Genova G8, oggi, vent’anni fa

Non credo che, se me lo avessero chiesto allora, sarei riuscito a immaginare che vent’anni dopo mi sarei ritrovato su un piccolo terrazzo rinfrescato dalla brezza serale, con il braccio ancora fresco di puntura e già un po’ dolorante, a cercare di spiegare a mia figlia dodicenne cos’è stata quella cosa di cui si parla da qualche giorno, Genova G8 2001, Piazza Alimonda, Diaz, Bolzaneto ma non solo, anche tutto il prima e il dopo, Seattle, Porto Alegre, Firenze, Roma, il movimento dei movimenti, i movimenti del movimento, il sommovimento e specialmente il fervore.

Senza riuscirci, secondo me, o riuscendoci molto bene, secondo lei.

Ecco, forse se dovessi scegliere oggi, vent’anni dopo, una prima parola per raccontare quella breve epoca di ribellione, direi “fervore”.

Cerco di partire dalla mia esperienza personale, in realtà piuttosto periferica, per costruire un racconto collettivo che spero riesca a rendere almeno una labile idea dell’atmosfera generale di quegli anni e di quei giorni. Il sentimento di partecipare di un’onda sociale immane, di fare la Storia. Anche, almeno un po’, il compiacimento di trovarsi a costruire una specie di Sessantotto bis ancora più vasto e dirompente (pia illusione). Il senso di militanza. Il senso dato dalla militanza.

Scelgo altre parole, che dovrò spiegare a una a una: internazionalismo, ingenuità, dolore, paura, rabbia, odio.

Ricordo per esempio che, con l’avvicinarsi di agosto, in me e nei miei amici la condizione mentale prevalente cominciò a essere quella di una quieta rabbia pronta a scattare. Il pensiero era questo: Ok, ad agosto ci lecchiamo le ferite e a settembre vi faremo un culo così.

Il “voi” era chiunque ci fosse o ci apparisse nemico. E i nemici erano tanti: non erano solo i leader mondiali, i consigli d’amministrazione delle multinazionali, gli squali della finanza, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Erano anche i giornalisti che avevano sparso merda e menzogne sul movimento, gli sbirri assassini e fascisti, i finti compagni dei partiti riformisti, che portavano il termine “sinistra” nel nome e la destra nel cuore (così pensavamo), e perfino tutti i nostri concittadini che non capivano le nostre ragioni o addirittura le rifiutavano, colpevoli perché ignavi o perché complici.

Ad agosto, cazzeggiando per San Pietroburgo tra la Publička e i chioschi dei cd contraffatti, sviluppavo dentro di me questo odio sempre più intenso e senza mezze misure.

Poi arrivò l’11 settembre e fu la Storia a farci un culo così.

Adesso non so mica più se avevamo ragione proprio su tutto. Anzi credo che, com’è ovvio e naturale, su certe cose ci sbagliassimo e su altre che avremmo potuto focalizzare meglio fossimo stranamente miopi.

Adesso mi chiedo se Mark Fisher non avesse ragione – o quanta ragione avesse – quando scriveva (in Realismo capitalista, quindi a molti meno anni di distanza dagli eventi) che “anche prima che gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre ne compromettessero l’ascesa, il cosiddetto movimento anticapitalista è sembrato concedere troppo proprio al realismo capitalista: vista la sua incapacità di ipotizzare un modello politico-economico alternativo al capitalismo, il sospetto fu che il suo obiettivo fosse non rimpiazzare il capitalismo stesso, quanto mitigarne gli eccessi peggiori; e visto che le forme in cui il movimento anticapitalista si è espresso prediligevano più la protesta che l’organizzazione politica vera e propria, la sensazione era che questo movimento si riducesse a una serie di richieste isteriche senza che nessuno si aspettasse che venissero accolte sul serio”.

Ma è anche vero che da un bambino non pretendi forza di muscoli o saggezza, chiedi potenza creativa ed energia.

E poi c’era tutta una materia oscura di idiozia tipicamente sinistroide che il fervore nascose più o meno fino al momento in cui dalle Twin Towers la gente cominciò a lanciarsi nel vuoto, per morire spiaccicata anziché bruciata. Dopo, la materia oscura fu sempre più dilagante e si mangiò il bambino.

Cerco di evitare le sciocchezze retoriche, i “Carlo vive” (che pure capisco, sentimentalmente: ma Carlo è morto), gli “avevamo ragione su tutto”, i toni da reduce, le narcisate.

Cerco anche di evitare le analisi, dotte o militanti (in passato ho provato a farlo, non so con quanto successo).

Cerco il ventottenne che deve ancora trovarsi da qualche parte qui, dentro questo corpo quarantottenne. Se lo trovo, proverò a intervistarlo. Per ora mi accontento del fervore, del ricordo del fervore.

Mentre provo a raccontare a mia figlia questo enorme grumo di fatti e sentimenti, mi rendo conto che, vent’anni dopo, non sono più capace di avere uno sguardo lucido. Oscillo tra due sensazioni contrastanti: ora mi pare che tutto sia successo l’altro ieri, ora mi sembra di parlare da una distanza siderale.

Avevamo ragione? Avevamo torto? Fummo ambigui sulla violenza? Era moralmente lecita? Tatticamente sbagliata? Cosa poteva succedere che non è successo? Quali strade sono rimaste inesplorate? Dieci, quindici anni fa avevo le idee meno confuse. Oggi forse mi restano chiare poche cose: la rabbia e il dolore per la repressione, per l’uccisione di Carlo Giuliani, per le torture e i pestaggi. La nostalgia per il fervore, per il senso di appartenenza a un movimento collettivo mondiale e anche, un poco, credo, per il giovane che ero allora. Per la mia e nostra vita di allora, molto stupida ed entusiasta, ancora così piena di promesse.

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Teoria della relatività esistenziale

Forse è una banalità, ma vengo colto da sbigottimento ogni volta che penso all’incredibile elasticità del tempo, e a come questo si dilati in maniera direttamente proporzionale alla quantità di eventi perfettivi che costellano e determinano il nostro procedere nello spaziotempo della vita. Così l’infanzia, che pure vista dall’esterno non è che una manciata di anni brevi e fuggevoli, potrebbe contenere un’intera vita adulta, e l’adolescenza fino alla prima giovinezza è per intensità di vissuto altrettanto o più multiforme ed espansa degli anni che la seguono. Mentre l’impoverimento dell’intensità e della pienezza, che si innesca in qualche momento spesso soltanto a grandi linee individuabile, coinciderà con un’accelerazione della velocità con cui il nostro tempo individuale scorre verso la sua fine, quasi in un rapporto di proporzionalità inversa, man mano che il nostro movimento nello spaziotempo della vita scivola verso la ripetitività imperfettiva e la circolarità.

Sbigottimento, dicevo, se mi soffermo a considerare la sterminata serie di anni che nella mia vita va dall’estate del 1981, quando nacque mio fratello (partendo per convenzione o simbolicamente dalla sera in cui mio padre, mentre passeggiavamo per via Stignani o viale Sforza, mi disse che a settembre, cominciando la terza elementare, avrei cambiato scuola, e io piansi al pensiero che non avrei più rivisto i miei compagni e la maestra), a quella del 2001 (scegliendo come termine simbolico la sera del 21 luglio, quando io e mio fratello fuggimmo con la gola arrossata per i gas lacrimogeni da Genova e dalla violenza poliziesca dello Stato), irriducibile alla cifra che l’arido calcolo matematico restituisce: vent’anni. No, è incalcolabilmente più lunga e densa per via della mole di eventi perfettivi che sono intervenuti come deflagrazioni a deviare il vettore del mio procedere nello spaziotempo della vita.

Eppure, se calcolo aritmeticamente altri vent’anni e da quell’estate insurrezionale giungo a questa seconda estate pandemica, devo constatare che la serie temporale compresa tra i due estremi va restringendosi e accelerando man mano che si allontana dal primo e si avvicina al secondo.

Ancora più vertiginosamente evidente è questo fenomeno se spezzo la mia vita in segmenti più brevi. Cos’ero nell’estate dell’89 e nell’estate del 2001? Quale distanza siderale divide i due me, il diciassettenne sbarbato che aveva ancora una nonna, una morosa provvisoria e una compagnia di amici creduta eterna, e il ventottenne barbuto e ustionato che sfilava sgomento a mani alzate tra due ali di sbirri?

Mentre se confronto per esempio il me stesso dell’estate 2009, neo-padre alle prese con pappe, pannolini e disturbi del sonno, con quello (di sicuro più ingrigito) che mi fissava stamattina dall’altra parte dello specchio, non percepisco più di due o tre anni trascorsi in una corsa sempre più accelerata, in un movimento sempre più imperfettivo, sempre più rapido, sempre più statico.

È ciò che chiamo, non per presunzione ma scherzosamente, teoria della relatività esistenziale.

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Trenta film 2: Il settimo sigillo / Il posto delle fragole

(Ebbene sì, ho barato: due film al posto di uno. Ma continuerò a scrivere “Trenta film”, tanto chi mai terrà il conto?)

Negli anni Novanta a Milano era ancora attivo il mitico cinema De Amicis, una sala d’essai gestita dal Comune e specializzata in rassegne per cinefili duri e puri. Un luogo meraviglioso e quasi appartenente a un’altra dimensione, con le poltroncine rosse talvolta semisfondate e un’aria desueta e un po’ frusta, da locale sovietico. Insomma, quel fascino non fighetto che è naturaliter figo. La frequentava una fauna variegata e di incredibile interesse antropologico. I prezzi erano bassi, lo stato delle pellicole sovente drammatico, il valore dei film mediamente inestimabile. Io ne ero un fruitore quasi compulsivo e capitava spesso che ci andassi due o tre volte a settimana, spesso fermandomi per due o tre proiezioni di fila. Ci ho visto veramente di tutto, dai capolavori del cinema giapponese a oscuri film georgiani dei primi anni Ottanta, passando per roba spaziale come l’opera quasi omnia di Rohmer, Herzog, Ejzenštejn, Kieślowski, Lynch, Tarkovskij e Kubrick (memorabile fu se non erro nel 1998 la rassegna completa dedicata al Maestro, che egli stesso pretese fosse gratuita “perché l’Italia è la patria di Gramsci” e che vide file chilometriche di spettatori dipanarsi lungo via Caminadella per decine e decine di metri). Per non dire delle retrospettive sul neorealismo, sul cinema sovietico o sulla Nouvelle Vague… ’Twas in another century, my friends.

[Foto presa dalla pagina Fb “Il fu Cinema De Amicis”]

Nel 1994 il De Amicis organizzò una rassegna sul cinema di Ingmar Bergman. Fu allora che scoprii le opere di uno dei miei registi più amati. Ricordo ancora con stupore e un filo di malinconia la sala strapiena quando venne proiettato Il settimo sigillo: una cosa oggi impensabile. Ricordo quanto mi colpì il film, che vidi in un periodo della mia vita in cui ero tutto assorbito dalle letture dostoevskiane. Ricordo che dopo la proiezione io e la mia morosa andammo a piedi fino in piazza Beccaria, ci sedemmo a un lercio tavolino della vecchia Crota Piemunteisa e, tra un panino coi wurstel e una birra, tirammo tardi a discutere del film. Ovviamente mi identificai (e continuo a identificarmi) nei rovelli spirituali del cavaliere Antonius Block, sebbene purtroppo la mia faccia sia infinitamente meno bella e interessante di quella di Max von Sydow.

Antonius Block ovvero Max von Sydow, l’uomo più bello della storia del cinema

Amo alla follia il Bergman del periodo esistenzialista. Meno mi piacquero i film che girò in pieno trip psicoanalitico. Forse è un limite mio, ma mi hanno dato meno (anche se con quel “meno” si intende comunque un elevato livello di godimento estetico/cinematografico), in ogni caso nulla di paragonabile allo sconvolgimento interiore che mi procurò un capolavoro assoluto come Il posto delle fragole, dove il tormento esistenziale è risolto in un connubio di grande forza emotiva e assoluta perfezione formale. E quanto è grande il grande Victor Sjöström nei panni del professor Borg?

Il professor Isak Borg
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Trenta film 1: Alien (1979)

Quando Alien uscì in Italia, alla fine del 1979, se ne fece un gran parlare sui giornali. Mia zia andò a vederlo al cinema e ne rimase così colpita che, durante le nostre consuete passeggiate domenicali nei boschi del Ticino, me lo raccontò in termini entusiastici, senza risparmiare i dettagli più cruenti. Essendo io all’epoca seienne e non avendo ancora sviluppato alcuna forma d’odio per gli spoiler ne rimasi profondamente affascinato. Vi tornavo di continuo, chiedendole di raccontarmelo daccapo con sempre più dovizia di particolari, al punto che in breve fu quasi come se lo avessi già visto. Di fronte a una simile passione, mia zia a Natale non poté che regalarmi un meraviglioso libro sulla lavorazione del film, edito in Italia da Mursia, ricco di immagini e fotografie (alcune invero truculente). Il volume, piuttosto sfatto, vive ancora in una delle mie librerie. In quarant’anni, credo di averlo sfogliato migliaia di volte, fino imparare a memoria ogni singola illustrazione. È uno dei libri cui tengo di più, un vero tesoro. Se siete come me degli appassionati del film e vi capita di intercettarlo in qualche sito di libri usati, prendetelo senza esitazioni.
L’alieno immaginato da HR Giger in ispecie catturò la mia immaginazione. Ne ero attratto in maniera quasi erotica. Mi ossessionava a tal punto che presto cominciai a disegnarlo compulsivamente. All’epoca disegnavo tantissimo, e quasi soltanto quattro soggetti: squali, scheletri, dinosauri e Alien.

Quando mesi dopo il film arrivò ad Abbiategrasso, mia zia finalmente portò me e mia sorella a vederlo.
Era decisamente un’altra epoca: la cassiera non si scompose nel vedere due bambini di sette e cinque anni, e staccò i biglietti con nonchalance.
Quella prima visione di Alien rimane uno dei momenti fondanti della mia vita.
Superfluo dire che mi spaventai a livelli quasi insopportabili. Quanto a mia sorella, passò il tempo a masticare un lembo della gonna: alla fine della proiezione era tutto ciancicato e fradicio. Io mi alzai a stento dalla poltroncina, perché le gambe mi tremavano incontrollabilmente.
Uscimmo a riveder la luce che eravamo due cenci lividi, ma che meraviglia! Che memorabile miscuglio di terrore puro e pura esaltazione!

Da allora ho rivisto Alien mante fiate sempre traendone immenso diletto. È un capolavoro del cinema nonché, a mio parere, il capolavoro di Ridley Scott, che antepongo perfino al pur stupendo Blade Runner. Ed Ellen Ripley è la mia eroina preferita in assoluto (con ciò comrendendo personaggi maschili e femminili): di un livello di figaggine ineguagliabile.

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Un post intriso di “moralismo d’accatto unito ad ignoranza”(*)

Dicono: il porno è sdoganato, il porno è cool. Se lo critichi sei un bugiardo o un bigotto, anzi di certo un bigotto bugiardo.

Tuttavia mi domando: sicuri per esempio che il porno sia impermeabile al revenge porn? Che tra i video con cui ci si sega non ci siano per esempio filmati rubati all’intimità di una donna?

Poi mi domando: il porno è davvero libero da sfruttamento e violenza? Sicuri che il mondo del porno sia un paradiso disinibito e libertario di attrici consenzienti anzi felici del loro lavoro? Che non abbiano storie devastanti di degrado, dipendenza, abusi, prostituzione?

Ci si lava la coscienza abbastanza facilmente: questa pornostar discetta di filosofia, quella è anticapitalista, quell’altra è contro Trump, quell’altra ancora fa porno consapevole femminista lgbt-friendly. Quindi non faccio nulla di male: non mi sego davanti a una donna costretta a reificarsi per il piacere maschile (o per il bisogno maschile di godere della reificazione della donna-corpo), anzi faccio una cosa fighissima. Hai visto il servizio di Vice dove le ragazze intervistate dicono “Lo facciamo volentieri, ci piace”?

(Inoltre: sono casi rappresentativi o servono solo a giustificare una realtà molto diversa e altrimenti inaccettabile? È tutto oro colato, o ci si vuole convincere che è tutto oro colato per sentirsi a posto con la coscienza? Non è che per caso è il sistema economico-industriale del porno che ci fornisce gentilmente i mezzi igienici per lavarci la coscienza?)

Le battute ammiccanti su Pornhub degli stand up comedians nostrani, le risatine complici del pubblico, le arguzie social sull’abuso di Pornhub durante il lockdown: tutto dando per scontato che tutti siano fruitori di Pornhub, ma più ancora che fruirne sia una cosa normale, anzi à la page.

Dicono: il porno non fa male a nessuno, il porno è sano, perfino igienico.
Ma sicuri che il porno sia positivo per esempio per un ragazzino che entra nella fase della pubertà? Che gli insegni il rispetto della donna e lo aiuti a sviluppare una sessualità piena e soddisfacente? Sono tutti in grado per esempio di capire che magari farsi sodomizzare da trenta centrimetri di dimensione artistica non è esattamente la più grande aspirazione di ogni singola donna al mondo (tranne beninteso mamme e sorelle)?
Come si rifletterà la sua sessualità porno-forgiata per esempio sui rapporti con la fidanzata, le amiche, le compagne di scuola. Cosa darà ai legami affettivi o sessuali che stringerà con le donne?Nei racconti degli ex pornodipendenti, la coazione crescente si accompagna sovente se non ogni volta a un bisogno continuo di sesso (guardato) sempre più estremo. È sano questo meccanismo?

Il porno condiviso ludicamente sui gruppi whatsapp del calcetto è solo un gioco? Un passatempo innocuo? Anche senza arrivare a casi allucinanti come quello del video di revenge porn di cui si è parlato in questi giorni, che tipo di sessualità maschile riflette/amplifica/conferma? In quale modello maschile cerca di cementare tutti i suoi membri?
Ma sì, lo fanno tutti, che male c’è? Son tutti sposati, son tutti brave persone. E fatte ’na risata ogni tanto. Che, sei fr***o?

Mi capita a volte di leggere post di gruppi femminili critici rispetto al porno, all’idolatria del porno, al porno come feticcio della liberazione dalle pastoie della morale borghese.
Quasi puntualmente accade questo: che dei maschi arrivino a commentare in maniera sprezzante e in tono pedante, bacchettando le presunte bacchettone. Attorno a questi commentatori maschi si radunano quasi sempre piccoli branchi di commentatori maschi. Il succo dei loro interventi, quasi sempre piccati, sarcastici e/o pedagogici, è facilmente riassumibile così: siete moraliste, represse, terf.

A volte sono maschi di sinistra, con profili social rigorosamente progressisti, antisalvinisti, gender-friendly, con tutta quanta la chincaglieria ideologicamente corretta al posto giusto.Se incalzati, rispondono “Not all men”: uggioso ritornello da sedicenne colto con le mani in fallo. Excusatio non petita?

L’odore di autodifesa/autoassoluzione e di coda di paglia in fiamma si sente forte lo stesso, devo dire.

(*) Il virgolettato del titolo proviene da un commento critico e liquidatorio nei confronti di questo pezzo comparso su Internet. Chiedo perdono per la -d eufonica, che non è mia ma del commentatore in questione.

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Compleanno 74

Oggi mi sono infilato le calze
partendo dal piede destro
anziché da quello sinistro

Ho capito che stava succedendo
qualcosa di nuovo di inedito
dal senso di stranezza e di fatica

L’istinto mi diceva ricomincia
invece mi sono sforzato
di proseguire contro natura

Questa dev’essere la prima volta
pensavo da quando ho imparato
a infilarmi le calze da solo

Ma quando è capitato? di sicuro
negli anni settanta in via Galli
prima della bici e del trasloco

Ipotizzo tra i quattro e i cinque anni
ovvero tra il Settantasette
e il rapimento di Aldo Moro

E chi me l’ha insegnato? Mio papà
probabilmente una domenica
mattina prima di andare a messa

Nel mio ricordo è quasi sempre lui
che mi insegna a fare le cose
e mi spiega le cose da fare

Le leggi le meccaniche le tecniche
e le parole per indicarle –
questo è il piedino questo il suo calzino

Da allora a mia insaputa metto in pratica
i suoi procedimenti i suoi sistemi
più o meno in ogni caso della vita

E quando poco fa mi sono alzato
non per niente ho indossato i calzoni
dopo aver inguainato i piedoni

Fuori dalla finestra sta soffiando
un vento gelido di tramontana
e il cielo è blu senza una nuvola

Tra otto giorni mio padre compie gli anni
è un vecchio signore gentile
con le sopracciglia un po’ cespugliose

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La regione perduta

La Lunigiana interior, che si inerpica per pareti scoscese fino al crinale appenninico e da lì deborda lungo i docili pendii emiliani fino a Corniglio, Monchio delle Corti e Cerreto Alpi, è la più sorprendente tra le terre dimenticate d’Italia.

Anticamente l’Appennino tosco-emiliano divideva e metteva in comunicazione i territori di due popoli, gli Apuani e i Friniates. Gli uni occupavano i ripidi contrafforti appenninici a ovest e le colline boscose digradanti verso il mar Tirreno, ossia quella regione negletta e perduta eppure incredibilmente affascinante che oggi si chiama Lunigiana; gli altri il più dolce declivio che conduce alle pianure dell’Emilia.

Entrambi di etnia ligure, parlavano lingue imparentate e probabilmente di  mutua intelligibilità. Erano, secondo i Romani, popoli selvatici e riottosi. Il crinale, dicevo, segnava un confine, ma era un confine poroso e osmotico: Apuani e Friniates vi si incontravano, e sfruttavano insieme i suoi prati sotto forma di pascoli in comune, i cosiddetti compascua.

I malagevoli passi appenninici erano percorsi in un senso e nell’altro da pastori che, di tanto in tanto, si trasformavano in guerrieri. Dalle foreste dell’alta Lunigiana e delle Apuane i Ligures scendevano a razziare le colonie latine di Pisa e Luni.

Le colline lunigianesi a ridosso dell’Appennino sono già montagne, basse ma impervie e ricoperte di fitte foreste. Sulle loro cime, gli Apuani avevano da secoli o forse addirittura da millenni i loro castellari: luoghi di pascolo e rifugi difensivi, fortificati e inaccessibili, visibili gli uni agli altri, posti strategicamente in punti elevati da cui si poteva vigilare sulle vallate sottostanti.
Oggi, a millenni di distanza, sono perlopiù scomparsi. Ma molte di quelle alture ne recano ancora traccia nel nome: state pur certi che, se sulle mappe un monte è chiamato “Castellaro”, facendovi strada tra la vegetazione verso la sua sommità troverete sepolti sotto strati di muschio e rovi resti di antichi muri a secco o vedrete affiorare dal terreno strane strutture semicircolari.

Nel II secolo a.C., i Romani, stanchi di razzie e decisi a prendere il controllo dei valichi appenninici, onde garantire la sicurezza delle colonie costiere e delle vie di comunicazione, dichiararono guerra agli Apuani.
Gli Apuani, tuttavia, si rivelarono dei veri ossi duri. Forse il nemico più tosto che i Romani avessero incontrato fino a quel momento sul territorio italiano. Ci vollero decenni per sottometterli, e la soluzione finale escogitata da Roma fu di fatto un genocidio culturale. Dopo averli faticosamente sconfitti in battaglia, presero la maggior parte dei superstiti, uomini donne e bambini, e li deportarono in massa nel Sannio: secondo le fonti antiche si trattava di quasi 50 000 persone.

La cosa incredibile è che quegli Apuani deportati non smisero di essere un problema. Cent’anni dopo, quando i popoli italici si ribellarono a Roma e diedero inizio alla Guerra Sociale, i principali esponenti della rivolta furono proprio i loro discendenti: seppure già in parte mescolatisi alle popolazioni locali, non avevano perso né la memoria delle loro origini né l’animosità dei loro bisnonni.

Non tutti gli Apuani furono deportati. Nelle valli più interne e nelle zone più impenetrabili, ciò che restava di quel fiero popolo continuò a condurre il bestiame per stretti sentieri fino ai passi lungo il crinale.
Trascorsero i secoli. L’Impero romano crollò. Arrivò il cristianesimo ed estirpò con grande fervore i culti pagani. Le statue stele, misteriosi manufatti di una civiltà antichissima, vennero distrutte o usate come materiale da costruzione. Qualcuna sfuggì allo zelo dei bigotti e finì sepolta. Ne sono state ritrovate poche, ma è bello pensare che sottoterra, tra le faggete che circondano i minuscoli borghi di pietra o lungo la cresta dei monti, ve ne siano ancora, dormienti, in attesa di tornare alla luce.

Tra il VI e il VII secolo, la Lunigiana si trovò sulla linea del fronte nelle guerre tra i Goti e i Bizantini e tra i Bizantini e i Longobardi. Sarcasmo della storia: millecinquecento anni più tardi sarebbe successo di nuovo: Linea Gotica e feroci Germani, stavolta inquadrati nella Wehrmacht.
Esiste ancora lungo il fiume Magra un piccolo paese dal nome strano e curioso: Filattiera. Così i Bizantini chiamavano le loro torri di guardia: phylakteria.

Persistenza nel presente di un passato lontanissimo e ormai per molti aspetti obliato.

Girando per quelle zone si incontrano toponimi interessanti. Sul crinale tra le province di Massa Carrara e di Parma, il passo di Lagastrello e il passo Giovarello mostrano un suffisso tipico dell’antica lingua ligure; Barbarasco è puro ligure; Malgrate, una frazione di Villafranca, celtoligure.
Molte località portano nomi di origine latina (Ripola ovvero ripula, piccola riva), in certi casi derivati dal nome dell’antico proprietario dei fondi su cui sono sorte (Varano forse in origine Fundus varanus o veranus o varianus, podere di Varo/Vero/Vario?). Altre ancora hanno forme ricorrenti di cui è difficile stabilire l’origine: suffisso romano e radice preromana? Torsana, Gabbiana, Lusana, Tresana, Licciana, Baccana, Cisigliana, Podenzana. Camporaghena, Logarghena. Altri nomi, infine, suonano esotici e totalmente indecifrabili: Taponecco, Cinollo, Tralesta, Campolone, Bragalata, Sillara…

Secondo Emanuele Gerini, un sacerdote fivizzanese che nel primo Ottocento scrisse una pionieristica storia della Lunigiana, il torrente Taverone, che dall’Appennino attraversa la valle omonima per confluire nel Magra all’altezza di Aulla, ai tempi dei Romani era chiamato “Sirancus”. Impossibile stabilire da dove il Gerini abbia preso questa informazione: se l’abbia tratta da qualche documento notarile altomedioevale nel frattempo andato perso tra archivi alluvionati e incendi o se sia solo un parto della sua fantasia. Ma “Sirancus” suona stranamente simile a una delle poche glosse di antico ligure giunte fino a noi: “Bodincus”, il nome celto-ligure del Po.
Se “bod-” sta per “profondo”, di “Sir-” si ignora il significato, ma quel suffisso “-nc-” in comune è davvero suggestivo.

E poi ci sono le persone. Gli abitanti dei paesi più nascosti, dei borghi ormai semispopolati che costellano le colline della Lunigiana. Li senti parlare una strana lingua che è come un dialetto emiliano sporcato di ligure, ma suona comunque differente. Li guardi e il loro aspetto, perfino a duemila o millecinquecento anni di distanza, ti racconta la stessa storia che troveresti nei libri. Sperimenti visivamente l’amalgama disordinata dei popoli antichi che qui si sono incontrati o scontrati.

Qualcuno è rossiccio di capelli, dettaglio che rafforza l’ipotesi di un’antichissima mescolanza di genti mediterranee e celtiche; ma per la maggior parte sono minuti, di bassa statura, olivastri d’incarnato, con nasi aquilini e teste elegantemente dolicocefale. Autentici discendenti degli antichi Apuani così come descritti da Diodoro Siculo: tutt’altro che massicci in apparenza, eppure temibili in combattimento per forza e tenacia.

Più ci si sposta verso le montagne, più capita di incontrare uomini dalla struttura fisica robusta, la testa tonda, gli occhi azzurri. Il sospetto, oltre che sui Longobardi, che conquistarono quelle valli e le controllarono per secoli, cade sui quei legionari di origine gallica che due millenni fa, sub specie di pensione statale, ricevettero alla fine del servizio militare piccoli appezzamenti di terreno sulle falde appenniniche.

Ricordo ormai molti anni fa il mio stupore nel ritrovarmi di fronte un vecchio montanaro sceso dai monti di Comano per ingozzarsi di birra (pardon, cervogia) e cinghiale in una trattoria giù a valle: alto, il ventre prominente, una zazzera grigia che un tempo doveva essere stata fulva, gli occhi incredibilmente celesti e un paio di folti baffi spioventi alla maniera di Vercingetorige. Avrebbe potuto benissimo chiamarsi Obelix.

L’Italia è etnicamente, geneticamente meravigliosa: nei nostri corpi, nei nostri cromosomi e sulle nostre facce portiamo le tracce del nostro passato remoto.

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Fuori dal tempo e dallo spazio

A volte si ha semplicemente voglia di non esistere, almeno per un po’.

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Il fascista malinconico

Nel primo pomeriggio del 1° agosto 1991, dopo un viaggio interminabile in treno attraverso la Francia, collassai davanti all’ostello della gioventù di Lorient. Ero partito da Milano la sera prima in splendida forma, mi ero svegliato con la febbre alta e una cosa che assomigliava in modo inquietante a una bronchite asmatica. Non male, visto che si trattava del mio primo avventuroso viaggio beatnik in solitaria, un regalo fatto a me stesso per i miei diciotto anni appena compiuti.

L’ostello era chiuso per la pausa pranzo e deserto, fatta eccezione per un tizio placidamente seduto sui gradini dell’ingresso. Vedendomi male in arnese e rantolante, mi offrì cioccolato e biscotti, che accettai senza fare complimenti.

Italiano anche tu?
Sì.
Di dove?
Milano.
Anch’io.

Era piuttosto buffo, un po’ come Stanley e Livingstone, suppongo, così ci presentammo.

Lo chiamerò qui Aroldo, anche se non era il suo vero nome. Aveva all’apparenza attorno ai venticinque anni, quindi era molto più grande di me, almeno secondo la mia prospettiva dell’epoca.
Era un bel tipo: slanciato, elegante, con i capelli biondi da giovane lord inglese in vacanza e un’aria a metà tra il malinconico e il blasé. In attesa che l’ostello riaprisse facemmo un giro nei dintorni.
Aveva un modo pacato di parlare e di muoversi, molto cool hipster, pensai sulla scorta delle mie letture kerouachiane.

Sei qui anche tu per il festival interceltico, giusto? mi domandò accendendosi una sigaretta.
Sì.
E come ci sei arrivato?
In treno. E tu?
In bici.
In bici da Milano?
Sì.
Cazzo!
Sì. Però intendevo dire come hai saputo del Festival.
Ah, c’è una trasmissione di musica etnica che ascolto ogni tanto, su Radio Popolare, non so se hai presente… La sacca del diavolo. E…
Quindi sei venuto col nemico.
Me lo disse con un sorrisetto sornione.
Col nemico?
Eh, be’. Con i comunisti.
Accidenti, sì. Quindi tu…?
Sono fascista.
Cazzo!

Andammo avanti a chiacchierare imperterriti. Per qualche strano motivo, Aroldo trovò del tutto naturale raccontare i fatti suoi a quello che di certo ai suoi occhi appariva come un ragazzetto, per di più vagamente fricchettone. Mi disse che era stato un dirigente del Fronte della Gioventù e accennò di sfuggita a un misterioso esaurimento nervoso che lo aveva colpito e che, intuii, lo aveva portato a fare quel lunghissimo viaggio in bicicletta, anche lui in solitaria. Forse gli era piaciuto il fatto che anch’io stessi viaggiando da solo, senza gruppo, come un cane sciolto (invero in quel momento piuttosto malconcio). Comunque sia, andammo avanti a chiacchierare, su e giù per le strade della periferia di Lorient. A diciott’anni, si vede, avevo una buona resistenza fisica alla febbre.

Poiché eravamo lì per partecipare a un festival di musica e cultura celtica (cosa che, confesso, all’epoca mi interessava molto relativamente), a un certo punto cominciò addirittura a parlarmi dell’“Europa celtoariana”, oggetto dei sogni e dei vagheggiamenti suoi e dei suoi camerati. Lo fece con un tono così tranquillo eppure appassionato che non ebbi il coraggio di ribattere, anche se avrei potuto rispondergli che l’Europa celtoariana era un ircocervo, un apocrifo e forse anche un incubo, o che gli Ariani dalle steppe eurasiatiche se n’erano andati in Persia e Indostan, e in Europa non avevano mai messo piede. Ma passammo ad altro e finalmente trovammo una passione che ci accomunava: Tolkien, ovvio.

Del resto, all’epoca io ero un seguace del verbo di Kerouac e Ginsberg: trovavo tutto degno di interesse e come un bambino davanti a un giocattolo nuovo mi entusiasmavo per chiunque in un modo o nell’altro mi sembrasse originale, autentico, anticonformista o comunque sfasato rispetto all’odiato filisteismo borghese. Fosse anche alla maniera fascista.

O forse avevo un disperato bisogno di fratelli maggiori.

Nelle ore successive conoscemmo diversi altri italiani arrivati alla spicciolata all’ostello e costretti come noi, visto il pienone, a bivaccare nella boscaglia dei dintorni. Il flemmatico Leopoldo, mezzo milanese e mezzo uruguayano, con qualche ruolo prima nel Pci e poi nel Pds cittadino. Giorgio, un mod triestino la cui unica fede erano gli Who (cosa che mi piacque enormemente). Sergio e Andrea, due studenti di medicina genovesi metà hippie e metà militanti extraparlamentari di estrema sinistra…

Per una manciata di giorni che a me parvero mesi, si creò un’assurda e fluttuante specie di gruppetto inter-ideologico. Era il 1991, anno di enormi sommovimenti politici, e quando se non allora sarebbe potuto accadere che un aspirante poeta beat appena maggiorenne, un intellettuale o forse addirittura un mistico fascista evoliano e un compagno dei centri sociali si trovassero a dormire insieme sull’erba e sotto un albero?

Strani tempi. Mod, hippie. Pci, Msi. La Pantera. L’Urss. A scriverlo adesso, sembra il Giurassico.

Poi, piano piano, Aroldo si staccò dal gruppo. Si sentiva fuori posto e le occhiatacce dei due genovesi cominciavano a farsi più frequenti. Lo incrociai ancora un paio di volte in giro per Lorient, a cavallo della sua bici. Aveva l’aria sempre più malinconica e uno sguardo assente. Mi parve che la morsa della depressione avesse ricominciato a tormentarlo.

L’ultima volta che gli parlai, mi disse che ripartiva, che forse sarebbe tornato a Milano o forse sarebbe rimasto in giro ancora un po’ per quell’Europa che non era mai esistita se non nella sua immaginazione.

Sono ricordi lontani. Da allora ogni tanto, quando passeggio per Milano, ripenso ad Aroldo, il fascista malinconico, e mi immagino di incrociarlo di nuovo, rigorosamente in bici. Nella mia memoria è ancora giovane e biondo, anche se naturalmente dopo trent’anni saremo entrambi irriconoscibili. E mi domando un po’ oziosamente che sarà stato di lui. Com’è andata la sua vita, per questi lunghi decenni? Cos’è diventato? L’ha avuta vinta lui o la depressione? È sopravvissuto? È ancora un fascista malinconico o con l’età si è ridotto a un banale fascista nostalgico?

Non so perché tutto questo mi sia tornato in mente proprio in questi giorni. Sarà l’umore ondivago di questa strana primavera agli sgoccioli, il compleanno numero quarantasette che si avvicina, o il peso del presente che mi spinge a cercare rifugio e amnios nelle acque saline della memoria.

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Animals II

C’era una volta un cane, un maiale e una pecora.

Il nuovo l’ennesimo il postremo (assai probabilmente e finanche auspicabilmente) feud tra Waters e Gilmour è piacevole come una pallonata sui coglioni. Ma parliamone, visto che quei tizi li ascolto da trenta e passa anni, avendone speso una cifra tutto sommato considerevole tra dischi in vinile cd cofanetti poster libri magliette eccetera, e considerato che li ho anche più volte sentiti dal vivo, insieme o in separata sede.

Vorrei articolare il mio discorso in due forme. Una concisa, laconica, direi spartana, e una più argomentata.

Prima la breve: hanno rotto i coglioni.

Ora la lunga.

Roger Waters. Più che un musicista, da tempo è un attivista che usa la propria fama e la propria produzione artistica per diffondere le sue idee politiche. Questa cosa polarizza le opinioni: tra i fans c’è chi lo segue amando anche questo suo ruolo di guru antimperialista e chi ne è disgustato. Tra coloro che non ne sopportano l’attivismo, è frequente leggere commenti del tipo “Lascia stare la politica e limitati a fare musica”. È una frase del cazzo, e spiegare perché mi sembra inutile. Peraltro è dai tardi Settanta che Waters fa discorsi politici: lasciando pur perdere le invettive generiche ancorché potenti di Animals, che dire di canzoni come Waiting For The Worms o dell’intero The Final Cut (un album tra l’altro che rasenta il capolavoro, complesso e sfaccettato e infatti enormemente sottovalutato dai floydiani di bocca buona)?
Infatti il problema non è che Waters esprima le sue idee politiche, cosa che è liberissimo di fare (come hanno fatto legioni di musicisti, ognuno alla sua maniera). Il problema sono le sue idee: improntate a un antimperialismo massimalista e ottuso, vetero, da vecchio stalinista scoppiato, puerilmente manicheo e fanatico. Antisionismo esibito e muscolare da una parte, dall’altra un viscido e ambiguo fiancheggiamento di orrendi dittatori e democrature. Senza sconti quando si tratta di condannare i crimini veri e presunti di Israele e gli Usa, improvvisamente balbettante, perfino afasico o addirittura connivente con i vari Putin e Maduro, per non parlare delle vergognose prese di posizione implicitamente favorevoli all’incurable tyrant Assad.
Una parabola veramente triste, quella che ha portato l’autore di un pezzo memorabile di condanna del potere come The Fletcher Memorial Home a bullizzare gli Elmetti bianchi o le organizzazioni indipendenti che cercavano di portare alla luce i misfatti del regime siriano.

Roger, io posso sorvolare sul fatto che in concerto tu finga soltanto di suonare il basso e canti in playback (avendo ancora i capelli ma avendo perso la voce), posso godermi i tuoi show pacchiani e rutilanti, l’ottima surrogate band che gli suona dietro e tutto il resto; ma non sono disposto ad accettare il tuo rossobrunismo. E, per quanto possa simpatizzare con le sofferenze del popolo palestinese e detestare le feroci politiche della destra israeliana, provo una gran pena e un insostenibile fastidio nel sentirti latrare anche sui social come un pitbull contro i fiancheggiatori del sionismo.

David Gilmour me lo ricordo, nei tardi anni Ottanta, quando era perfino più giovane di me adesso ma sembrava un vecchio zio in andropausa incipiente, grasso come un maiale, incasinato, cocainizzato, e portava in giro una versione plasticosa dei vecchi Pink Floyd con spettacoli magniloquenti ma senz’anima e scalette banali e scontate, piattamente antologiche. Non gliene voglio, anzi: il primo concerto della mia vita furono proprio i Floyd a tre (anzi a due e mezzo), all’autodromo di Monza, nel maggio dell’89. E poi, in fondo, quella riesumazione postuma ebbe almeno il merito di rinfocolare l’interesse generale per la band, rimettendo in circolo la loro musica in un’epoca di stanca e di oblio.
Dopodiché, Gilmour ha prodotto con la complicità di Wright e Mason l’album più oscenamente brutto dell’intera discografia floydiana, il caricaturale The Division Bell (di cui butterei via tutto salvo High Hopes – un po’ poco, una sola canzone), rimesso in piedi il baraccone dei megaconcerti con megalaser e megapalchi (e qualche sorpresa in più nelle scalette, purtroppo controbilanciata dallo scadentissimo materiale di TDB), confezionato un paio di dischi solisti noiosissimi, di bolso Adult Oriented Rock, perfettamente nello spirito del loro autore: roba da vecchi benestanti di sinistra, appagati, sobriamente british e molto borghesi.
Eppure è stato capace anche di qualche zampata: il suo tour solista del 2006 con Wright ospite d’onore è stato, nonostante il livello discontinuo del materiale proposto, la cosa più schiettamente floydiana da decenni. Si ascolti Echoes nel live a Gdansk per credere.

Oggi David Gilmour è un calvo e più asciutto signore di quasi settantacinque anni, con una moglie molto PR e molto social media manager (lo dico senza ombra di disprezzo), molti figli, molti soldi, che si gode i miliardi largamente meritati e ogni tanto strimpella in diretta web dal suo principesco smial sulle verdi colline della Contea. Non è che sia proprio l’epitome del rocker indomito, ma ha almeno il pregio dell’onestà. Non mi fa impazzire, ma è schietto. Preferisco così, piuttosto che le savonarolesche tirate dell’ex bassista contro le band che osano suonare per i sionisti (memorabile il vaffanculo dei Radiohead in risposta), magari pronunciate alla vigilia di qualche concerto moscovita, mentre gli aerei russi bombardano la popolazione civile a Idlib.

Nick Mason, con quello sguardo mite e sornione, è quanto di più simile a un Hobbit si possa trovare nel mondo reale. Se si mettesse a fumare la pipa sulla veranda con indosso un panciotto verde oliva, potrebbe benissimo passare per il sosia di Bilbo Baggins. Difficile non guardarlo con simpatia, tanto più che, sorprendendo tutti, da membro in assoluto meno influente dei Floyd (almeno dal punto di vista musicale), ha avuto il coraggio di mettere in piedi il progetto collaterale più interessante e originale di tutta la storia floydiana: i Saucerful Of Secrets, non una tribute band ma un gruppo vero e proprio capace di rivitalizzare il repertorio più vecchio e spericolato, con recuperi intelligenti, eccentrici, sempre azzeccati. Quindi grazie Nick, il tuo concerto a Milano al Teatro Arcimboldi è stato grandioso, ho perfino potuto cantare a squarciagola Point Me At The Sky, cosa che mai mi sarei immaginato di poter fare! E ti perdono di non aver messo in scaletta Cymbaline (nessuno è perfetto). Grazie per aver scritto Inside Out, belle le foto e divertenti gli aneddoti, peccato che sia il libro sui Floyd più reticente e omertoso di sempre: anche se deve essere stato maledettamente complicato fare lo slalom tra le censure incrociate del cane e del maiale, entri di diritto nel novero delle pecore (che sono, sia detto, animali adorabili).

Cani, maiali e pecore. Sono finiti gli animali, restano i cari estinti.

Richard Wright è morto da anni. Era una persona sfuggente, schiva e forse anche caratterialmente difficile, con una storia tormentata all’interno del gruppo del cui sound, tuttavia, per lunga parte della storia è stato il principale artefice. Ed è proprio il pezzo che forse rappresenta la summa della sua arte, lo struggente epicedio finale di Shine On You Crazy Diamond, a condurmi alla fine del discorso. È quando, sul finire dell’album, la musica lentamente si spegne e Wright accenna il tema di See Emily Play: commovente omaggio funebre a un defunto all’epoca ancora vivo.

Syd Barrett, viene da dire vedendo come la lunga parabola dei Pink Floyd si sia ridotta a una patetica querelle terminale tra ex colleghi di lavoro in pensione, aveva capito tutto, pur attraverso le distorsioni della sua follia. In un certo senso si è chiamato fuori, ha abbandonato il gioco dei troni: l’unico atto di vero sovvertimento della legge è stato il suo.

Non mi si fraintenda: non c’è poesia o eroismo, nella sua vicenda, solo molta sofferenza. Restano la purezza del suo genio e il rimpianto per un talento spentosi troppo presto e tragicamente.

Vado a mettere sullo stereo Astronomy Domine.
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Il divertimento della visione

È interessante la parola “divertimento”.

La radice è purissimo indoeuropeo: *wert- denota un movimento circolare (*wértti: “ruotare”, “girare”). Essa è presente nel termine indoeuropeo *wertmn (o *wertmen), da cui discende per esempio il russo vremja: “tempo”.

Il tempo, così come lo percepivano i nostri avi, è dunque un movimento circolare, che tende a tornare nello stesso punto.

In russo “girare” si dice vertet’ e “tornare” vozvraščat’sja / vernut’sja (altro verbo che discende dalla medesima radice).

Anche in latino la radice *wert- si rivela incredibilmente produttiva (basti pensare a tutte le parole italiane che contengono -vert-, -vort-, -vers-, da “conversione” a “pervertito”, da “vortice” a “divorzio”!), a partire dal verbo vertĕre, che conserva più o meno lo stesso aerale semantico del suo antenato indoeuropeo: “volgere”, “girare”…

Anticamente i Latini adoravano perfino una divinità chiamata Vertumnus (o Vortumnus): era il dio dei mutamenti di stagione. Anche qui, tempo circolare.

Le lingue indoeuropee fanno generosamente ricorso ai prefissi, e il latino non è da meno: con l’aggiunta della particella de, che indica allontanamento (deviazione del movimento), ecco nascere il verbo divertĕre, da cui discenderà il nostro “divertimento”.

Cosa ci dice questa parola, in apparenza così banale e anche un po’ snobbata, tramite la sua etimologia? Se la associamo all’arte, per esempio, ci dice che un’opera d’arte è deviazione dalla traiettoria circolare del tempo: evento esplosivo che scardina il tempo ciclico trasformando il nostro moto nello spaziotempo della vita da imperfettivo (modalità della ripetizione, del ritorno allo stesso punto) a perfettivo (modalità della compiutezza e dell’unicità).

In fondo cos’è lo straniamento, ovvero la “fuoriuscita dall’automatismo della percezione” che secondo Viktor Šklovskij costituisce l’essenza dell’opera artistica, se non questo “divertimento” della visione che ci mostra le cose per la prima volta sottraendole all’imperfettività dei nomi comuni per ripartorirle nell’universo perfettivo dei nomi propri?

Non male, secondo me. Se io fossi un artista, e mi dicessero che “diverto”, non mi offenderei. Al contrario, lo riterrei un riconoscimento di questo misterioso potere che ha l’arte di spostarci dalla strada anodina e predeterminata in cui tutto ritorna uguale e indistinguibile, facendo deragliare la nostra visione e la nostra percezione.
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Vivere a Milano ai tempi della pandemia

Vivere a Milano in questi mesi è un esercizio di resistenza. Resistenza alla paura, all’angoscia, alla rabbia.

Mi alzo molto presto la mattina, salgo in macchina quando il sole è ancora nascosto dietro i palazzi. Attraverso la città ancora più vuota, più deserta. Lungo il tragitto cerco di distrarmi ascoltando un po’ di musica. Evito i notiziari, tanto avrò tutto il giorno per farmi travolgere dal flusso continuo di notizie analisi allarmi, dal torrente ansiogeno dei bollettini e dei grafici che tutti sembrano capire tranne me. Ascolto roba che mi rassicuri e mi porti lontano, roba vecchia o legata ai vecchi tempi, quando ancora non avevo la barba o i baffi erano ancora neri, il nitore apollineo del secondo quintetto di Miles Davis, la sferragliante corazzata dei Led Zeppelin, Neil Young, ovviamente i Pink Floyd.

Entro in azienda, mi disinfetto le dita, i palmi, sistemo la mascherina, mi chiudo nella stanzetta dove sono stato confinato per via delle direttive sul distanziamento. I capi si sono comportati in maniera tutto sommato responsabile: chi poteva è stato mandato a casa, a lavorare in remoto. In sede siamo rimasti in pochi, abbiamo più spazio, qualche mascherina, guanti di lattice, un po’ di gel alcolico. Il resto è nelle mani del fato. Cerco di tenermi lontano dai colleghi, anche se non è sempre facile: a volte bisogna parlarsi e, se il rumore dei macchinari sovrasta le voci, inevitabilmente ci si avvicina. Rientrando nel novero delle numerosissime eccezioni, non abbiamo mai chiuso nemmeno un giorno. Chissà se per questo il dio Fatturato avrà misericordia di noi?

Essendo solo e dovendo eseguire un lavoro bassamente manuale, ho molto tempo per pensare. Ma in questo periodo i pensieri tendono a diventare parassiti. È difficile controllarne il corso. Dopo un po’ tendono a prendere derive malinconiche o a impregnarsi di odio: cosa fanno i politici? Cosa non fanno? Cosa dicono gli industriali? Ma si rendono conto? Maledetti tutti. Pagheranno caro, pagheranno tutto? No, che non pagheranno. E a quel punto mi invade un senso atroce di impotenza di fronte al virus, di fronte al fallimento del sistema, di fronte all’inettitudine di chi dovendo decidere non ne ha imbroccata una.

Oppure ripenso alle mie amate colline e montagne, ai sentieri di quel tratto appartato e negletto di Appennino che negli anni è diventato la mia seconda piccola patria, l’unico posto oltre al Ticino in cui mi sento a casa, e finisco per domandarmi angosciosamente quando potrò tornare sul crinale e dimenticarmi di me, tutto sudato e ricondotto seppure per poco a uno stato di purezza animalesca, elementare, australopitecina.

Torno a casa. Le strade sono sempre spopolate. Salendo le scale scorro le notizie sullo smartphone, scopro qual è il capro espiatorio del giorno: il runner solitario, il vecchio che ha voluto fare la spesa, il cittadino anonimo che non è rimasto in casa, il bambino che gioca a pallavolo in cortile. Mai il capo, mai l’assessore, mai l’imprenditore. Mi siedo davanti al computer. Da qualche giorno mi sono messo a sistemare le poesie che ho scritto nei cinque anni passati. Le avevo abbandonate mesi fa, dopo averle rilette trovandole di abbagliante bruttezza, deciso finalmente a non scriverne più. Invece adesso, complici la quarantena e l’afasia terribile che ha bloccato ogni mio tentativo di scrivere in prosa, le ho riprese in mano. Non sono migliorate, nel frattempo, ma è cambiato il mio modo di vederle. Ora mi sento come uno di quei pittori dilettanti che nella vita fanno altro ma che si realizzano davvero solo quando, ritagliandosi una nicchia di tempo intima e del tutto privata, dipingono certe croste oggettivamente orribili e soggettivamente perfette, perché solo così tutto il tempo che resta loro è giustificato e redento.

Vivere a Milano in questi mesi è un dolore. Mi mancano i miei piccoli e poco appariscenti riti urbani. Da anni giro quasi esclusivamente a piedi, o in bici nella bella stagione. Avevo sviluppato tutta una serie di percorsi, quasi una rete sentieristica. Mi mancano tutti. I giri al Corvetto, le passeggiate fino a Chiaravalle, i cazzeggi nella nebbia in Porta Romana. Andare al Libraccio di Romolo, alla Fiera del Libro, da Massive Music Store. La Biblioteca degli alberi dopo il tramonto in un giorno qualunque e sotto la pioggia, la Loggia dei Mercanti a tarda sera, la Rotonda della Besana al crepuscolo. Non sono mai stato un amante della vita sbarluscenta da imbruttito, ma fa male pensare che la pandemia abbia corroso e dilavato irreparabilmente buona parte di quel luccichio. Che non era tutto falso, tutto paccottiglia.

Non era nemmeno tutto oro, questo è certo. Ma davvero non si può leggere certa robaccia spacciata per riflessione profonda o brillante epitaffio. Milano punita per la sua hybris. Come se Milano fosse tutta e soltanto quello specchietto sberluccicante per allodole della borghesia post-industriale che ci si raccontava, o per mestiere o per invidia, con disprezzo o vanagloria. Dire Milano punita per la sua hybris è fare retorica da quattro soldi. È banale. È Schadenfreude di bassa lega. Ma di quale Milano stai parlando, se non di una semplificazione buona per dirti Bravo, si vede che hai studiato? Il classico può fare grossi danni. E le semplificazioni sono sempre falsificazioni. Si può fare di meglio e per esempio dire (eppure anche questo dovrebbe essere banale) che esiste una miriade di città nella città. O che i milanesi non sono una categoria univoca, che i ragazzini arabi che giocano nello spelacchiatissimo campetto di via Ravenna, di fianco al rudere del Corvaccio, sono milanesi proprio come i casinari in via Vetere, i bocconiani alla Santeria e i radical chic della Cuccagna. E che lo stesso vale per la vecchietta sciancata che si trascina col suo carrello al mercato di via Crema o per il trentenne sardo che fa il cameriere in un ristorante pizzeria in San Babila, vive in una camera in affitto alla Barona, si è trasferito qui meno di un anno fa e gli luccicavano gli occhi ogni volta che percorreva Paolo Sarpi al tramonto tra le lanterne e gli odori di mangiarini cinesi non identificati.

E allora dimmi, chi è che i tuoi dèi han voluto punire? Il sindaco dell’Expo e dei calzini arcobaleno? Gli archistar? I superchef? Le fidanzate dei calciatori domiciliate nel Bosco verticale? I rapper col Rolex? Le influencer con casa a City Life? È solo quella la tua Milano, la loro Sodoma?

Vivere a Milano in questi mesi è dover arginare ogni giorno il senso di disperazione. È praticare un contenimento costante e consapevole del timore di ammalarsi non attraverso riti scaramantici ma aggrappandosi a un protocollo personale di sicurezza precaria. Non prendere l’ascensore. Razionare le scorte. Ridurre al minimo le spese. Graffettare la mascherina quando l’elastico si stacca.

Viene l’ora di cena. Vivo in un appartamento che ha solo un piccolo balcone. Tolti i vasi di fiori e cactus resta spazio per appena due sedie. Ci sediamo a turno, mangiamo un dolce, chiacchieriamo. Sorseggio un bicchiere o due di bourbon: ho sviluppato una passione temo eccessiva per quelli di segale.

Piano piano il cielo scurisce. Sono belle giornate di primavera, miti, luminose. Sul quartiere aleggia un vasto silenzio che è rotto quasi soltanto dal suono delle sirene. Ci arrivano ogni tanto brandelli di conversazioni al telefono dalle finestre aperte dei palazzi vicini. Cerchiamo di decifrarle, facciamo illazioni sull’argomento, sul tizio che parla e su quell’altro che ascolta, chissà da dove. L’altra sera c’era uno che urlava nel telefono con accento marcatamente lombardo “Marcello ascoltami, no, non sono incazzato, porcodue, mi ascolti? Sto parlando della Golden Power, hai capito? Della Golden Power!”. Era molto buffo.

Quando è buio, il palazzone lussuoso di fronte si accende di luci. I riquadri gialli delle sue finestre baluginano attraverso i rami degli alberi che fanno da muraglia tra noi e loro.

Domani mattina torneremo a sperare contro ogni evidenza solo per arrivare a sera e disperarci sobriamente, alla maniera milanese.

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Memorie apocrife

Memorie apocrife di viaggi che non farò mai, ma che vorrei tanto poter fare.

Nella pace effimera del II secolo – o boni imperatores! – partire da Mediolanum in un mattino assolato di tarda primavera per Veleia e Parma, e da lì percorrere a piedi la strada delle cento miglia verso Luca anche solo per scoprire se almeno nelle valli più remote, di qua e di là dal crinale appenninico, si parla ancora il friniate o l’apuano.

Deviare per Luni, scendere lungo l’aspro litorale tirrenico, sostare alle Tabernae Frigidae, gettare uno sguardo alle temibili paludi che chiamano Fosse Papiriane.
Entrare sfinito e pieno di meraviglia a Roma, non ancora sgualcita dal greve crepuscolo della decadenza. Mescolarsi alla folla per veder sfilare il giovane Marco Aurelio al fianco di Antonino Pio.

Salpare per l’Hispania e a Baelo Claudia visitare gli stabilimenti di produzione del Garum, il cui odore già da lungi ferisce le narici dei viandanti.

E infine la Britannia, su fino al Vallum Hadriani – Pons Aelius, Vindolanda, Vindomora, Luguvalium –, ai confini estremi della civiltà, e sui suoi camminamenti, tra le guardie gonfie di birra, spiare i fuochi lontani degli accampamenti caledoni.

Ma non è finita.

Tornare laggiù all’alba del V secolo, alla vigilia della fine, del crollo del mondo, mentre sulle spoglie della passata grandezza imperversano i barbari e la civiltà si sbriciola come vasellame di cristallo, per sbirciare nascosto nella calca il bel viso e gli occhi neri di Galla Placidia.

Lasciare Roma al suo malinconico abisso di saccheggi e disfacimento, risalire verso Mediolanum, rientrare nella mia città passando sotto l’Arco trionfale e percorrendo la Via Porticata affollata di bancarelle, curioso di sapere se nel frattempo gli abitanti hanno già sviluppato quel loro accento inconfondibile, fatto di vocali sventrate, stirate, turbate. Perdermi tra il porto e il Foro fino al palazzo imperiale ormai dismesso ma ancora intatto, dove aleggiano gli spettri di Teodosio e di Ambrogio.

Scendere per la strata mercatorum fino alla riva sinistra del Ticinus, dove la foresta e gli acquitrini assediano i pagi e le fattorie che punteggiano i campi coltivati, tendendo l’orecchio per capire se qua e là nelle conversazioni dei vecchi contadini seduti nelle aie con le mani contorte dall’artrite vive ancora l’antica lingua insubre.

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Woodstock 50 – Sergio 46

Quando i giuovini fricchettoni si divertivano a Woodstock, io ero ancora nell’Iperuranio, quindi la mia conoscenza in materia è tutta libresca, per così dire.

Mi ricordo per esempio lo speciale tv per il ventennale, visto una sera d’agosto dell’89 a casa di un’amica. In quanto adepto del rock psichedelico e musicista in erba, fu un’esperienza mistica e formativa, tanto più che all’epoca l’unico altro modo di venire ammessi ai misteri dei Sixties consisteva nel procurarsi certe videocassette tutte rovinate e qualche amico compiacente in possesso di videoregistratore.

E mi ricordo anche che, ai miei occhi di sedicenne, i vent’anni trascorsi da Woodstock mi parevano due secoli, e che quei musicisti che vedevo agitarsi sul palco ancora giovani e capelluti negli spezzoni del film documentario erano nel frattempo diventati vecchi dinosauri (quelli rimasti vivi). Ora, allo scadere del cinquantesimo anniversario, mi rendo conto che quei dinosauri avevano quella sera a casa della mia amica la stessa età che ho io adesso, se non addirittura qualche anno di meno. E che il tempo trascorso da quella calda e luccicante serata agostana di provincia supera di gran lunga quello compreso tra Woodstock e il me stesso sedicenne, anche se mi sento ancora suppergiù da quelle parti e l’idea che gli anni siano trenta è un dato aritmetico non confortato dalla percezione che mi provoca un gelido e sbigottito stupore.

Comunque sia, Woodstock – lo dico sempre sulla scorta della mia sapienza libresca – fu già quasi una specie di preludio della fine, proprio come i giorni che seguono ferragosto già preludono alla fine dell’estate: un frutto troppo maturo, con una nota dolciastra che si insinua nel dolce e lo guasta. Se Monterey giugno ’67 è l’erompere del fiore e Altamont dicembre ’69 la morte del sogno hippie, Woodstock è il culmine, il punto estremo – il più alto o il più luminoso, o forse semplicemente il più flamboyant – da cui non può che cominciare una rapida e rovinosa caduta o un più o meno lento declino o tramonto.
E, come tutte le cose tinte di crespuscolo, lo vivo – librescamente – con un senso agrodolce di malinconia.

Del resto che cazzo pretendi, che sei nato nel 1973 ad Abbiategrasso?

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Delle cose perdute

Che anni opachi, se mi guardo indietro. Quante persone perdute per strada che credevo avrei avuto per sempre accanto, quante cose che credevo eterne sono svanite, il più delle volte consumandosi impercettibilmente giorno dopo giorno, forse per abituarmi in modo mitridatico alla loro scomparsa.

Il sol dell’avvenire.
Il subcomandante Marcos.

Fisso incredulo il calendario, credo succeda a molti, sono ancora o quanto meno mi percepisco ancora da qualche parte prima della fine degli anni Zero. Invecchio: una volta lo scollamento era di cinque anni, ora è di dieci, quindici.

I seminari a Gargnano, la sera dopo cena davanti al lago, il giardino di villa Feltrinelli.
Le notti ubriache.

Che anni ritrosi, trascorsi ritirandomi gradualmente nel cerchio chiuso del mio focolare, cercando di imparare a essere padre senza disimparare a essere tutto il resto.
Ho decimato la legione dei futuri.
Ho cercato di andare all’osso.
Ho perseguito la solitudine.
Non ho trovato me stesso, né mai lo troverò.
Non ho trovato la saggezza, né mai la troverò.
Non ho trovato l’appagamento, né mai lo troverò.

Le voci familiari di Radio Pop. Carta.
I
social forum. Indymedia.

Ora la luce ingialla i muri dei palazzi, il cielo è ancora azzurro ma sulle nuvole bianche già si riverberano i lilla e i blu profondi del crepuscolo. La primavera quest’anno è in anticipo di una settimana.

Le serate al Brutto anatroccolo.
La pizza quattro formaggi del Caprera.

Ho smesso, in realtà, di essere molte cose che ero, e fatico perfino a ricordarmi come doveva essere, come dovevo sentirmi, quand’ero quelle altre cose che ho smesso di essere. Eppure allora pensavo che facessero parte integrante di me, che se le avessi rimosse da me avrei cessato di essere ciò che ero. E così in fondo è stato. “Io è un altro.”

Suonare in giro sempre gratis, mai il becco di un quattrino.
Le prove in culo ai lupi a Cesano Boscone.

C’erano alcuni pezzi che suonavo col mio gruppo, negli ultimi anni prima di scioglierci: La buona creanza, Questa è la ferocia, Buoni propositi per la primavera (se viene). La musica l’aveva scritta per lo più il chitarrista, le parole le avevo messe io. Erano dei pezzi veramente belli, finalmente. Dal vivo spaccavano, erano trascinanti, emozionanti, pieni di tensione, rabbia, vigore. Non ne è rimasta traccia, a parte qualche registrazione di fortuna la cui qualità non rende loro giustizia. Che peccato, che sciupio. Le riascolterei volentieri.

Le riunioni mensili del Primo amore in via Vallazze.
Le sigarette fumate seduto sul davanzale della finestra al crepuscolo spiando il momento in cui i bottegai spazzavano il marciapiede e tiravano giù la clèr.

Che anni dimentichi, anche.
Ho scordato come si fa a brillare in società, o meglio a luccicare, o più onestamente (non sono mai stato una teiera di platino) a cavarsela senza cedere sotto il peso della tensione.
Ho scordato come si fa a chiacchierare con le persone.
Ho scordato come riuscivo a far ridere le persone.
Sono tutte cose che puoi imparare daccapo, dice il mio daimon, che mi svolazza intorno non visto sotto forma forse di moscerino.

La Russia, in tutte le salse. L’istituto di slavistica.
La colazione dal Cazzaniga in piazza Sant’Alessandro.

Sono nel frattempo invecchiato senza perdere un’oncia dei miei difetti fisici. La barba e i baffi sono diventati grigi, i capelli radi sulla chierica, la pelle sempre più segnata.
Camuffo pateticamente ai miei stessi occhi il processo di decadenza continuando a indossare le stesse felpe col cappuccio di quindici anni fa.

I cazzeggi con la chitarra.
I discorsi da film di Kevin Smith.

Tra una manciata d’anni mia figlia avrà la stessa età che avevo quando ho cominciato a sognare la vita lucente – quella chimera esagerata fatta di roba tipo Kerouac Dylan Thomas Bob Dylan Syd Barrett Rimbaud Whitman Shelley Ginsberg Charlie Parker Grateful Dead.

Il tempo andato non torna, mi dice il daimon invisibile, perciò datti da fare nel tempo che viene.

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