Battaglia a tre

Da piccolo ero più che altro uno sfigato, in particolare da ragazzino: uno sfigato di dimensioni epiche.
Da adolescente, per un breve periodo, sono diventato anche uno stronzo, anche se la sfiga non mi ha mai abbandonato. Diciamo che ero un po’ stronzo e un po’ sfigato.
Poi, da giovane, la sfiga ha ricominciato a crescere; sono rimasto stronzo, ma con sempre più sfiga, per anni e anni.
Man mano che la giovinezza lasciava il posto all’età adulta, questo altalenare di sfiga e stronzaggine è diventato un movimento oscillatorio più o meno costante.
Infine, nel lento passaggio dai trenta ai quaranta, forse – non ne sono sicuro – ha cominciato a fare capolino anche una specie di mite e modesta saggezza.
Dunque adesso la battaglia sembra diventata a tre, anche se ancora non mi è chiaro chi sarà a vincere.

(E non è nemmeno detto che non si possano aggiungere via via altri contendenti.)

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Per la notte in arrivo

Charlie Hebdo.
E’ tutto così orribile e ciecamente suicidario.
7 gennaio 2015, e nuovi anni Trenta che ci vengono incontro.

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Seguire i vermi

Te ne stai lì seduto dietro il tuo muro
e aspetti che arrivino i vermi.
Aspetti di tagliare i rami secchi
e ripulire la città,
di indossare una camicia nera
e sterminare i deboli,
di sfondargli le finestre
e buttargli giù a calci le porte.
Aspetti la soluzione finale
che rafforzerà la razza,
aspetti di aprire le docce e accendere i forni
per i froci, gli immigrati, i comunisti, i musulmani, gli zingari e gli ebrei…
Ti piacerebbe vedere l’Italia di nuovo grande?
Ti piacerebbe rispedirli tutti al loro paese?
Tutto quel che devi fare è seguire i vermi.

 

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Umbrìa d’omm, de sogn disaster

Sa sbranen, vün cun l’alter sa massacren
i dì d’inverna – sang de temp,
gris laster de carisna, ferr e nìvul
e matìnn d’eterna piöva

in duve, cume besti ancestral
sgunfi de pagüra e pienn de famm,
per i strad de cittaa irreal sa va
a la cerca d’erba növa.

Umbrìa d’omm, de sogn disaster – mì
saruu semper un fiulìn perdüü
cunt i öcc in fögh e sbarlüsént, la carna
fragil e l’ànema in pröva.

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Glossopoiesis saved my life

Organizzatrice e ordinatrice del caos, igiene e purificazione del pensiero, droga mentale rilassante e lenitiva: come sempre mi accade nei momenti di forte inquietudine, angoscia o entropia spirituale, la linguistica mi fa da àncora di salvezza. Mi blandisce, mi ristora, dirotta le mie riflessioni in un campo neutro, algido e pulito come una vasta pianura innevata, lontano dai tumulti della vita e del mondo. È per me – che di matematica non ho mai capito niente, che ho sempre sofferto nei suoi confronti di un totale e insormontabile deficit cognitivo – la cosa più simile alla matematica, in quanto ad astrazione e purezza, cui la mia ottusità riesca ad avere accesso.

A volte è la linguistica diacronica, mio grande amore fin dalla tarda infanzia (quanti pomeriggi a tredici o quattordici anni trascorsi in biblioteca sfogliando il dizionario etimologico per trascrivere su agende e quaderni radici ed esiti in altre lingue, meglio se esotiche).
Altre volte, invece, è la costruzione della lingua artificiale che ho cominciato a immaginare e a inventare da ragazzino in concomitanza con la scoperta della linguistica e per merito o colpa dei libri di Tolkien. Continua a leggere

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Cinque feste della città di A.

(Fine settimana di caroselli, zucchero filato e autopiste al paese. Così metto qui un racconto non-racconto che avevo postato sul Primo amore qualche tempo fa.)

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Quand’ero piccolo, nella casa in cui vivevano i miei nonni e mia zia trovavo la salvezza e un paradiso. Era un appartamento in affitto al primo piano in Corso XX Settembre, con il balcone del salotto affacciato su Piazza Cavour come un palco d’onore. Dettaglio non trascurabile, perché in ottobre, durante la festa del paese, la piazza si riempiva di giostre e allora da lassù potevo dominare la scena come un principino feudale. Poi, quando ero sazio di contemplazione e i muscoli cominciavano a vibrare per l’euforia, mi bastava scendere una rampa di scale, uscire dal cancelletto e lasciarmi rapire da quel turbine che era proprio come ci si può immaginare: aria pungente, la sera ormai lesta a calare, profumi di zucchero filato, frittelle e caldarroste, fiumane di famiglie a passeggio, ragazzini solitari, bande di adolescenti, luci ovunque e su tutto un’irresistibile cacofonia di voci, urla di imbonitori, scampanii, melodie d’organetto, jingle elettronici.
Le bancarelle costeggiavano su entrambi lati tutto il viale fino all’altra piazza, dove si trovavano le giostre più imponenti e pericolose, quelle per i grandi, calcinculo, tagadà, autoscontri, piovre giganti, da un certo anno in poi addirittura una sala giochi. Passando di bancarella in bancarella, quand’ero piccolo, cercavo avidamente con gli occhi quelle stipate di giocattoli plasticosi. Cominciava una contrattazione, con mio padre o più spesso con mia zia. Me lo compri? No, non vedi com’è brutto? Ma a me piace! Come fa a piacerti quella schifezza? E il dinosauro Made in Macao o Made in Hong Kong finiva nelle mie mani, e a lungo sulla via del ritorno, mentre gli adulti si rifornivano di torrone che avremmo sgranocchiato compulsivamente prima e dopo cena, l’avrei tenuto stretto e annusato, inspirando per assorbirne il più possibile l’irresistibile aroma di gomma.
Proprio sotto il balcone della nonna, appena al di là della strada, c’era un carosello particolare, sempre lo stesso e sempre nello stesso punto, diverso da tutti gli altri. Tanto quelli erano vistosi, con loro cavalcature improbabili dai colori smaccati – lombrichi fluorescenti, personaggi dei fumetti, astronavi con luci intermittenti – quanto questo era elegante e severo, di una bellezza d’altri tempi. I cavallini erano vere e proprie riproduzioni in miniatura di cavalli, avevano finimenti in cuoio e code di crine. Forse proprio per quella sua bellezza antiquata, così eccentrica rispetto alla rutilante pacchianeria da luna park che lo circondava, piaceva molto alla nonna, che non smetteva di lodarlo, e forse proprio per lo stesso motivo piaceva meno di tutto il resto a noi bambini, che lo disertavamo volentieri. Era una giostra inattuale, sopravvissuta abbastanza a lungo da entrare di soppiatto nell’era dei cartoni animati giapponesi, ma troppo poco seducente per la nostra estetica in fasce, che cresceva nutrendosi di televisione commerciale, spot pubblicitari e meravigliose sorprese di polivinilcloruro in ogni confezione. E troppo fuori sincrono per poter resistere ancora a lungo in quell’angolo di piazza. Qualche anno dopo è scomparsa, in un anno che non saprei identificare. Non so di preciso quando, perché all’epoca non ci ho fatto caso, preso com’ero dal mio lento crescere e cambiare, distratto da tante altre cose e dai piccoli sommovimenti della mia carne e del mio cervello. Continua a leggere

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Lotte geneticamente degenerate

no-scie-chimiche-ogm-2Concentrare tutta la critica agli OGM sulla questione se siano o no nocivi per la salute è un errore strategico clamoroso.
Del resto, se ai tempi del movimento no-global si tentò di inquadrare la questione all’interno di un dibattito serio, incentrato soprattutto sull’aspetto economico (quello sì, secondo me, nevralgico), adesso a quanto sembra la lotta contro gli OGM è finita in mano ai peggiori mentecatti, ovvero agli complottari sciachimisti paranoici: un’armata brancaleone così screditata che persino i più spregevoli fiancheggiatori delle multinazionali fanno un figurone. Battaglia dunque – l’ennesima – destinata a una terribile, ingloriosa e cocente sconfitta.

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Il crocifisso come piscio di cane

Serrano.PissChristPensavo al crocifisso nei luoghi pubblici, per esempio nelle scuole statali, e a quanto sia faticoso e quasi sempre infruttuoso cercare ogni volta di spiegare che la mia contrarietà non si basa su alcun odio antireligioso o anticattolico, che non sono un simpatizzante dell’UAAR (l’Unione Atei Agnostici Razionalisti), che anzi spesso le loro posizioni rozzamente e istericamente anticlericali mi infastidiscono e mi irritano, e infine che non è il crocifisso in sé a costituire un problema… Insomma, che no, non ce l’ho con il crocifisso in sé, né tanto meno col Cristo, ma con l’uso del Cristo crocifisso.

Di solito qui mi fermo, perché chi non capisce come si possa semplicemente desiderare che i piani restino separati, almeno nella scuola pubblica (in quelle private religiose possono crocifiggere quanti Cristi desiderano, se la cosa procura loro piacere), di solito non è in grado di capire il mio ragionamento, che peraltro mi sembra piuttosto lineare: in determinate sfere della vita collettiva, semplicemente, la religione non c’entra. Non nel senso che ne è bandita, ma nel senso che non ha alcuna attinenza con quel contesto.

Ecco, pensando per l’ennesima volta a queste cose mi sono reso conto – e ne sono convinto al cento per cento – che, se fossi un cristiano devoto, la mia contrarietà alla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici cambierebbe.
Anzi cambierebbe radicalmente: ma nel senso che sarei ancora e infinitamente più ostile alla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici.

Mi spiego meglio: se io fossi un cattolico praticante e convinto, l’uso strumentale del crocifisso nelle scuole e in ogni altro luogo che sia statale e dunque – per definizione e per essenza – laico, non religioso e aconfessionale, apparirebbe certamente ai miei occhi come un atto di blasfemia. Una bestemmia.

Questo, d’altronde, è ciò che già ora mi appare – e si tratta di un’impressione talmente vivida e forte da spingermi a dire che no, non può essere solo una mia fola –, dal mio punto di vista di agnostico inappagato, di anticlericale dissenziente (rispetto all’anticlericalismo di grana grossa che circola oggi), di ex cattolico da sempre appassionato di teologia: nella questione del crocifisso nei luoghi pubblici, i cattolici usano il crocifisso esattamente come i cani usano il proprio piscio.
Lo usano per marcare il territorio.

Io che da laico e agnostico rispetto il crocifisso e provo pietà e comprensione per ciò che rappresenta, da cattolico cosa proverei nel vedere questo crocifisso usato in modo blasfemo come piscio di cane in una indifendibile battaglia di retroguardia? Certamente proverei ira e indignazione. E allora forse sì che farei di tutto per tirarlo via da quei muri su cui i degni eredi dei torturatori di Cristo si ostinano a volerlo appeso.

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Bilancio provvisorio 2014

Nel 2012 ho pubblicato un libricino in cui raccontavo la breve stagione dei movimenti altermondialisti dal mio punto di vista, timido e discosto ma partecipe, di militante semplice e disarmato. Parlavo di Genova, ovviamente, ma anche di tutto ciò che è successo intorno a noi e a noi in quegli anni fugaci (così mi paiono adesso, ma forse è un’impressione applicabile a qualsiasi porzione di passato) e terribili: gli attentati terroristici, la destra al potere in America e in Europa, le guerre, la mobilitazione emotiva collettiva nel senso dell’odio e della guerra di civiltà…
Nel mio libro registravo anche, con sconforto e dispiacere, il progressivo venir meno di quell’altra mobilitazione, volta al bene e al sovvertimento rigenerante della realtà, di cui per troppo poco tempo ma con un coinvolgimento totale e un bisogno di dedizione assoluto mi ero sentito parte.

I ricordi collettivi e personali si mischiano e si intrecciano. Nel 2008, mentre negli USA finalmente le canaglie neoconservatrici cedevano il posto a un bonus imperator, sono diventato padre. Il privato mi ha lentamente assorbito, fino a prendersi pressoché tutte le mie energie. Una specie di riflusso personale? Non so. So che intorno a me, uno dopo l’altro, svanivano tutti i punti di riferimento ideale cui mi ero appoggiato negli anni precedenti. La delusione per una realtà politica sempre più asfittica e normalizzata – non solo in quella piccolissima, meschina porzione che si svolge a Palazzo, ma anche in quella esterna, antagonista, extraparlamentare, come si sarebbe detto un tempo – era grande, quasi insopportabile. Mi sono dedicato ad altre cose, anche se ho continuato a occuparmi di quanto accadeva intorno a noi e alle nostre vite. A scriverne, come in una specie di disperata forma di resistenza e testimonianza, sulla piccola rivista di cui facevo (faccio) parte.
In Italia, per esempio, tanto per restare nei dintorni, la destra innescava una campagna xenofoba destinata a toccare picchi di infamia non più visti nel nostro paese dai tempi delle leggi razziali, e quel che è più terrificante, con il consenso più o meno silenzioso di un’ampia fetta di opinione pubblica. Non fatta di sola propaganda, ma di precisi interventi legislativi. Impronte digitali prese a minorenni di etnia Rom, criminalizzazione degli immigrati clandestini, sostegno alle ributtanti pretese reazionarie della Chiesa…

Mia figlia cresceva, lentamente e velocemente. Gli anni Zero sono finiti, è iniziato un nuovo decennio. Ho chiuso con la musica, il gruppo con cui suonavo dall’alba dei tempi si è sciolto, ho appeso il basso a un chiodo. Berlusconi, anima nera dell’Italia, funestatore per vent’anni della vita sociale, ha imboccato il viale del tramonto (si spera in modo definitivo), peraltro senza che il canagliume cresciuto sotto le sue ali protettive subisse particolari tracolli.

Quando il mio libricino è uscito, per me è stato come porre l’epitaffio su un’epoca personale e collettiva ormai definitivamente chiusa. Dieci anni mi separavano dal me stesso del libro, eppure a me pareva che fossero il doppio, o il triplo.
Più o meno nello stesso periodo ho cominciato a non stare bene. Una lunga e noiosa sequela di disturbi di salute che mi ha poco gentilmente accompagnato per quasi due anni e che mi ha spinto sempre di più a chiudermi in me stesso, a disinteressarmi del mondo intorno a me, a vivere da recluso volontario nel piccolo insieme della mia vita privata.
Ho letto molto, ho lavorato, ho fatto il padre. Sono andato avanti e indietro dagli ospedali. Niente di serio, solo tante piccole stronzate fastidiose.
Non è stato asfittico come può sembrare. Prima di tutto perché la mia vita interiore, tutto sommato, si ostina a nutrirsi di roba buona, di poesia, libri, film, musica, vuole ancora farsi bella ogni mattina. E poi perché in silenzio, tagliando tutti i rami e quasi tutti i ponti, ho racimolato un po’ di tempo per scrivere un altro libro. Che non so se vedrà mai la luce, che magari è una bruttura, ma che comunque mi ha accompagnato per tutti questi ultimi anni, nelle ore strappate alle incombenze quotidiane, e ha contribuito in maniera enorme a dare un senso alle mie giornate, al mio calcare i piedi su questa terra.

Insomma, ho tagliato tutto il tagliabile. Anche in termini di rapporti sociali ( già prima non è che fossi un compagnone, ma da un certo punto in poi, mi rendo conto di essere diventato piuttosto selvatico).
Ma così facendo mi sono scollegato dal mondo.
Ho smesso di tenermi informato. Anche perché ogni volta che provo a farlo, il disgusto e l’angoscia che mi colgono – delle vere e proprie sensazioni fisiche – mi spingono immediatamente a smettere.
Prima mi tenevo aggiornato, sempre meno con i giornali e sempre più sul Web. Del resto non ero io stesso un “attivista” della scrittura in rete? Eppure c’è stato un momento a partire dal quale ho staccato la spina anche lì.
Da anni non compro né sfoglio più un giornale. Non lo dico con orgoglio, semmai con una punta di vergogna. Perché così facendo ho comunque rinunciato a interrogarmi/informarmi. Ho ignorato le catastrofi umanitarie africane, le crisi ucraine, le guerre mediorientali. È sbagliato, lo so, ma è andata così: ho scelto, per una volta nella mia vita, di seguire ciò che il mio istinto mi dettava. Di assecondare un bisogno forte e insistente dell’anima.

Mi coglie una sensazione strana, se provo a sovrappormi al me stesso di una decina di anni fa o poco più. Allora prendevo il Manifesto, come da copione, e ogni settimana avevo appuntamento fisso con quella rivista altermondialista tanto amata e tanto detestata che si chiamava “Carta”.
Il Manifesto esiste ancora, ma da quel poco che ne so vive un lentissimo crepuscolo agonico. Le poche volte che l’ho sbirciato, in questi anni, l’ho trovato di una pochezza sconcertante. Quanto a “Carta”, non esiste più da tempo.
Allora protestavo contro la guerra in Iraq e al mio balcone penzolava la bandiera della pace. Adesso non provo un’oncia di amore in più per le bombe, eppure le posizioni dei pacifisti mi sembrano così pateticamente fuori dal mondo, così inette, così obsolete, autoreferenziali e – lo dico? Sì, lo dico – paracule che mi manca il fiato e provo lo spiacevole impulso di attaccar briga e prendere qualcuno a schiaffi.
Cos’è successo? Di chi è la colpa? Sono io che sono cambiato? Cammini differenti? O qualcuno è rimasto fermo mentre il mondo intorno si muoveva?

Tra questa primavera e questa estate credo di aver toccato l’apice (o il fondo, a seconda dei punti di vista) di questa specie di ritiro o clausura interiore. Ho cominciato a non parlare più nemmeno con me, a lasciarmi andare per lunghe ore a un’assenza da me animalesca o vegetale (a finanche minerale). A desiderare di fermarmi su quei sentierini di montagna su cui non passa quasi mai nessuno. Di rompere anche gli ultimi legami di amicizia o comunque di consuetudine.
Sì, confesso che ho accarezzato l’idea di tagliare tutto. Di buttare via tutto. Di salvare solo il nucleo indivisibile della mia vita, che è la mia famiglia, la manciata di persone che amo. Di costruirmi una vita nuova ancora più appartata, invisibile. Lontano da un mondo che mi spaventa e ancora di più mi fa incazzare. Dico “mondo”, ma è sbagliato: dovrei dire piuttosto umanità, o collettività, o società. “Consorzio umano”, per usare un’espressione d’altri secoli.
Perciò forse è ora che mi fermi, e che con uno sforzo dia una sterzata alla mia traiettoria, verso un altro punto non previsto, non avvistato, nello spazio aperto dell’esistenza.
È dura.

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Senza alcuna pretesa di redenzione

«Mi pareva che sopra di me il fragore di stelle stesse aumentando a dismisura. Interi piani di spazio stavano andando alla deriva, smottavano macinando firmamenti, mentre Dio si trovava in preda all’angoscia dell’illimite. “Un tempo…” mi pareva stesse silenziosamente vociando nello spazio “ero una liberissima, magmatica poltiglia che imperversava nell’increato intatto. Cos’è accaduto alla mia mente? Pensiero mai pensato eppure deflagrato. Il limite è stato sfondato, rovesciato, la prima volta, quando ho inviato sulla terra il mio figliolo. Vorrà dire che questa volta mi incarnerò in un bacillo. E potrò dirmi appagato se dopo un certo numero di anni, attraverso una serie di reazioni a catena che qualcuno potrebbe calcolare incalcolabili, così al termine di uno stesso evo che a qualcuno potrebbe persino apparire sigillo ciclico, eppure senz’altro scopo, senza alcuna pretesa di redenzione, sarò infine riuscito a suscitare in un corpo umano in illusorio movimento nello spazio un brontolio intestinale perfettamente udibile, in una notte qualunque eppure irripetibile, nel momento stesso in cui qualcun altro si ritroverà a incrociare per caso sopra lo stesso marciapiede…
Allora potrò veramente dire che la mia opera è compiuta!”
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Gli esordi, Mondadori 2011, pp. 39-40

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