Quindici anni, ieri

Non è cambiato niente
niente più sarà com’era
le case franano
le borse reggono
chi piange i morti
chi un po’ se la sono cercata
chi ama le bestie
chi i terroristi
chi i bambini
io preferisco il boato del crollo
tu il fischio del machete
e siamo tutti uguali
solo un po’ diversi
noi però civili
oppure barbari

Non le vittime massacrano non i carnefici

(19 settembre 2001)

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Il molto onorevole premio

Sabato scorso, in quel posto meraviglioso che è Capo Vaticano, la mia Steppa ha ricevuto il Premio Berto. Un riconoscimento di cui sono felice e che vivo come un grande onore, vista la statura artistica del grandissimo scrittore a cui è intitolato.

Per me sono stati tre giorni molto belli e un po’ magici, anche grazie al clima amichevole e alle persone meravigliose che ho conosciuto: in primis Antonia, la figlia di Giuseppe Berto.

Ecco qui, poche righe e qualche foto a cui tengo molto: ma davvero mi dispiaceva non lasciare sul blog (che tante volte nei suoi tredici anni di vita o semi-vita ha accompagnato, aiutato o disturbato il mio lungo tirocinio scrittorio) una piccola traccia di questa esperienza.

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Alla riscossa stupidi

[Che i fiumi sono in piena, potete stare a galla…
Ma magari è solo uno dei miei attacchi di pessimismo.]

Faccio molta fatica, ultimamente, a sopportare tante persone leggendo le parole che lasciano sui social network: sono uno specchio forse deformante (forse), ma di fatto l’immagine che rimandano mi pare mediamente orrenda. E non è che io sia mai stato un campione di autostima e superbia.

Non so nemmeno se sia solo o tutta colpa del medium, perché se passo a un medium più tradizionale come la radio – penso per esempio ai famosi/famigerati microfoni aperti di Radio Popolare, che pure dovrebbero rappresentare un campione di umanità più simile a me, almeno in teoria – l’effetto è simile.

Ma, siccome vivo anche una vita reale nel mondo concreto, so che le stesse meccaniche e gli stessi discorsi (o non-discorsi) sono presenti anche lì (del resto, come potrebbe essere diversamente?), li sperimento quotidianamente, sui luoghi di lavoro, nelle chiacchiere occasionali scambiate con i conoscenti o con gli sconosciuti. Eppure io sono uno che, tra i molti difetti, ha – credo – questo pregio: che istintivamente, quando incontro una persona, sono sempre positivamente prevenuto nei suoi confronti.

Perciò ovunque provo stesso sconcerto, la stessa sconfortante sensazione di sentire tante, troppe persone incapaci di produrre un ragionamento logico, agite da una specie di livore ottuso e balbettante, indefettibilmente convinte delle proprie idee confuse ma apodittiche che si sono costruite sulla base di cose lette chi si ricorda dove o orecchiate qua e là da qualche parte, di luoghi comuni che si propagano da bocca a bocca o da schermo a schermo. La contraddizione è rifuggita come la peste, sempre ammesso che venga percepita. La verifica delle idee è concetto alieno.

L’impressione è di una collettività in preda a una generale regressione infantile, ma ovviamente senza la grazia dell’infanzia; impegnata in una fuga dal mondo reale in un mondo illusorio, magico, retto da leggi immaginarie ma che acquistano nella percezione comune uno statuto di realtà (non esiste, ma poiché tutti lo credono esistente, esiste).

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Ok, ma il corpo in questione è bello o brutto?

C’è questo professore di italianistica che prende una frase del mio romanzo che si trova a pagina 2 (quindi sicuramente non sarà stato costretto a leggere tanto) e la/mi prende a esempio di una tendenza negativa della letteratura italiana contemporanea caratterizzata dalla visionarietà enfatica.
E, be’, passata l’irritazione, tutto ciò può anche essere utile. Si torna sulla propria scrittura e la si sottopone a verifica. Va bene così.

***

Tuttavia, la questione va al di là del caso particolare e riguarda un fenomeno più generale che da sempre è per me fonte di stupore e sconcerto. In sostanza, mi colpisce molto l’incredibile compresenza, in tanti critici e studiosi di letteratura, di una grande acutezza e di una estrema ottusità.

È come se, trovandosi di fronte a un giovane corpo nudo (immaginatelo come più vi garba, maschile, femminile, scuro, chiaro, smilzo, muscoloso, florido…), cominciassero a elencarne con precisione scientifica le parti, passando i rassegna le varie zone dell’epitelio, studiando la conformazione dei vari arti, la distribuzione delle masse muscolari e delle strutture ossee sottostanti, le cicatrici, i difetti, le asimmetrie ecc.

E il problema non è che si soffermano sulle parti e sui dettagli non accorgendosi di avere di fronte anche un insieme di parti e dettagli. Il problema, secondo me,è precisamente che vedono benissimo l’insieme, e cioè il giovane corpo nudo, ma se dovessero descriverlo direbbero cose come:

“È concepito principalmente per sollecitare nei lettori una gamma di reazioni emotive, dal piacere all’orrore, dal disgusto all’eccitazione sessuale”.

“Ma è bello o brutto, questo corpo nudo?”

“Appartiene alla categoria dei corpi dalla pelle chiara/scura e dalle membra delicate/muscolose, è un giovane efebico/forzuto, una ragazza procace/diafana… Come appare manifestamente dal numero piuttosto limitato di soluzioni estetiche, ognuna delle quali viene sfruttata intensivamente… Ricorrono in particolare il seno abbondante o che sta in una coppa di champagne, il sixpack, le unghie dei piedi laccate, il tatuaggio o il piercing, le labbra così o cosà, i capelli tagliati lunghi corti strani colorati, col puro scopo di conferire desiderabilità al corpo.”

“Sì, ma – ora che li hai classificati -, è bello o brutto quel ragazzo? Ti piace o no quella ragazza? Nell’insieme e nonostante (o forse anche grazie a?) i suoi difetti, ti disgusta, ti lascia indifferente o ti fa venire voglia di baciarlo/la? ”

***

Ecco, vorrei fargliela, a volte, questa domanda. Questa ragazza venuta fuori con le caviglie troppo grosse o la cellulite, questo ragazzo con il torace stretto stretto o un accenno di calvizie, sono belli o brutti? Ma guardala o guardalo bene, guardali tutti e per intero, non solo la prima cicatrice, non solo la somma delle cicatrici.

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Partigiana

Testimonianza di Annita Malavasi, nome di battaglia “Laila” (1921 – 2011), staffetta, partigiana, CXLIV Brigata Garibaldi Antonio gramsci, Appennino reggiano.
Fonte: AA. VV., Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani, Einaudi, 2012.

MalavasiMi chiamo Annita Malavasi e il mese di maggio compio ottantanove anni. Sono diventata partigiana dopo l’8 settembre 1943, a Reggio Emilia, facevo trasporto munizioni, stampa, vettovagliamento. Poi, in montagna, mi hanno insegnato le armi, come usarle e accudirle. Il mio nome di battaglia era «Laila». Lo presi da un romanzo che raccontava di una ragazza in Sud America che combatteva al posto del suo fidanzato ucciso. Ero una bella ragazza, ma noi eravamo state educate severamente, anche nel modo di vestire. Però sfruttavamo la nostra bellezza. Quando, con le armi addosso, passavo al posto di blocco in bicicletta mi mettevo la gonna stretta e fingevo di abbassarmela, loro, fessacchiotti, fischiavano e io passavo.

In montagna mi è capitato di uccidere. La donna è sempre donna. Ma nel momento del pericolo anche la donna accetta le regole della guerra. Non è facile. Nata ed educata per dare la vita, in guerra la vita la togli. È importante capire che non siamo diventate combattenti per spirito d’avventura. Ci furono torture orrende. Nella mia formazione avevo una ragazza, Francesca, che era incinta, ma era lo stesso cosí magra che scappò dalla prigione passando tra le sbarre della finestrina del bagno. Per raggiungerci camminò scalza nella neve per dieci chilometri. Quando il bambino nacque lo allattò solo da un seno perché il capezzolo dell’altro le era stato strappato a morsi da un fascista. Ho visto ragazze con le parti intime bruciate dai ferri da stiro.

Era un mondo maschilista. Soltanto tra i partigiani la donna aveva diritti, era un compagno di lotta. La Resistenza ci ha fatto capire che nella società potevamo occupare un posto diverso. I diritti paritari garantiti dalla Costituzione non sono stati un regalo, ma una conquista e un riconoscimento per ciò che le donne hanno fatto nella guerra di Liberazione. Difendere la Costituzione significa difendere la possibilità di garantire un futuro di libertà e democrazia ai figli delle donne.

In montagna si dormiva insieme, per terra, nei boschi, uomini e donne, ma se uno mancava di rispetto veniva punito. L’amore non contava niente. L’importante per noi era aiutare. Io ero anche fidanzata, lo lasciai quando mi disse che fare la partigiana mi avrebbe reso indegna di crescere i suoi figli. Non mi sono piú sposata, anche se in montagna, avevo trovato un ragazzo… lui sí, lo avrei sposato se non me lo avessero ucciso, aveva una mentalità aperta, ma uomini cosí non ne ho piú trovati. Si chiamava Trolli Giambattista, nome di battaglia «Fifa», anche se era coraggiosissimo. È morto nella battaglia di Monte Caio nel 1944, a ventitre anni. L’ho saputo solo sei mesi dopo, quando a primavera la neve si sciolse e il corpo fu ritrovato. È sepolto al cimitero di San Bartolomeo. Gli porto ancora i fiori… Dev’essere stato importante per me, se mentre ne scrivo me lo rivedo davanti agli occhi. L’unico nostro bacio è stato d’addio.

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Les Pink Floyd c’est comme les cochons…

…Plus ça devient vieux plus ça devient con

le cochon

Le cochon

Avvertenza: questo post parla di Pink Floyd. Chi non li ama non lo troverà di nessun interesse, chi li ama potrebbe irritarsi e provare il desiderio di malmenarmi.

Roger Waters aveva ragione, quando a metà degli anni Ottanta sancì di fatto la fine della carriera dei Pink Floyd definendoli “una forza creativa spenta”. Era così. L’ultimo guizzo, quasi postumo, era stato The Final Cut, album controverso, imperfetto ma sui generis magnifico, cupo e cinereo come un epicedio. Waters, che dei Floyd costituiva da anni il principale motore creativo, era uomo dai molti difetti, ma in quel caso vide giusto.
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La Steppa

È andata così. Due, tre pagine buttate giù per un estro improvviso ma passeggero, intitolate provvisoriamente “La steppa”. Nient’altro che un incipit, un abbozzo di descrizione di paesaggio post-industriale, ispirato ai luoghi che attraversavo la mattina presto, in inverno, per andare al lavoro. Una terra desolata o un “hinterland di Dio”, come amavo chiamarla un tempo, fatta di terrains vagues, quartieri industriali, capannoni, gru e orribili superstrade con svincoli che sembravano partoriti da Escher in acido. Era la fine di dicembre del 2007.

Per qualche anno quelle paginette sono rimaste chiuse in un file, infognate in una cartella del pc. Ogni tanto le aprivo, le rileggevo e mi dicevo “Peccato, lo spunto non è male, ma davvero non ne esce niente, non mi riesce di spremere fuori nient’altro”. Tornavo a dimenticarmene.
Poi, un giorno, dopo averle riscoperte per l’ennesima volta, qualcosa ha inopinatamente cominciato a germinare. All’epoca avevo una certezza: di tutti i racconti e i romanzi che avevo iniziato, non ero mai riuscito a portarne a termine nemmeno uno. Tutti progetti arenati dopo poche pagine o a metà. Ero assolutamente certo che neanche stavolta sarei riuscito a farlo. Eppure ho continuato a scrivere, con fatica e con molte pause anche lunghe, di mesi, durante le quali non avrei scommesso un centesimo sulle probabilità di riprendere un filo che pareva irrimediabilmente spezzato. Invece no.
Per molto tempo ho proceduto alla cieca; quasi, mi verrebbe da dire, a tentoni. Non sapendo letteralmente chi o cosa mi sarei trovato di fronte alla pagina successiva, a ogni a capo.

 Mi è capitato più volte di finire impantanato senza speranza. Allora uscivo, mi mettevo a camminare, anche solo per andare a prendere la prole all’asilo, e di colpo la soluzione arrivava, lampante, perfetta, ovvia: non come un’ingegnosa invenzione elaborata per risolvere uno snodo narrativo, ma come – letteralmente – se qualcuno mi stesse sussurrando nell’orecchio eventi già accaduti che ignoravo, come se la storia che andavo scrivendo fosse già accaduta e io stessi semplicemente scavando nel terriccio per riportarla alla luce: “Scemo! È andata così! Non l’avevi ancora capito?”. Sembra un’esagerazione, detta così, invece è vero. Anche per me, se devo essere sincero, è stata un’esperienza strana, che ho vissuto con grande stupore.

Ci sono state molte interruzioni, molti momenti in cui mi sono perso e ho creduto di essere finito in un vicolo cieco. Eppure alla fine ce l’ho fatta a terminare. Ci ho impiegato quattro anni e mezzo, e molti di più se conto il tempo a partire da quelle prime paginette di cui ho detto all’inizio.
Le ultime pagine, quelle che aprono il libro a mo’ di prologo, le ho scritte di getto sul mio taccuino in un pomeriggio soleggiato di maggio del 2014, seduto su una panchina del parchetto con le giostrine vicino a casa mia, nel frastuono gioioso dei bambini che giocavano, circondato da mamme, nonne e tate sudamericane, russe, ucraine, romene, singalesi. Chissà cosa avranno pensato di quel tizio barbuto che, anziché dare un’occhiata alla figlia intenta a vorticose evoluzioni sull’altalena o trovarsi altrove, magari in qualche ufficio per guadagnarsi onestamente e rispettabilmente la pagnotta, se ne stava chino a scribacchiare compulsivamente in una calligrafia sghemba e indecifrabile da mancino…

Il titolo è rimasto quello cechoviano sotto cui tutto è nato. Il romanzo è diventato un libro. Lo si può comprare e leggere, per vedere se ha un senso e una consistenza quello che ho scritto con fatica, esaltazione e – appunto – stupore.
La copertina è questa:

Steppa Cover 500

 Adesso mi tocca ricominciare a imparare a scrivere. E vedere se posso andare ancora un po’ più avanti, con le parole.

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Figlio di carta

Alla fine sì, è successo, nonostante le precauzioni: l’8 marzo prossimo, dopo lunga e travagliata ma anche in fondo esaltante gestazione, mi nasce questo figlio di carta.
Qui sotto, nella foto, la copia staffetta. Anzi l’ecografia staffetta :-)

la steppa copia staffetta

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Promemoria #10

Se ti manca la forza di volontà, devi necessariamente ricavarla ex nihilo: perciò con ostinazione e sforzo alchemico producila in te stesso, dalla materia vile che hai a disposizione.

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Promemoria #9

Studia le materie che trovi più ostiche, quelle a cui la tua mente appare più refrattaria e impermeabile: fisica, economia, teoria musicale, matematica.

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Promemoria #8

Non farti ossessionare dal pensiero della fine e della morte.
(D’altronde tu senti che la morte è la fine di tutto, ma non sai se lo sia davvero.)

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Promemoria #7

Amore, bellezza e verità.
Ma la seconda e la terza, mi pare, dipendono dal primo.

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Promemoria #6

La perfezione – la sola perfezione che per natura ci è dato di inseguire – non è uno stato ma un processo: è il perfezionarsi.
Perciò perfeziònati, incessantemente.

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