremmo fatto se fossimo stati ragazzi nei Settanta. Ma so anche che per indole tendo sempre a sentirmi fratello e compagno delle vittime. Che siano le masse oppresse, i popoli aggrediti o un adolescente fascio ammazzato come un cane sotto casa per un tema scolastico e una tessera di partito.

(Il che non significa, come mi scrisse ai tempi del mio post originario un kompagno duro e basta, “sdoganare quelli che hanno voluto le stragi”. Né mi pare di “meritarmi i fasci sotto casa”, come mi disse un altro kompagno ancora più duro – nel senso toscano del termine.)

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Perché si odiano gli ucraini

Ragionavo sul perché, di fronte a un esempio di guerra d’aggressione così smaccato, molte persone si ostinino a non prenderne atto, a manipolare la realtà, a insinuare o ad affermare platealmente che gli aggrediti sono i responsabili o addirittura i principali artefici della carneficina.

In queste settimane mi è capitato di leggere di tutto. “Gli ucraini sono insopportabili, hanno rotto le palle”, “quei pazzi degli ucraini non vogliono negoziare, “il comico sanguinario vuole trascinarci tutti nella guerra atomica”… E il comico sanguinario era Zelenskij, non Putin.

C’è la paura, certamente. Una paura tremenda che la guerra si allarghi e si trasformi in conflitto mondiale, in olocausto nucleare. La fine del mondo, che da anni inutilmente gli scienziati dell’IPCC cercano di farci entrare in testa, all’improvviso diventa concreta, una prospettiva non più relegabile in un angolo poco frequentato della coscienza. La paura rende egoisti, è un meccanismo basilare, umano ovvero animale, comprensibile (io confesso di aver passato i primi giorni di conflitto in uno stato di disperazione prossima al panico).

C’è una buona dose di antiamericanismo, condiviso in buona sostanza sia dalla sinistra radicale sia dalla destra estrema. E c’è il suo gemello complementare, il filo-putinismo, che accomuna i nostalgici del comunismo stalinista e gli innamorati dell’imperialismo, del nazionalismo, del totalitarismo di stampo fascista.

C’è sicuramente, da anni, anche una penetrazione scientemente condotta della propaganda russa nell’opinione pubblica, attraverso la cooptazione di figure di rilievo della politica e del giornalismo da una parte, e dall’altra tramite la diffusione capillare di fake news et similia via internet, per lo più in chiave sovranista, xenofoba, antisemita e antieuropeista.

Eppure, credo che ci sia anche altro. Una specificità tutta italiana, mi pare, che va oltre l’umana reazione di paura e negazione o distorsione della realtà che salva (apparentemente) dal panico e dall’impazzire per l’altrimenti insopportabile peso del reale.

C’è un enorme senso di disagio, di fastidio e persino di risentimento nei confronti del popolo ucraino. Un astio che a volte si coagula nella figura di Zelenskij, ma solo perché questi si trova oggi a rappresentare istituzionalmente la sua nazione.

Questo fastidio livoroso si manifesta in maniera raffinata o grossolana.

La maniera grossolana la trovo nelle persone comuni, come me, più o meno colte, più o meno interessate alla politica, non specializzate, che si limitano come me a esprimere le proprie riflessioni (in umiltà e sincerità) in un post sui social o in una conversazione faccia a faccia.

È quella dei “né né”, del “Premesso che Putin non mi piace, ma…” a cui seguono quasi soltanto reprimende contro gli ucraini e/o contro il loro presidente, reo di non voler trattare, di non volere la pace, di chiedere più armi.

La maniera raffinata la ritrovo nelle parole di certi esponenti della sinistra intellettuale, impegnata, pacifista. Si ammanta di discorsi buoni e civili sulla pace senza se e senza ma (ma chi mai sarebbe così scemo o così pazzo da preferire la guerra alla pace?). A volte, per esempio, si lascia andare a esercizi moralistici da adolescente affetto da surplus retorico (il che è perdonabile a sedici anni) su quanto sia abominevole il concetto di patria.

Scriveva qualche settimana fa Cecilia Strada (che stimo incondizionatamente per il suo impegno umanitario): “E se la vita umana fosse più importante della ‘Patria’? E se riuscire a veder crescere i propri figli fosse più importante che combattere per la propria nazione? Guardo le donne e i bambini che lasciano l’Ucraina e penso ai padri, fratelli, amici che non possono farlo insieme a loro. Sento il cuore pesante: credo che ognuno dovrebbe poter scegliere di andarsene, scappare, anche disertare. La vita, per me, conta più di qualunque Patria”.

Ora, soprattutto per chi è cresciuto con una certa idea internazionalista dell’umanità, parole del genere inducono un meccanismo pavloviano di immediata adesione. Il problema è che sono scivolosissime e sono il frutto senz’altro involontario di una distorsione della realtà: perché in Ucraina nel 2022 non si combatte per la propria nazione, o non solo, si combatte di gran lunga di più per la propria sopravvivenza. Dire che gli ucraini combattono per la propria patria è indicare la punta dell’Iceberg e ignorare bellamente la sua parte nascosta.

Ricordo un post su Facebook prontamente cancellato (o reso privato) del direttore di Radio Popolare che avrei potuto scrivere io a sedici anni, nel pieno del fervore ormonale. Era una specie di invettiva contro il concetto di patria (nei cui confronti evidentemente molta sinistra di origine anarchica o marxista ha qualche problema, poiché tende a identificare tout court due concetti profondamente diversi come patriottismo e nazionalismo). “Maledetta sia ogni patria”, diceva.

Vallo a dire agli abitanti di Mariupol, di Kyiv, di Kherson, di Borodjanka, di Buča, vorrei dirgli io adesso.

Vallo a dire ai partigiani, che tra loro si chiamavano “patrioti”.

Come definire l’atto di dire a uno che si difende contro un esercito invasore, che bombarda, stupra e massacra, “la vita è più importante della tua patria”?

(A proposito, la rivista dell’Anpi si chiama “Patria indipendente”.)

“Chi vuole morire per la patria lo faccia in fretta”: come definire l’atto di esibire una scritta murale di questo tenore sul proprio profilo social negli stessi giorni in cui un popolo viene aggredito da una potenza che sui propri canali informativi ufficiali parla placidamente di purificazione totale?

Un popolo – non un presidente, non un comico a libro paga degli yankee, non semplicemente un esercito con le mostrine e e le trombette, non solo un battaglione di neonazisti – che soffre sotto le bombe, che viene abbattuto per strada, torturato, violentato, e che sì, lotta e finanche muore.

Per difendere – cosa? La patria, anche. Sì. Che non è solo la parolaccia che tutti noi di sinistra abbiamo imparato a conoscere e a rifiutare. Ma è anche, e forse soprattutto, la propria città o il proprio villaggio, la propria casa, la propria Heimat, il posto dove si sente di avere le proprie radici. O persino la cantina dove sono nascosti i propri genitori, i propri figli.

(Per inciso, “morire per la patria” è esattamente quello che stanno facendo i soldati russi, oltre naturalmente a “uccidere per la patria”: quest’ultima cosa ci auguriamo che finisca in fretta. E anche la prima, in un modo o nell’altro.)

Il fatto è che sono saltati i loro schemi. Per continuare a usarli, devono costringersi a pensare al conflitto ucraino non come a una guerra d’aggressione e d’invasione (cosa che è in modo addirittura emblematico), ma come a una guerra vecchio stile tra due potenze nemiche inebriate di nazionalismo opposto e speculare che schierino ai due capi del campo d’onore la loro carne da cannone (cosa che non è nella maniera più assoluta).

In generale, dunque, cosa rimproverano tutti costoro a Zelenskij e agli ucraini, se non l’ostinazione a resistere all’invasore? È questa cocciutaggine a non arrendersi, a lottare per salvare la propria libertà, la propria identità e la propria vita (in senso letterale) ciò che fa scandalo.

Fa scandalo soprattutto tra gli italiani, perché si configura come una radicale messa in discussione di ciò che siamo come popolo. È uno schiaffo alla nostra ipocrisia.

Gli ucraini che si ostinano a combattere contro un persecutore più forte e cattivo, cioè a volersi salvare, chiamano in causa il nostro essere nel mondo come collettività. Sono una critica implicita al nostro carattere nazionale. Ci buttano in faccia senza volerlo tutti i nostri principali difetti: l’incapacità di prendere nulla sul serio tranne le sciocchezze, la tendenza a ridere di tutto, la codardia travestita da furbizia, il campanilismo, il servilismo, il vittimismo, l’arte del piagnisteo e del compromesso, l’abdicazione di ogni impulso pericolosamente vitale in cambio di una rassicurante vita vegetativa, l’attitudine a salire sul carro del vincitore, la scelta di stare sempre dalla parte del bullo per paura di finire bullizzati, il terrore di prendere una posizione da cui non ci si possa dissociare un attimo dopo.

Siamo un popolo che ha costruito la propria identità sui propri difetti e un senso della patria in negativo.

Quanto può fare orrore e rabbia, in una dis-comunità del genere, vedere una comunità dar prova di coraggio, ostinazione e refrattarietà a ogni compromesso di fronte non a un’offerta di trattativa, ma all’aut aut tra la vita e la morte?

In tutto questo, fa impressione che persino la lotta partigiana – uno dei pochi momenti in cui l’Italia, per mano di pochi coraggiosi dalle idee più disparate, ha redento i propri difetti storici – venga strumentalizzata e trasformata in un fantoccio ridicolo, in una pagliacciata, in un pretesto per riproporre quel “né né” che nasconde (maldestramente) la voglia di urlare agli ucraini: “Per Dio, arrendetevi, cessate di esistere, smettetela di volervi vivi-nella-morte e di sbatterci in faccia la nostra morte-in-vita!”.

La paura che la guerra si allarghi, dicevo. Se solo gli ucraini si arrendessero, se solo per il bene di tutti rinunciassero alla pretesa di sopravvivere…

Spiace dirlo, ma quella guerra che non è solo contro gli ucraini, bensì contro tutti noi, è già cominciata e non si fermerà nemmeno se gli ucraini verranno schiacciati e polverizzati. E a scatenarla non è stata la Nato, o la Trilateral, o qualsiasi altra eggregora generata dal monismo cospirazionista. A volerla e a scatenarla è stata la Russia di Putin.

Bisognerebbe, prima o poi, farsene una ragione.

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Drang nach Westen

È vero che i paragoni storici sono scivolosi, ma mi è difficile non percepire una consonanza tra certe parole d’ordine e tendenze storiche del Reich tedesco (compreso il Terzo) e la Russia attuale.

Il programma neoimperiale del Cremlino adombra una specie slavo-ortodossa del Lebensraum (spazio vitale) germanico.

La spinta verso Occidente che si materializza sempre più chiaramente nelle parole e negli atti del putinismo si delinea come il corrispettivo opposto e speculare del Drang nach Osten germanico: Drang nach Westen.

Persino la Zeta sembra imitare tetramente la croce uncinata: è una “Zvastica”.

Mi rendo conto che la storia non si ripete sempre uguale, e soprattutto mai davvero come una farsa, ma sempre come una tragedia. Tuttavia, alla luce dell’oceanico raduno putinista allo stadio di Mosca, delle teorie genocidarie formulate in modo candidamente schietto dagli ideologi eurasiatisti del Cremlino, e soprattutto dei discorsi sempre più espliciti e precisi di Putin, di cos’altro abbiamo bisogno per capire l’obiettivo strategico della Russia?

Annessione dei territori storicamente assoggettati all’impero russo prima e all’Unione Sovietica poi. Oltre all’Ucraina, essi comprendono come minimo la Polonia orientale, i Paesi baltici e la Moldavia.

Pulizia etnica nei territori conquistati (o “riconquistati”, come direbbero loro). Non ci si crede? Si guardi a quello che sta succedendo in Ucraina. La Russia ha un modello forte, in questo senso, sia nel proprio passato sia nell’ingombrante vicino cinese (vedi alla voce uiguri).

Estensione della zona di influenza agli Stati un tempo membri del Patto di Varsavia: tutta l’Europa orientale, più la Serbia non più titina.

Disgregazione politica ed economica dell’Unione Europea.

Su quest’ultimo punto, è curioso che i difensori delle ragioni di Putin si riempiano di continuo la bocca di teorie complottiste sulle rivolte telecomandate (dalla Siria a piazza Majdan) e sulle strategie di allargamento della Nato, mentre dimenticano completamente la sistematica azione di disturbo e infiltrazione condotta dalla Russia almeno a partire dal 2014 in tutte le principali nazioni occidentali. Dimenticano i finanziamenti nascosti ai partiti e ai movimenti sovranisti, l’enorme guerra di propaganda telematica che da anni infetta la Rete e orienta le opinioni pubbliche in senso xenofobo, euroscettico, antiscientifico. Dimenticano le ingerenze che hanno molto probabilmente aiutato la Brexit e l’elezione di Trump nel 2016.

Perciò, quella che stanno combattendo gli ucraini non è, o lo è solo in minima parte, una guerra per procura, come vorrebbero molti fanatici dell’antimperialismo occidentale, che nella loro mentalità ideologicamente intossicata e cospirazionista vedono in ogni guerra e finanche in ogni ribellione una proxy war o un lavoro di false flag da burattinai del complotto capitalista plutogiudaico USA-NATO. Quella ucraina è una lotta di resistenza e per la sopravvivenza, da parte di uno Stato e di un popolo sovrani aggrediti con ferocia. Ma è anche altro: gli ucraini stanno resistendo per noi, sono il primo argine. Se cede quello, se si danno per vinti come certi pacifisti a senso unico stanno ignobilmente chiedendo loro, più ancora che se venissero sopraffatti dopo una dura lotta come quella che stanno conducendo, la hybris di Putin ne uscirebbe ancora più forte e feroce.

Cosa ci serve ancora per capire che, se l’argine ucraino cedesse senza combattere, senza difendere non una patria, come dicono alcuni manipolando viscidamente parole e concetti, ma la propria casa, la propria dignità e la propria libertà, la Russia di Putin dilagherebbe portando l’incendio sempre più nel cuore dell’Europa?

Non ci bastano le stragi di civili, i massacri, le fosse comuni? O vogliamo continuare a chiudere gli occhi e a raccontarci la favoletta dell’operazione di propaganda? Davvero c’è qualcuno che ha il coraggio di negare l’evidenza? Di dire “non è successo per davvero” o “sono stati gli stessi ucraini”? Che provi a ripetere le stesse cose a Dachau, a Mauthausen, ad Auschwitz…

Davvero non riusciamo a immaginare cosa sarebbe dei Paesi baltici, delle nazioni liberatesi appena trent’anni fa dal giogo sovietico, della Moldavia (Chişinău era Kišinëv, ai tempi degli zar, e per Putin in sostanza dove c’è un russo c’è la Russia), delle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e dell’Asia centrale?

Davvero non ricordiamo che la Polonia orientale è stata per quasi un secolo e mezzo territorio sottomesso all’impero russo?

Davvero non riusciamo a capire che i fragili equilibri delle nazioni ex jugoslave potrebbero andare in frantumi accendendo un nuovo focolaio di guerra nel cuore dell’Europa?

Cosa ci serve ancora, se nemmeno le parole quanto mai esplicite di Putin riescono a farci capire l’entità del pericolo? Che Putin ci faccia i disegnini?

(Mi chiedi: e allora come si fa a fermare questa guerra?

E io ti rispondo, con il cuore spezzato: non si può più fermare.

Ma di questo parlerò forse un’altra volta, se ne avrò la forza.)

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La guerra squaderna ogni cosa

Sono tempi strani. Strazianti, anche. Di strappi, capovolgimenti e svelamenti.

Gli eredi dei partigiani democristiani parlano di aggressori e aggrediti, del diritto degli aggrediti di difendersi, di legittimità della resistenza armata.
Gli eredi dei partigiani comunisti cincischiano, chiedono la pace, in fondo in fondo si capisce che per loro è colpa soprattutto della Nato e degli aggrediti. Sono di fronte al più smaccato esempio di neonazismo dalla seconda guerra mondiale e non vedono niente.

I compagni comunisti, socialisti libertari e anarchici dei paesi est-europei e baltici scrivono appelli accorati ai loro compagni occidentali chiedendo di smetterla con la manfrina della Nato causa di tutti i mali, denunciando il progetto imperialista russo di conquista e sterminio, rivendicando il diritto e il dovere della resistenza armata.
I segretari di partiti comunisti italiani scrivono tweet negazionisti chiedendosi Chissà se poi le stragi di civili in Ucraina son davvero vere e davvero colpa degli invasori.

Di fronte ai massacri di civili, organizzazioni umanitarie benemerite pubblicano comunicati paraculi di indecente cinismo e insopportabile pressappochismo: “Eh, cosa volete, cosa vi stupite? Sveglia, la guerra è questa cosa qui, noi modestamente lo sappiamo bene e perciò vogliamo la pace e schifiamo la guerra”.

Intellettuali colti e attivisti di sinistra condividono post e appelli di ex inviati di guerra di destra. Slam poets zapatisti condividono articoli di cospirazionisti putinisti. Militanti pacifisti chiedono alle vittime di violenza di arrendersi per il bene di tutti e perché un po’ se la sono cercata.

Per me si compie una rivoluzione iniziata più di dieci anni fa, con le primavere arabe e le prime rivolte, in Libia e in Siria. Quando persone con cui fino al giorno prima avevo creduto di condividere visione e sentire hanno cominciato a sputare sui ribelli e a parteggiare per i tiranni. Quando esterrefatto ho cominciato a leggere difese di Gheddafi e Assad, e infamate contro le rivolte popolari su giornali comunisti e su siti pacifisti.
Questi dieci-undici anni sono stati una successione ininterrotta di delusioni piccole e grandi, di microrotture sempre più fitte con un mondo cui mi legavano (così credevo, ingenuamente) una consonanza e una militanza ideale fin dai tempi di Seattle e Genova.
La guerra in Ucraina è per me, anche, la spaccatura definitiva. La parte che non si schiera o che si schiera con il neonazismo russo non è la mia parte. E’ la mia avversaria e la osteggerò sempre, con tutte le mie forze.

(O forse chissà, tutto è cominciato molto prima ancora, quando davanti alla gente che si lanciava dalle Twin Towers in fiamme certi compagni mi bacchettavano la pietas fuori luogo dicendomi appunto “Se la sono cercata”).

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La festa, le punture, la vita ritrovata

Ieri mattina attraversando Milano guardavo la gente affollare il parco Ravizza. Runner, famiglie a passeggio, coppiette.

Sono andato ad Abbiategrasso a trovare i miei. In paese c’era la festa: giostre, bancarelle, palloncini, il Diavolo del torrone. Gruppi di adolescenti tamarri, acneici, limonanti, assiepati intorno all’autoscontro Contardi, quello della tecno a palla e della nebbia artificiale.

A pranzo dai miei ho mangiato un grande classico di casa Baratto, la busecca alla milanese, in attesa che il primo vero freddo inauguri la stagione della cassoeula.

Dopo, mio padre ha accompagnato la nipote sulle giostre: che figata il calcinculo dei grandi, mi dirà, ci avrei fatto cento giri! E l’autoscontro dei tamarri? Una figata anche quello.

Io invece sono andato in bici lungo l’alzaia del Naviglio fino a Cuggiono. In lontananza, sulla sinistra, il Fulvio mi ha indicato le torri metalliche della raffineria di Trecate. Sulla strada del ritorno il cambio è andato a ramengo, ma pazienza. La mia sfiga con le bici è proverbiale.

A cena, i miei mi hanno offerto come di consueto “qualcosa di leggero”: salame, affettati, formaggi grassi. Hanno un concetto molto lombardo e molto d’antan di “cibo leggero”. Ho gentilmente declinato dirottando il mio appetito residuale su un paio di michette belle gonfie.

Siamo tornati a tarda sera, dopo il consueto giro del Mombellino, addormentato nel suo tradizionale coma periferico, fatto di caligine, silenzio e buio inzuppato di luci.

Lungo la vecchia Vigevanese ho passato in rassegna i miei ricordi delle vecchie feste di Abbiategrasso di quando ero piccolo, evento mitologico che contendeva al Natale la palma della perfetta beatitudine. Memorie dei tardi settanta e primi ottanta venivano a galla, uno dietro l’altro. I dinosauri plasticosi, i giri sul carosello, la nebbiolina al calare della sera nella Fossa viscontea, la polenta coi brüscitt. Mia nonna e mia zia, da cui trascorrevo le giornate appena potevo, abitavano proprio di fronte alla piazza delle giostre e il loro balcone era il mio palco reale. Ne ho scritto, qualche anno fa, sul Primo amore: un pezzo autobiografico di ricordi trasfigurati, una cosina passata inosservata ma a cui tenevo molto.

Tutto questo l’anno scorso non è successo. Non ci sono state giostre, pranzi lombardi coi genitori, calcinculo, ruote panoramiche e zucchero filato. Eravamo confinati nelle nostre case. Ci sentivamo per telefono. Ogni giorno temevo che qualcuno mi avrebbe chiamato per dirmi “Il papà ha la febbre”, “La mamma ha la tosse”, “La zia non sta bene”… Di sera si faceva la conta dei morti e dei morituri. E non esisteva alcun rimedio alla paura.

Quest’anno la festa è tornata, col suo vociare, i suoi giostrai sinti dall’aria furbesca, i suoi odori di caldarroste e frittelle bisunte. Ci siamo potuti sedere a tavola insieme, a chiacchierare di torte di sangue, cervella fritta, zampe di gallina rosicchiate, gattini soccorsi nella neve in corso XX Settembre. A sfogliare vecchi ricordi di vita biegrassina: Ti ricordi l’Eugenio Affer sulla sua carrozzina in vial del cimitero? Com’era sempre mite e gentile. E il Sem parrucchiere? Mi tagliava sempre i capelli a scodella… E il mercato degli uccelli in vicolo Cortazza? La nonna mi diceva sempre Passa in fretta che c’è odore di pipì… E una volta passando dal Striccioeu ho visto in vetrina i Micronauti e ho pensato che quello era il paradiso…

Abbiamo persino guardato un pezzo di River Monsters con mia mamma per farla contenta. Tutto o quasi grazie a quelle due punturine del cazzo, ho pensato mentre parcheggiavo – miracolosamente – sotto casa. E davvero non riuscivo a capire come si potesse negare questo dato di fatto così lampante. E al pensiero di quelle due fialette e di quegli andirivieni estivi al Palazzo delle Scintille per faci bucare il braccio, mi è venuto il magone dalla contentezza e mi è salita una muta preghiera di ringraziamento a Babbonemo per questa vita ritrovata, fosse anche provvisoria, fosse anche precaria, fosse anche effimera e vicina a scadenza.

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Vite di classe

BBB, bellimbusti borghesi benestanti, spuntano dappertutto, vengono fuori dalle fottute pareti, si siedono al tavolino di fianco mentre sto mangiando una pizza col cinquanta per cento di sconto grazie a una app per i povery, ordinano una bottiglia costosetta e chiacchierano rumorosamente, il mese prossimo compiono trenta o quarant’anni e il problema sono i casini burocratici per rilevare l’azienda di papà ma comunque tra una settimana regatina, molto profumati con vestiti casual ma eleganti, per lo più maschi non necessariamente etero ma spesso con contorno di femmine dedite più che altro all’ascolto e al cenno di assenso con diritto di breve chiosa.

Oppure indossano magliette un po’ sudate da nerd della Silicon Valley tipo Lucasfilm verdi o gialle o arancioni, ordinano birra e il problema sono non ho capito bene quali casini nella produzione o post produzione del disco dell’artista popolarissimschwa Mi$terLady (o Myst€rLazy), che commentano scuotendo il capo sempre o estremamente pelato o estremamente chiomato.

Oppure sono rappresentanti del comparto editoriale accademico o comunque culturale, per lo più femmine non necessariamente etero ma spesso con contorno di maschi dediti più che altro all’ascolto e al cenno di assenso con diritto di breve chiosa, ordinano spritz e patatine che resteranno in gran parte immangiate, con loro siede a volte aureolata una giovane promessa delle patrie lettere dal carisma crescente, talvolta di effettiva bravura, che al secondo o terzo libro conta già un discreto palmares e che tra un mese compirà trenta o quarant’anni, e il problema sono le ristrutturazioni aziendali o le a tutti note e annose storture del sistema universitario o le giurie dei premi e in generale le malignità tossiche dell’ambiente in cui si muovono, al cui proposito sciorinano una serie di aneddoti riguardanti colleghi e colleghe, sapidi ma con un fondo di duro giudizio morale.

Quasi sempre in fondo brave persone, se prese singolarmente e in un momento in cui hanno le difese abbassate per via di un bug nei calzini o nei collant, quasi sempre rampolli terminali di un’accumulazione originaria ormai remotissima ma i cui effetti ancora si riverberano sul presente come la radiazione di fondo del big bang, quasi sempre a zonzo con le loro faccette rassicuranti (così nessuno si accorge che invece sono pieni di menate).

«La mia depressione è stata sempre collegata alla convinzione che ero letteralmente un buono a nulla. Ho trascorso la maggior parte della mia vita, almeno fino all’età di trent’anni, a credere che non avrei mai potuto lavorare. Intorno ai vent’anni mi sono barcamenato tra studi post-laurea, periodi di disoccupazione e lavori temporanei. Non ho sentito di appartenere ad alcuno di questi ruoli e contesti – non agli studi post-laurea, perché mi sentivo un dilettante che aveva in qualche modo simulato la possibilità di intraprendere quella strada, non ero uno studioso all’altezza del compito; né allo status di disoccupato, perché non ero realmente disoccupato, di quelli onestamente in cerca di un lavoro, ma piuttosto uno scansafatiche; né alle occupazioni temporanee, perché sentivo di svolgerle da incompetente, e in ogni caso non appartenevo davvero a questi lavori d’ufficio o di fabbrica, non perché mi sentivo “superiore” ad essi, ma – esattamente al contrario – perché ero eccessivamente educato e inutile, e perché rubavo il lavoro di qualcuno che ne aveva bisogno e lo meritava più di me.»
(Mark Fisher, “Buono a nulla”, Effimera)

Dopo una vita passata a sentirmi dire che labor omnia vincit improbus, che la meritocrazia bla bla bla e che se ti impegni tantissimo e ci credi tantissimo, restando affamato e folle (però non ho il garage), puoi fare anche tu come Rudy Scaccabarozzi, da figlio di badilanti a re delle startup e degli aspirapolvere, o come Selene Cufaniello, da figlia del Lumpenproletariat a principessina nei neutrini (“L’incredibile storia della cenerentola atomica dal bronx al Cern: ‘Studio i misteri del cosmo, ma non rinuncio ai tacchi a spillo’.” Questo contenuto è riservato agli abbonàti. Abbònati! Sei già abbonato? Fai login), mi specchio furtivamente sul vetrino crepato del mio smartphone e devo ammettere che sulla mia faccia le menate si vedono eccome.

«Da dove derivano tali convinzioni? La scuola di pensiero dominante in psichiatria ne individua le origini nel malfunzionamento della chimica del cervello, un guasto che deve essere riparato con prodotti farmaceutici. La psicoanalisi e le forme di terapia notoriamente cercano le radici del disagio mentale nell’ambiente familiare, mentre la terapia cognitivo-comportamentale è meno interessata a localizzare la fonte del disagio ma punta a sostituirla con una serie di storie positive. Non è che questi schemi siano del tutto errati, è che non colgono – e non devono cogliere – la causa più probabile di tale sentimento di inferiorità: il potere sociale.La forma che il potere sociale ha esercitato su di me è quella di un “potere di classe”, anche se, naturalmente, sesso, razza e altre forme di oppressione producono lo stesso senso di inferiorità ontologica: la quale è definita esattamente dal pensiero di cui sopra, ovvero che non si è il tipo di persona che può soddisfare il ruolo che viene destinato dal gruppo dominante.»
(Mark Fisher, cit.)

Penso che forse mi ha fregato il fatto di essere cresciuto sì senza soldi, ma non così senza soldi da vivere nell’indigenza, quindi in sostanza senza il mito dei soldi o l’ossessione dei soldi, cioè senza avere né l’ansia di conservare/ampliare le riserve auree di famiglia né l’angoscia di procurarmene di mie. Ma forse non è neanche una questione di soldi, e bisognerebbe dire di successo, un concetto un po’ più scivoloso ma sempre molto materiale (il fatto è che proprio non riesco a pensare alla vita in termini di successo materiale, mentre gli insuccessi non materiali sì che mi bruciano il culo). Ma forse non è nemmeno esattamente una questione di successo, e bisognerebbe dire di performance. Forse è questo culto malato della performance il vero problema. O forse sto parlando di una matrioshka: la performance, il successo, il potere, il sesso, i soldi. I soldi il sesso il potere. Che palle il potere. Che palle le performance.

«Una delle tattiche di maggior successo della classe dirigente è stata la “responsabilizzazione” del singolo individuo. Ogni singolo membro della classe subordinata è incoraggiato a credere che la sua povertà, la mancanza di opportunità, o la disoccupazione, sono colpa sua e solo sua. Gli individui incolpano se stessi, piuttosto che le strutture sociali. E in ogni caso sono indotti a credere in una realtà che non è. […] Il “volontarismo magico” – cioè la convinzione che ogni persona ha il potere di diventare ciò che vuole essere – è l’ideologia dominante e la religione non ufficiale della società capitalistica contemporanea, sostenuta sia da “esperti” dei reality televisivi che dai guru del business che dai politici. Il volontarismo magico è sia l’effetto che la causa del più basso livello di coscienza di classe che la storia ricordi. È l’altra faccia della depressione – la cui convinzione di fondo è che noi siamo gli unici responsabile della nostra miseria e perciò la meritiamo.»
(Mark Fisher, cit.)

Poi penso che i più fortunati mi sembrano quelli che nascono e crescono in famiglie benestanti e perbene, in cui la sicurezza economica è per così dire un dato acquisito, un retroterra implicito, invisibile e perciò indiscutibile, e che grazie alla saggia e oculata generosità dei genitori psicologi professori primari manager ecc. possono viaggiare fin da piccoli in terre lontane, imparare due lingue, tre lingue, quattro lingue, la vela, il pianoforte o la viola da gamba, recitare a memoria brani di Euripide in greco o di Ovidio in latino grazie al liceo classico, fare la si fa per dire gavetta a Londra o New York e mettere a frutto i loro talenti manageriali, scientifici, cinematografici, letterari, giornalistici, enogastronomici, sociali ecc. Essi vivono, in un certo senso speculare e opposto, come me, ovvero cercando di forzare al massimo i confini più o meno elastici della classe sociale a cui appartengono e che probabilmente non dovranno, potranno o vorranno mai abbandonare, chi guardando il mondo da un oblò, chi raccontandolo un po’ (ma sempre dall’oblò).

«La didattica universitaria italiana è ratificatoria, si limita a svolgere un compitino semplice, vale a dire quello di distinguere i “bravi” dagli “incapaci”, i preparati dagli impreparati. Non nego che alcune persone traggano benefici dai loro studi, ma il loro numero è irrilevante rispetto a un’utenza ampia e variegata. I pochi che riescono a emergere, in larga parte, hanno già frequentato durante l’adolescenza i migliori licei dei grandi centri urbani. Hanno già avuto modo di trascorrere periodi di studio all’estero, seguendo corsi di lingua, leggendo libri costosi, ascoltando musica, visitando musei e sale cinematografiche, godendo di molteplici stimoli culturali.»
(Pasquale Palmieri, “Un’università classista”, Doppiozero, 28 luglio 2021)

(Eppure, ciccio, vengono da lì anche tanti mistici filosofi filantropi, scienziati logoteti gesuiti, giuristi attivisti artisti, Kulturträger influencer engagés: il nerbo della nazione, i narratori che partecipano all’incessante costruzione della narrazione del mondo. Che li vede – dal loro punto di vista in maniera del tutto legittima – sempre dalla parte giusta persino quando anzi specie quando nelle vesti di fustigatori dei costumi. E anche tu, ciccio, hai studiato sui loro saggi, ti sei formato sui loro romanzi, sui loro film, gli spedisci i tuoi dattiloscritti, leggi le loro intelligenti intemerate sui giornali, le loro inchieste coraggiose sulle riviste, li segui persino sui social, dove distillano arguti mots d’esprit, critiche serrate dei poteri, lacerti di vita privata e foto di vacanze in Ellade. A volte li hai persino votati. A volte li hai persino intravisti, più avanti nei cortei, che reggevano striscioni con slogan di ribellione contro le ingiustizie. Sono i riparatori del sistema, i raddrizzatori delle storture del capitalismo. Come li si chiamava, qualche anno fa? Ceto medio riflessivo?)

«La nostra università non è selettiva né di massa. Non promuove l’inclusione, solo in casi sporadici (e fortunosi?) valorizza l’eccellenza. Non favorisce la mobilità sociale o la circolazione del sapere, ma si limita solo a confermare e autenticare le gerarchie esistenti. È lo specchio di una società ingiusta, lacerata da grottesche disuguaglianze. È semplicemente e atrocemente classista. Si pone in coda a una scuola classista, capace di assorbire tutte le inaccettabili distanze fra centri e periferie, fra ricchi e poveri, che si traducono con puntualità nella persistente e ghettizzante ripartizione degli alunni fra istituti tecnici e licei.»
(Pasquale Palmieri, cit.)

Poi penso che al momento dell’accumulazione originaria i miei antenati devono essere finiti dalla parte sbagliata, ma che in fondo mio nonno era quasi analfabeta e io laureato cum laude, dunque per mia figlia c’è speranza, chissà mai che non finisca per comandare una flotta spaziale. Poi però mi viene in mente che mio nonno era operaio e io pure. L’ascensore sociale non è fermo, mi dico per rassicurarmi, magari è solo che ci lavoro come ascensorista. Infine mi ricordo che sono sì un operaio, ma lavoro anche con i libri. Insomma, a mio modo, se non classfluid, sono quanto meno workfluid.

«Il sistema universitario – insieme all’intero sistema scolastico – va ripensato dalle fondamenta, a partire proprio dalla centralità della didattica, che ha bisogno di essere sviluppata in classi ristrette, con una costante attenzione alla condivisione e al confronto, i veri privilegi della “presenza”, sui quali si costruisce il rapporto fra insegnamento e ricerca. Deve offrire spazi, alloggi, borse di studio, occasioni di incontro e approfondimento. Non possiamo sentirci assolti dalla presenza di studenti che riescono a utilizzare il nostro sistema accademico per raggiungere obiettivi impensabili per i loro genitori. Al contrario, ci dovrebbe allarmare il fatto che questi studenti sono eccezioni. Sempre più rare.»
(Pasquale Palmieri, cit.)

Finisco la mia pizza con la mascherina sotto il mento, felice per aver speso una miseria, e sparisco per vie infrattate spiando con pigrissima invidia le case dei ricchi mentre la sera estiva cala mite e rossiccia su Milano, sentendomi vagamente sbagliato e fuori posto, ma non tanto da farne una tragedia greca. Al massimo una farsa atellana. Che poi, si sa, dei problemi ci saranno sempre. L’importante è molto amare, sbattersi per ciò che conta davvero finché c’è futuro e ogni tanto possibilmente comprarsi una chitarra elettrica (o un basso).

«Le “impronte” di classe [sono] concepite per essere indelebili. Per coloro che sono abituati sin dalla nascita a ritenersi inferiori, l’acquisizione di qualifiche o di ricchezza di rado sono sufficienti a cancellare – sia nella loro mente che nella mente degli altri – il senso primordiale della inutilità che li marchia a vita, sin dalle origini. Chiunque si muova fuori della sfera sociale cui è destinato è sempre in pericolo di essere soverchiato da sentimenti di vertigine, di panico e di paura.»
(Mark Fisher, cit.)

Il mio personaggio preferito della saga di Harry Potter è Neville Longbottom.

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Genova G8, oggi, vent’anni fa

21 luglio.

Non credo che, se me lo avessero chiesto allora, sarei riuscito a immaginare che vent’anni dopo mi sarei ritrovato su un piccolo terrazzo rinfrescato dalla brezza serale, con il braccio ancora fresco di puntura e già un po’ dolorante, a cercare di spiegare a mia figlia dodicenne cos’è stata quella cosa di cui si parla da qualche giorno, Genova G8 2001, Piazza Alimonda, Diaz, Bolzaneto ma non solo, anche tutto il prima e il dopo, Seattle, Porto Alegre, Firenze, Roma, il movimento dei movimenti, i movimenti del movimento, il sommovimento e specialmente il fervore.

Senza riuscirci, secondo me, o riuscendoci molto bene, secondo lei.

Ecco, forse se dovessi scegliere oggi, vent’anni dopo, una prima parola per raccontare quella breve epoca di ribellione, direi “fervore”.

Cerco di partire dalla mia esperienza personale, in realtà piuttosto periferica, per costruire un racconto collettivo che spero riesca a rendere almeno una labile idea dell’atmosfera generale di quegli anni e di quei giorni. Il sentimento di partecipare di un’onda sociale immane, di fare la Storia. Anche, almeno un po’, il compiacimento di trovarsi a costruire una specie di Sessantotto bis ancora più vasto e dirompente (pia illusione). Il senso di militanza. Il senso dato dalla militanza.

Scelgo altre parole, che dovrò spiegare a una a una: internazionalismo, ingenuità, dolore, paura, rabbia, odio.

Ricordo per esempio che, con l’avvicinarsi di agosto, in me e nei miei amici la condizione mentale prevalente cominciò a essere quella di una quieta rabbia pronta a scattare. Il pensiero era questo: Ok, ad agosto ci lecchiamo le ferite e a settembre vi faremo un culo così.

Il “voi” era chiunque ci fosse o ci apparisse nemico. E i nemici erano tanti: non erano solo i leader mondiali, i consigli d’amministrazione delle multinazionali, gli squali della finanza, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Erano anche i giornalisti che avevano sparso merda e menzogne sul movimento, gli sbirri assassini e fascisti, i finti compagni dei partiti riformisti, che portavano il termine “sinistra” nel nome e la destra nel cuore (così pensavamo), e perfino tutti i nostri concittadini che non capivano le nostre ragioni o addirittura le rifiutavano, colpevoli perché ignavi o perché complici.

Ad agosto, cazzeggiando per San Pietroburgo tra la Publička e i chioschi dei cd contraffatti, sviluppavo dentro di me questo odio sempre più intenso e senza mezze misure.

Poi arrivò l’11 settembre e fu la Storia a farci un culo così.

Adesso non so mica più se avevamo ragione proprio su tutto. Anzi credo che, com’è ovvio e naturale, su certe cose ci sbagliassimo e su altre che avremmo potuto focalizzare meglio fossimo stranamente miopi.

Adesso mi chiedo se Mark Fisher non avesse ragione – o quanta ragione avesse – quando scriveva (in Realismo capitalista, quindi a molti meno anni di distanza dagli eventi) che “anche prima che gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre ne compromettessero l’ascesa, il cosiddetto movimento anticapitalista è sembrato concedere troppo proprio al realismo capitalista: vista la sua incapacità di ipotizzare un modello politico-economico alternativo al capitalismo, il sospetto fu che il suo obiettivo fosse non rimpiazzare il capitalismo stesso, quanto mitigarne gli eccessi peggiori; e visto che le forme in cui il movimento anticapitalista si è espresso prediligevano più la protesta che l’organizzazione politica vera e propria, la sensazione era che questo movimento si riducesse a una serie di richieste isteriche senza che nessuno si aspettasse che venissero accolte sul serio”.

Ma è anche vero che da un bambino non pretendi forza di muscoli o saggezza, chiedi potenza creativa ed energia.

E poi c’era tutta una materia oscura di idiozia tipicamente sinistroide che il fervore nascose più o meno fino al momento in cui dalle Twin Towers la gente cominciò a lanciarsi nel vuoto, per morire spiaccicata anziché bruciata. Dopo, la materia oscura fu sempre più dilagante e si mangiò il bambino.

Cerco di evitare le sciocchezze retoriche, i “Carlo vive” (che pure capisco, sentimentalmente: ma Carlo è morto), gli “avevamo ragione su tutto”, i toni da reduce, le narcisate.

Cerco anche di evitare le analisi, dotte o militanti (in passato ho provato a farlo, non so con quanto successo).

Cerco il ventottenne che deve ancora trovarsi da qualche parte qui, dentro questo corpo quarantottenne. Se lo trovo, proverò a intervistarlo. Per ora mi accontento del fervore, del ricordo del fervore.

Mentre provo a raccontare a mia figlia questo enorme grumo di fatti e sentimenti, mi rendo conto che, vent’anni dopo, non sono più capace di avere uno sguardo lucido. Oscillo tra due sensazioni contrastanti: ora mi pare che tutto sia successo l’altro ieri, ora mi sembra di parlare da una distanza siderale.

Avevamo ragione? Avevamo torto? Fummo ambigui sulla violenza? Era moralmente lecita? Tatticamente sbagliata? Cosa poteva succedere che non è successo? Quali strade sono rimaste inesplorate? Dieci, quindici anni fa avevo le idee meno confuse. Oggi forse mi restano chiare poche cose: la rabbia e il dolore per la repressione, per l’uccisione di Carlo Giuliani, per le torture e i pestaggi. La nostalgia per il fervore, per il senso di appartenenza a un movimento collettivo mondiale e anche, un poco, credo, per il giovane che ero allora. Per la mia e nostra vita di allora, molto stupida ed entusiasta, ancora così piena di promesse.

***

22 luglio.

E poi questa mattina vent’anni fa mi sveglio per scoprire la mattanza alla Diaz, dove saremmo finiti anche noi, se non fossimo riusciti a raggiungere Genova Brignole e a salire su quel benedetto treno per Milano.
Non finimmo alla Diaz per fortuna e per imprudenza: una ragazza incrociata per caso ci disse che più avanti, verso il cuore degli scontri, da dove ci avevano ricacciati e in quel momento tutti fuggivano, lo spezzone milanese di Rifo stava trattando con la pula per raggiungere la stazione; noi decidemmo di rischiare e cominciammo a correre in avanti, controcorrente, con un elicottero della polizia sempre sulla testa, mentre tutti gli altri ci venivano incontro e ci urlavano “Siete matti? Tornate indietro! Più avanti stanno rastrellando!”.
Alla fine, per un soffio, trovammo Rifo e non i rastrellamenti. Passammo a mani alzate tra due ali di sbirri e scappammo da Genova.

Una cosa di cui all’epoca si discusse in maniera troppo timida e marginale (ma ricordo alcuni interventi interessanti, forse su Indymedia) e che ancora oggi, mi pare, affiora poco o per niente nelle riflessioni di chi partecipò al movimento – una specie di grande rimosso, insomma – è l’impostazione muscolare e machista di una parte consistente del movimento, così gonfia di testosteronico amore per i toni guerreschi. Di fatto, molti di noi (quorum ego, quanto meno idealmente) cedettero troppo facilmente a quella mistica in fondo un po’ dannunziana, un po’ fiumana, che però traslava tutto o quasi su un piano simbolico o di pura messinscena: “violazione” della zona rossa e “penetrazione” nel ventre proibito della città, “ma simbolicamente”; le armature e le corazze fatte di gommapiuma e bottiglie di plastica; i caschi da moto come elmi ecc.
La violenza, seppur traslata su un piano simbolico e solo messa in scena (almeno finché i soldati veri non arrivarono per davvero), trovava terreno molle, credo, in un certo narcisismo barricadero. Forse vellicava anche i sogni erotici di chi pur non avendo fatto il Settantasette si trovava ora nell’illusione di poterlo replicare…
Avremmo dovuto prestare ascolto a quelle compagne che già allora, sostanzialmente inascoltate, misero in luce l’aspetto maschilista e fallimentare di questa impostazione.

Un’altra cosa. Da vent’anni, puntualmente, caterve di imbecilli ci tengono chissà perché a far sapere al mondo che secondo il loro giudizio (cosa che a quanto pare sembra a loro fondamentale), Carlo Giuliani era un teppista / non era un eroe / se stava a casa era vivo / ha cercato di uccidere il caramba / se manifestava pacificamente non gli succedeva niente ecc.
Be’, penso che sia inutile discutere con queste persone. È una perdita di tempo. Bisognerebbe andare da ciascuno di loro singolarmente, legarli a una sedia come Alex in Arancia Meccanica, fargli vedere le foto e i filmati, spiegargli la dinamica dei fatti, il contesto… E tutto ciò servirebbe forse in qualche sparuto caso.

Infine. Per aver subito, fortunatamente solo di striscio e uscendone fisicamente incolume, “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” (Amnesty International), mi fanno sorridere (ma anche un po’ incazzare) certe tirate contro lo strapotere dello scientismo o la dittatura sanitaria che leggo o sento fare in questi tempi di pandemia.

Sì, lo so, ho mescolato il G8 con il Covid, i cavoli a merenda ecc.
È che il 20 luglio sarei voluto essere a Genova, invece ero a farmi inoculare la seconda dose di vaccino.
È che certe esperienze ti lasciano un senso mutato delle proporzioni.

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