Death by Water

Phlebas the Phoenician, a fortnight dead,  
Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell
And the profit and loss.
                                       A current under sea
Picked his bones in whispers.  As he rose and fell
He passes the stages of his age and youth
Entering the whirlpool.
                                       Gentile or Jew
O you who turn the wheel and look windward,
Consider Phlebas, who was once handsome and tall as you.

***

Morte per acqua

Fleba il fenicio, morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare
e il guadagno e la perdita.
                                           Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
                                   Gentile o Giudeo
o tu che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento
pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari di te.

(T. S. Eliot, La terra desolata, trad. Mario Praz)
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Da cosa ricominciare?

Questo pezzo è nato – in una forma embrionale – su questo blog nel maggio del 2007. Faceva parte di un post più lungo, intitolato “Lo scricchiolio delle cose”, in cui – preso atto della definitiva morte della grande ma effimera ondata di mobilitazioni del 1999-2003 – cercavo di ragionare intorno alla famosa e mai invecchiata domanda “Che fare?”. Era una riflessione dolorosa, dettata dal bisogno o dal desiderio largamente frustrato di sfondare il senso di disperazione che mi attanagliava, dopo l’investimento intellettuale ed emotivo con cui avevo vissuto la mia timida e scontrosa militanza nel movimento no-global. Poco più di un anno dopo, il post – debitamente allungato e rielaborato – è diventato un lungo pezzo apparso sul numero della rivista Il primo amore che aveva per titolo e per tema giustappunto quella stessa domanda: “Che fare?”.Infine, terza ipostasi, nel 2011 ho rimesso mano al tutto e ne è venuto fuori il mio Diario di un’insurrezione, che è stato pubblicato nell’ottobre del 2012. Insomma, una riflessione durata cinque anni ma che – mi pare e, vorrei aggiungere, purtroppo – mantiene intatta la sua attualità. Stimolato dalla lettura di questo post, la ripropongo qui.

Le condizioni sono disperanti. Bisogna pensare l’impensato mentre si è con le spalle al muro. Tra rigurgiti di populismo, una società in poltiglia, il conformismo dilagante, una generale voglia di sottomissione e di autoritarismo.

Il senso diffuso di precarietà e di paura non aiutano.

Bisogna lavorare su più piani, ma si è in pochi, divisi e litigiosi.

Per chi lavora sui bisogni materiali: il piano della realtà non basta.

Per chi esercita il lavoro dell’intelletto, della parola: il piano dell’immaginario non basta.

Mancano le idee o manca la forza di perseguirle, manca il nerbo, manca la forza interiore, il rigore.

E poi a volte ho paura che sia venuta a mancare l’immaginazione. Su quale cazzo di immaginario vuoi lavorare, se l’immaginario su cui vorresti cimentare le tue abilità d’ingegnere di anime è anche il tuo immaginario? Se anche per te è l’unico orizzonte, se tu per primo non riesci o non vuoi immaginare l’inimmaginabile, l’inimmaginato? Se gli ascoltatori sono diventati il pubblico e i lettori la clientela, se l’unica cosa che cercano è l’omologazione, il riconoscimento, il rispecchiamento puro e semplice?

La non distanza è la mancanza di scarto, l’orizzontalizzazione, la riduzione a uno. Se non c’è distanza non c’è scarto, se non c’è scarto non c’è attrito. Se non c’è attrito non c’è conoscenza, non c’è visione.

I guru del gramscismo rimasticato dicono che bisogna agire pedagogicamente sull’immaginario collettivo usando come cavallo di Troia non già le forme della cultura popolare, ma i peggiori prodotti strumentali dell’ideologia della merce autoritaria. Ma non si rendono conto che i Troiani sono loro, che il cavallo di Troia serve a fottere loro, a fottere noialtri tutti?

Gli zapatisti del Chiapas dicono: «Camminare domandando».

In quanti siamo a camminare?

No, la domanda è un’altra: in quanti siamo a volerci ancora ostinare a camminare, sapendo che doppiamo ripartire da zero?

Cosa ci resta? Il nostro bisogno di libertà e di giustizia.

Ma come fare, ora che siamo al culmine del riflusso, schiacciati da una forza immensa e contraria? Da cosa ricominciare? Cosa posso fare io?

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Not hollow, not yet

Rileggere i miei deliranti, ridicoli, patetici diari dei diciassette-diciott’anni è penoso ma anche istruttivo, anzi benefico. Perché, tolta la cianfrusaglia, le chiacchiere, le pose, gli artifici puberali, tolto il rimpianto per ciò che sarei/sarebbe potuto essere e non sono/è stato, tolta la nostalgia per quello che è stato e non è più o per ciò che sarei potuto essere più decisamente e che invece sono stato solo debolmente, vorrei dire quasi vigliaccamente, tolto il dispiacere per tutte le strade che non ho imboccato, per tutte le esperienze che ho scansato, per tutte le occasioni che ho mancato, tolto tutto questo novantanove per cento, riascoltare la mia vocetta di merda e ripercorrere la mia vita di allora mi aiuta a ricordarmi una cosa che a volte gli affanni quotidiani rischiano di seppellire e nascondere e soffocare: e cioè che allora, a diciassette-diciott’anni, ho compiuto una scelta fondamentale in accordo con ciò che istintivamente sentivo conforme ai più profondi bisogni della mia anima; ho scelto di vivere in eccedenza rispetto al nudo esistere, avendo come faro e orizzonte qualcosa di più grande e più alto. Qualcosa – che la si chiami bellezza, che la si chiami poesia o letteratura, tutte parole messe qui a caso che non rendono manco per il cazzo l’idea di quel che vorrei dire – che nessuna routine per quanto ottundente e dispotica può cancellare.
Allora ho scelto così, seguendo per una volta l’impulso della mia anima e non prestando ascolto alla mia paura da bestia pavida. Non devo scordarlo. E soprattutto devo tenere presente che anche adesso, anche a quaranta e passa anni, com’era a diciotto, così deve essere la mia vita.
Lo è sempre stata, in effetti. La consapevolezza del permanere in me di questa eccedenza c’è sempre stata, anche nei periodi più bui, magari in modo inconsapevole, acquattata nell’ombra. Ma ogni tanto è bene che io me ne ricordi. Anche perché senza questa eccedenza e la sua imprevedibile ostinazione a voler sopravvivere in me, sarei ben poca cosa. Forse solo un uomo vuoto –
«figura senza forma, ombra senza colore,
forza paralizzata, gesto senza moto».

***

Sì, sì, è così. Se ci penso, tutti i momenti e i periodi migliori della mia vita – quelli in cui, a prescindere dalle circostanze esterne e della routine quotidiana, ho percepito questa salvifica eccedenza del mio essere e tutto intorno al mio essere – hanno coinciso con la percezione che la poesia (in senso lato, come capacità percettiva/espressiva dell’anima) scorresse forte in me.
Perciò, se e finché è viva in me questa fiamma o fiammella, la cui presenza è indipendente dalla mia volontà (mentre il suo spegnimento sarebbe mia responsabilità), il moto imperfettivo della quotidianità più soffocante non può svuotare la mia vita.
Finché conservo questa eccedenza, non sono ancora finito.

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Battaglia a tre

Da piccolo ero più che altro uno sfigato, in particolare da ragazzino: uno sfigato di dimensioni epiche.
Da adolescente, per un breve periodo, sono diventato anche uno stronzo, anche se la sfiga non mi ha mai abbandonato. Diciamo che ero un po’ stronzo e un po’ sfigato.
Poi, da giovane, la sfiga ha ricominciato a crescere; sono rimasto stronzo, ma con sempre più sfiga, per anni e anni.
Man mano che la giovinezza lasciava il posto all’età adulta, questo altalenare di sfiga e stronzaggine è diventato un movimento oscillatorio più o meno costante.
Infine, nel lento passaggio dai trenta ai quaranta, forse – non ne sono sicuro – ha cominciato a fare capolino anche una specie di mite e modesta saggezza.
Dunque adesso la battaglia sembra diventata a tre, anche se ancora non mi è chiaro chi sarà a vincere.

(E non è nemmeno detto che non si possano aggiungere via via altri contendenti.)

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Per la notte in arrivo

Charlie Hebdo.
E’ tutto così orribile e ciecamente suicidario.
7 gennaio 2015, e nuovi anni Trenta che ci vengono incontro.

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Seguire i vermi

Te ne stai lì seduto dietro il tuo muro
e aspetti che arrivino i vermi.
Aspetti di tagliare i rami secchi
e ripulire la città,
di indossare una camicia nera
e sterminare i deboli,
di sfondargli le finestre
e buttargli giù a calci le porte.
Aspetti la soluzione finale
che rafforzerà la razza,
aspetti di aprire le docce e accendere i forni
per i froci, gli immigrati, i comunisti, i musulmani, gli zingari e gli ebrei…
Ti piacerebbe vedere l’Italia di nuovo grande?
Ti piacerebbe rispedirli tutti al loro paese?
Tutto quel che devi fare è seguire i vermi.

 

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Umbrìa d’omm, de sogn disaster

Sa sbranen, vün cun l’alter sa massacren
i dì d’inverna – sang de temp,
gris laster de carisna, ferr e nìvul
e matìnn d’eterna piöva

in duve, cume besti ancestral
sgunfi de pagüra e pienn de famm,
per i strad de cittaa irreal sa va
a la cerca d’erba növa.

Umbrìa d’omm, de sogn disaster – mì
saruu semper un fiulìn perdüü
cunt i öcc in fögh e sbarlüsént, la carna
fragil e l’ànema in pröva.

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Glossopoiesis saved my life

Organizzatrice e ordinatrice del caos, igiene e purificazione del pensiero, droga mentale rilassante e lenitiva: come sempre mi accade nei momenti di forte inquietudine, angoscia o entropia spirituale, la linguistica mi fa da àncora di salvezza. Mi blandisce, mi ristora, dirotta le mie riflessioni in un campo neutro, algido e pulito come una vasta pianura innevata, lontano dai tumulti della vita e del mondo. È per me – che di matematica non ho mai capito niente, che ho sempre sofferto nei suoi confronti di un totale e insormontabile deficit cognitivo – la cosa più simile alla matematica, in quanto ad astrazione e purezza, cui la mia ottusità riesca ad avere accesso.

A volte è la linguistica diacronica, mio grande amore fin dalla tarda infanzia (quanti pomeriggi a tredici o quattordici anni trascorsi in biblioteca sfogliando il dizionario etimologico per trascrivere su agende e quaderni radici ed esiti in altre lingue, meglio se esotiche).
Altre volte, invece, è la costruzione della lingua artificiale che ho cominciato a immaginare e a inventare da ragazzino in concomitanza con la scoperta della linguistica e per merito o colpa dei libri di Tolkien. Continua a leggere

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Cinque feste della città di A.

(Fine settimana di caroselli, zucchero filato e autopiste al paese. Così metto qui un racconto non-racconto che avevo postato sul Primo amore qualche tempo fa.)

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Quand’ero piccolo, nella casa in cui vivevano i miei nonni e mia zia trovavo la salvezza e un paradiso. Era un appartamento in affitto al primo piano in Corso XX Settembre, con il balcone del salotto affacciato su Piazza Cavour come un palco d’onore. Dettaglio non trascurabile, perché in ottobre, durante la festa del paese, la piazza si riempiva di giostre e allora da lassù potevo dominare la scena come un principino feudale. Poi, quando ero sazio di contemplazione e i muscoli cominciavano a vibrare per l’euforia, mi bastava scendere una rampa di scale, uscire dal cancelletto e lasciarmi rapire da quel turbine che era proprio come ci si può immaginare: aria pungente, la sera ormai lesta a calare, profumi di zucchero filato, frittelle e caldarroste, fiumane di famiglie a passeggio, ragazzini solitari, bande di adolescenti, luci ovunque e su tutto un’irresistibile cacofonia di voci, urla di imbonitori, scampanii, melodie d’organetto, jingle elettronici.
Le bancarelle costeggiavano su entrambi lati tutto il viale fino all’altra piazza, dove si trovavano le giostre più imponenti e pericolose, quelle per i grandi, calcinculo, tagadà, autoscontri, piovre giganti, da un certo anno in poi addirittura una sala giochi. Passando di bancarella in bancarella, quand’ero piccolo, cercavo avidamente con gli occhi quelle stipate di giocattoli plasticosi. Cominciava una contrattazione, con mio padre o più spesso con mia zia. Me lo compri? No, non vedi com’è brutto? Ma a me piace! Come fa a piacerti quella schifezza? E il dinosauro Made in Macao o Made in Hong Kong finiva nelle mie mani, e a lungo sulla via del ritorno, mentre gli adulti si rifornivano di torrone che avremmo sgranocchiato compulsivamente prima e dopo cena, l’avrei tenuto stretto e annusato, inspirando per assorbirne il più possibile l’irresistibile aroma di gomma.
Proprio sotto il balcone della nonna, appena al di là della strada, c’era un carosello particolare, sempre lo stesso e sempre nello stesso punto, diverso da tutti gli altri. Tanto quelli erano vistosi, con loro cavalcature improbabili dai colori smaccati – lombrichi fluorescenti, personaggi dei fumetti, astronavi con luci intermittenti – quanto questo era elegante e severo, di una bellezza d’altri tempi. I cavallini erano vere e proprie riproduzioni in miniatura di cavalli, avevano finimenti in cuoio e code di crine. Forse proprio per quella sua bellezza antiquata, così eccentrica rispetto alla rutilante pacchianeria da luna park che lo circondava, piaceva molto alla nonna, che non smetteva di lodarlo, e forse proprio per lo stesso motivo piaceva meno di tutto il resto a noi bambini, che lo disertavamo volentieri. Era una giostra inattuale, sopravvissuta abbastanza a lungo da entrare di soppiatto nell’era dei cartoni animati giapponesi, ma troppo poco seducente per la nostra estetica in fasce, che cresceva nutrendosi di televisione commerciale, spot pubblicitari e meravigliose sorprese di polivinilcloruro in ogni confezione. E troppo fuori sincrono per poter resistere ancora a lungo in quell’angolo di piazza. Qualche anno dopo è scomparsa, in un anno che non saprei identificare. Non so di preciso quando, perché all’epoca non ci ho fatto caso, preso com’ero dal mio lento crescere e cambiare, distratto da tante altre cose e dai piccoli sommovimenti della mia carne e del mio cervello. Continua a leggere

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Lotte geneticamente degenerate

no-scie-chimiche-ogm-2Concentrare tutta la critica agli OGM sulla questione se siano o no nocivi per la salute è un errore strategico clamoroso.
Del resto, se ai tempi del movimento no-global si tentò di inquadrare la questione all’interno di un dibattito serio, incentrato soprattutto sull’aspetto economico (quello sì, secondo me, nevralgico), adesso a quanto sembra la lotta contro gli OGM è finita in mano ai peggiori mentecatti, ovvero agli complottari sciachimisti paranoici: un’armata brancaleone così screditata che persino i più spregevoli fiancheggiatori delle multinazionali fanno un figurone. Battaglia dunque – l’ennesima – destinata a una terribile, ingloriosa e cocente sconfitta.

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