Sufficit diei malitia sua

Torno in provincia. Il cielo è grigio, l’aria afosa, ogni tanto qualche goccia solitaria si spiaccica contro il parabrezza.

Habiate qui dicitur Grassus mi accoglie come sempre sonnolento, chetato. Ci sono frotte di adolescenti usciti dalle scuole superiori assiepati sul marciapiede in attesa dell’autobus. vengono dai paesini dei dintorni. Le ragazze hanno tutte immancabilmente le Vans nere. I ragazzi hanno pettinature che fanno a gara con quelle di merda che avevo io alla loro età. Piccola grande differenza: la mia faceva schifo, la loro fa moda.

A pranzo si mangia polenta e bruscìtt, come da tradizione. Del resto, siamo polentoni lombardoveneti. A mia figlia piace, invece odia la busecca e ha in sospetto la cassoeula, che qui tra le vecchie generazioni sono fonte di orgoglio identitario.
(E i carséns, e ’l pan mèin, e i oss di mort.)
La prossima volta che vengo perché non mi fate un bel risotto giallo, che è da tanto che non lo mangio? dico a mio padre. Non con l’ossobuco, però, bada bene, perché sono un figlio degenere di questa landa piatta, sradicato e corrotto dal cosmopolitismo neoliberista globale plutogiudaico.

Esco in bici. Mi perdo per le stradine di campagna. Non c’è in giro nessuno, a parte i trattori e gli uccelli. Gazze ladre, garzette, cornacchie. In un campo di mais appena tagliato c’è un airone cinerino: se ne sta ritto in mezzo alle stoppie, immobile, solitario.
Il solito cane tra i ruderi della vecchia osteria mi guarda e torna a sonnecchiare.
Passo di fianco al fienile onirico, reprimo il desiderio di andarmici a sdraiare. Ma non c’è più fieno come trent’anni fa, solo attrezzi e qualche macchinario agricolo.

Torno verso il paese. Guardo come faccio sempre le case che non c’erano, che sono spuntate chissà quando, quando già ero altrove e non bazzicavo più da quelle parti, che per qualche tempo sono state nuove – “Dove abita? Ma sì, alle case nuove, in fondo a via…” – eppure adesso sembrano già decrepite, o perlomeno ingrigite, scrostate, o che ci siano sempre state.

Incrocio una ragazza. Ha l’aria timida e sfrontata, da sedicenne, le cosce grandi, i capelli raccolti, le immancabili Vans nere. Attraversa i quartieri periferici di villette con gli auricolari nelle orecchie. Chissà cosa ascolta, cosa sogna, cosa si aspetta. Potrebbe essere una compagna di mia figlia, o addirittura mia figlia, se solo avessi figliato un po’ prima (ma neanche tanto). Adesso sarei alle prese con problemi di acne culone ragazzi stronzi inviti a feste amiche false WhatsApp che non squilla più.
Insomma, quella cammina immersa nei cazzi suoi, e un coetaneo di quel coglione di suo padre cerca oziosamente di immaginarsi quali siano questi cazzi suoi… Non è naturale! I vecchi e i giovani giacciono acquattati in trincee contrapposte! Non si attraversa così la terra di nessuno! Cosa fai, diserti? Non puoi!
Per un attimo mi dico: Cazzo sei, il Venditti della Bovisa?
Poi, di colpo, le si sovrappone l’immagine di me sedicenne.
Va be’, lei è una femmina e io sono un maschio, ma evidentemente per l’abborracciata santa alleanza tra la memoria e l’immaginazione è un dettaglio trascurabile.
Comunque sia, la ragazza scompare: ora sono io che cammino lungo quel marciapiede, da solo. Magari con il walkman. Che musica ascolto? Probabilmente Syd Barrett.
È il Novanta o giù di lì.
È sabato pomeriggio. Il cielo è grigio, l’aria afosa, ogni tanto qualche goccia solitaria si spiaccica sui miei bulbi oculari. Lunedì c’è la verifica di matematica. Non so un cazzo. Non capisco un cazzo. Non ho voglia di studiare, so già che non studierò. Andrà male, malissimo. Nessuno mi ama, nessuno mi fila. In casa litigano, per strada ho paura che mi riconoscano e mi indichino mormorando: “Ma quel lì l’è minga el fioeu de…?”. Il presente è lutulento, il futuro troppo inverosimile perché ci caschi e mi metta a credere nella sua esistenza.
Non so dove andare. Non so dove cazzo sto andando. Non ho un cazzo di posto dove andare. Ho la sensazione che non andrò da nessuna parte. Del resto, torno sempre lì, alla fine del giro: alla casa, al freddo, alle urla, alla matematica, alla provincia indormenta. Difficile pensare che possa esistere qualcos’altro. In concreto, intendo, non sul piano della pura fantasticheria escapista.

Torno nel duemiladiciotto. La ragazza Sergia è ormai lontana alle mie spalle. Li lascio andare, lei e lui, appaiati, invisibili l’uno all’altra, due sessi due epoche due secoli due millenni diversi, sovrapposti.
E all’improvviso, con scintillante chiarezza, capisco che è incommensurabilmente meno infelice il qui presente quarantacinquenne padre incasinato precario incompiuto. Il pedalante barbuto nerovestito.
Non ci sono solo le strade non imboccate, i futuri che non sono stati saggiati o percorsi. C’è anche la merda che ti sei lasciato alle spalle.
Caro sedicenne che cammini laggiù, in dissolvenza, ascoltando per l’ennesima volta No Man’s Land, ti saluto caramente ma no, grazie, niente scambi.

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Nei boschi, sulle montagne

Vado per sentieri non segnati, noti ormai soltanto a qualche vecchio taglialegna o cacciatore della zona. Attraverso boschi silenziosi, pieni di passaggi intricati, regno incontrastato di cinghiali e caprioli, dove l’ultima lattina abbandonata reca come data di scadenza il 2008. Perdersi è facile, e devo procedere per intuito e cercando di orientarmi con il sole.
Le tracce del passaggio di esseri umani si fanno più rare man mano che salgo verso la cima: una bustina di plastica smangiata dalle intemperie, un bullone. Piano piano mi lascio alle spalle i cavalli al pascolo tra i rovi di more, i tafani e i rumori residui che salgono dai borghi giù in basso.
C’è sulla stretta sella tra le due valli una piccola edicola votiva, ben nascosta tra gli alberi. Mi ci siedo accanto, mangio tre biscotti, bevo un sorso di caffè freddo. Dietro il santo protettore degli animali cui è dedicata intuisco la reminiscenza di qualche antichissima divinità pagana. Forse Cernunnos, o qualche altro spirito boschivo che il cristianesimo, arrivato più tardi che altrove in questi anfratti quasi impenetrabili dell’Impero, ha rinominato ma non cancellato.
Riparto. Mi ritrovo a camminare solitario su un ripido crinale boscoso che un tempo fece da confine a piccoli regni litigiosi. Ci sono grandi querce, merde di cavallo, moncherini di vecchi cippi confinari, muri a secco semicrollati, nascosti tra i rovi o sotto uno spesso strato di muschio. Sono i resti di antiche fortificazioni. Risalgono all’evo oscuro delle guerre gotiche o longobarde, o forse addirittura al primo millennio avanti Cristo: lo dicono gli storici, anche se nessuno ha mai avuto voglia, tempo e denaro per venire qui a scavare. Mi dico che è una fortuna. Ho un’intera foresta con i suoi segreti tutta per me.
Mentre là sotto il mondo degli uomini vivi sembra franare, qui mi tengo a radici più profonde e lontane, non solo vegetali o minerali. Mi ci aggrappo con forza disperata e respiro.
Sopra, tra le fronde, il cielo è azzurro e branchi di nuvole l’attraversano.

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Dialogo edificante tra me e Gmurk

– Madonna, Gmurk, quanto sono brutti i ragazzi di oggi, con quelle pettinature di merda e tutti quei tatuaggi tutti uguali…

– Eh, dai, mica son tutti così…

– No, ovviamente mica tutti, ma tanti. Hai visto quanti? Con quelle cazzo di crestine o come diavolo si chiamano, quei tatuaggioni e tatuaggetti, lei sul piede, lui sul collo, tutti e due sulle braccia…

– È la moda. Sii tollerante.

– Ma cazzo, io SONO tollerante! Ti pare che vada in giro a cancellare tatuaggi o a rapare crestine? Ma li hai visti i ragazzi… Che so? in piscina?

– Aaah! Guardi i ragazzi nudi che fanno il bagno?

– Sì, e son tutti lisci, tutti depilati… Manco un pelo, un peluzzo… Pure le sopracciglia sembrano disegnate con l’uniposca. Ai miei tempi gli Ace Merrill li avrebbero presi a randellate…

– Be’, che gli Ace Merrill adesso non randellino più mi sembra un miglioramento (e sorvolo sulla citazione da vecchio)…

– Il problema è che gli Ace Merrill adesso SI DEPILANO!

– Ahahah! Buona, questa. Ma lascia perdere i peli e pensa un attimo alle pettinature che giravano ai tuoi tempi…

– Atroci. Atroci. Il mullet, i capelli a spazzola…

– Esatto! Ci credo che le ragazze non vi cagavano neanche di striscio.

– A parte che anche le ragazze… Con le frangette, le permanenti ricciolute… gli orecchini di plastica azzurri enormi da film di merda di Almodovar…

– Sì, ma il punto è che eravate brutti anche voi ragazzi di ieri.

– Sì, ma il punto è che la nostra era una bruttezza sfigata. Quella di adesso è una bruttezza arrogante.

– Arrogante?

– Sì. Ma insomma, non lo vedi come esibiscono i loro braccini ipertatuati e iposviluppati, che li fanno sembrare tutti delle caricature di picciotti della Yakuza?

– Ciccio, la gioventù è sempre un po’ arrogante. DEVE essere un po’ arrogante.

– Ok. Ho capito. Sono vecchio.

– Ecco, ci sei arrivato. Usi ThisCrush? Ce l’hai un profilo Instagram?

– No, ho un profilo Facebook…

– Appunto! Roba da vecchi!

– Quanti selfie hai postato nell’ultima settimana? Quante foto di te con la tipa in reggiseno nel suo bagno?

– …

– Cosa c’è sulla maglietta che hai messo ieri l’altro?

– La copertina di The Dark Side Of The Moon…

– Ouhahahahah!

– Che cazzo ti ridi?

– Di che marca sono le sneakers nere con la striscia bianca?

– Vans. Ma ho guardato su Internet.

– Con lo smartphone o da pc?

– Da pc.

– Eccallà.

– Ma i giovani lo dicono ancora “Eccallà”?

– Non sviare il discorso. Quanti cantanti di trap conosci?

– Young Signorino… Ghali fa trap?

– Qual è l’ultima cosa che hai ascoltato?

– Un cd di Neil Young.

– Oooooccazzo! Neil Young! Un cd! Chi cazzo sei, il prequel di Jurassic World?

– Di Jurassic Park.

– Bravo, sì, bello il cinema muto, continua così, dimmi ancora una roba da vecchi.

– Comunque le Vans andavano già ai miei tempi, anche se erano diverse (ma erano brutte anche allora, eh?).

– E tu le avevi?

– No. Avevo le Adidas Tampico.

– Quelle di Enrico Beruschi al Drive-In? Tu la figa manco col telescopio spaziale l’avresti vista, caro mio.

– È vero, cazzo. Hai ragione. La verità è che se fossi un ragazzo di oggi cercherei di fare il ragazzo di oggi al quadrato, anzi al cubo. Anche se la trap col cazzo che la ascolterei.

– Vedi, il problema è più complesso. Ai tuoi tempi tua madre ti avrebbe impalato, se fossi tornato a casa con un tatuaggio o un anello al naso. E l’impalamento sarebbe stato determinato dall’incrocio di diversi fattori: la Stimmung dell’epoca (tardi ottanta-primi novanta); l’areale di ciò che era considerato accettabile o inaccettabile nel tuo ambiente (provincia lombarda) e nella tua classe sociale (proletariato operaio ex contadino più piccola borghesia provinciale); il reddito familiare (scarso); l’indole, il carattere e le idee di tua madre (che a loro volta sono il risultato di un analogo intreccio di fattori diversi)… E perfino l’indole e il carattere del te stesso sedicenne (idem).

– Va be’. Ho capito, è colpa del tempo, della classe sociale e dell’infinita rete di nevrosi individuali e collettive, indotte e innate.

– Siamo tutti il prodotto della cultura in cui cresciamo e delle nostre predisposizioni. Quindi, metti anche caso che tu fossi un millennial, quindi figlio del digitale e del permissivismo… Insomma, la generazione dell’epilazione, di youporn e di musical.ly… Dovresti comunque fare a pugni con la tua personalità, con i tuoi complessi…

Insomma, mi stai dicendo che probabilmente sarei in ogni caso uno sfigato.

– Sì, ma diverso. O, per meglio dire, diverso da come eri sfigato ai tempi della tua adolescenza, ma comunque con buona probabilità sfigato.

– Però i ragazzi depilati coi braghini al ginocchio, le crestine e i tatuaggi tutti uguali mi fanno cagare lo stesso.

– Senti, non è che l’alopecia androgenetica sia molto meglio, anzi…

– Ma perché riporti tutto alla mia persona, come se per forza ogni mia considerazione fosse il parto diretto delle mie frustrazioni o dei miei traumi? Voglio dire, è la stesa solfa per cui Leopardi era un pessimista cosmico perché era gobbo… Invece stavo cercando di riflettere su questa omologazione diffusa…

– Che ai tuoi tempi non esisteva.

– Esisteva, ma in altri termini, con altre caratteristiche. Insomma, anche le omologazioni sono diverse, e ognuna ci dice qualcosa sulla “Stimmung” (come dici tu) della sua epoca…

– Mi sembra una supercazzola.

– Lo sai che odio quella parola, vero?

– “Supercazzola”? Certo. L’ho usata apposta.

– Bravo! E adesso di’ “antani”.

– Antani.

– Sei vecchio anche tu, e pure poco originale.

– Tu invece sei psicorigido.

– No, guarda, ti confesso che in fondo in fondo un tatuaggio in deroga alla consegna di non tatuarmi mai me lo farei…

– Ah! Ecco, ti contraddici!

– Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini.

– È una citazione?

– Sì.

– Bob Dylan?

– Renato Carosone.

– E che tatuaggio ti faresti?

– Liberté Egalité Fraternité ou la mort.

– Guarda, te lo pago io. Andiamo?

– Eh, mi piacerebbe…

– Ma?

– Ma mi fa male il ginocchio.

– L’hai sbattuto?

– No. Principio di Artrosi.

– Va be’, dai, offrimi una birra.

– Me ne hai gia bevute tre.

– Uhè, Shylock, passa qua.

– Comunque i ragazzi di…

– Guarda, te la spiego ancora più facile. Non hai capito un cazzo. Non sono i ragazzi di oggi a essere brutti. È la gente in generale che è brutta. Il problema non è la crestina, o il braccino tatuato, o la faccia da pirla. È che tutti hanno la stessa aria da fascistello. Da stronzo fascistello ignorante. I ragazzi ce l’hanno con la crestina, i giovani milanesi imbruttiti con la bamba che gli esce dal culo, i giovani terroni con il polpacciotto da suino, la barba da CasaStocazzo e la pelata da mascellone, le ragazze con il tatuaggetto sul piede, i vecchi con la ghigna rancorosa e il grattaeperdi in mano. Ce l’hanno i dentisti con la polo rosa, i commercialisti con la polo verde, le sciure con i tacchi di sughero, i bambini con la faccina da hitlerjugend. Sono tutti lì incistati nella loro merdosità, nei loro problemini del cazzo, e si capisce lontano un chilometro che non vedono l’ora di dare la colpa a qualcun altro, purché non sia lo stronzo o la stronza che li guarda dallo specchio ogni mattina, non vedono l’ora di prendersela col primo che gli passa davanti e che gli sembra più sfigato di loro, e quando lo trovano è una festa, perché allora sì che si sentono meglio. Che si sentono superiori. E quando parlano usano tutti le stesse frasi, le stesse parole, come dei robottini rincoglioniti. (Rutta potentemente.) Gli venisse l’ameba mangia-cervello, morirebbe di fame.

– Eh, dai, mica son tutti così…

– Certo. Io no, per esempio. Dai, Serginho, alza il culo e metti su Grachan Moncur III.

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E ho anche voglia di / stop whining

E ho anche voglia di andarmene da questo Paese disgraziato, sempre più tetro e più morto, ma non posso, perché il lavoro scarso e precario che ho è il solo che ho, perché ho prole, perché ho pochi soldi, perché sono vile, forse, e la prole non sarà mica un alibi?, e perché alla mia età non so se sarei capace di inventarmi una vita nuova e diversa, insomma perché ho paura di saltare e scoprire che non ci sono reti, lì sotto.

(Poi vedo quelle povere persone che attraversano il deserto per finire torturate, annegate, ammazzate, ricoperte di insulti, quei padri e quelle madri che partono con i loro figli piccoli senza sapere se sopravvivranno, che muoiono tra le onde lasciandoli soli in un mondo alieno e ostile o li vedono morire tra le onde, e mi vergogno profondamente.)

(Sei un privilegiato! Un privilegiato! Stop whining!)

E ho anche voglia di suonare, ma come una volta, in gruppo, non di strimpellare il basso o la chitarra per conto mio in maniera inconcludente, ma non posso, perché non c’è nessuno con cui farlo, e se anche ci fosse non ne avrei più né la forza né l’età (Dinosaur! You’re a dinosaur!), e se prima ero un dilettante che sopperiva alla carenza di tecnica con il buongusto, adesso sarei solo un dilettante che ha quasi disimparato a suonare il poco che sapeva.

(Però magari invece, con un po’ di allenamento…)

E, sì, adesso scrivi cose che mi sembrano buone o finanche molto buone, ma vuoi mettere quando avevi diciassette anni e con le tue buffe ridicole pose da Kerouac Shelley Rimbaud scrivevi schifezze presentendo la grandezza a venire inculando il futuro annusando il profumo di fica della promessa Musa?

E, sì, что же приятней на свете, чем утрата лучших людей?
Neverthless, I am homesick after mine own kind.

Per il resto tutto bene.

(Non è che a diciassette anni fossi più felice di adesso, anzi. Solo più giovane.)

(Non è poco!)

(Non è tutto!)

E comunque il vocoder fa schifo.

(You’re an asshole! An asshole! Stop whining!)

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Here comes the black hundred

parchetto DIM

C’è ’sto romanzo, ch’è uscito un paio d’anni fa in questo periodo, in cui raccontavo – pars pro toto – di una Lombardia appena dissimulata in cui la crisi (non la crisi economica, ma la crisi generalizzata della civiltà) smangiava tutto: umanità, raziocinio, sentimento; dove gli abitatori di quei luoghi afflitti da desertificazione interiore ed esteriore sfogavano le loro passioni tristi in ributtanti manifestazioni di malvagità banale e razzismo spicciolo, mentre i fascisti (che chiamavo col nome di un’organizzazione di estrema destra russa dei primi del Novecento: “Centuria nera”) lentamente prendevano il controllo di quel “Paese” terminale (peraltro senza ovviamente invertirne la rotta suicida ma anzi accelerandola).

L’ho scritto grosso modo tra il 2009 e il 2013: per me fu anche un modo per esorcizzare e sublimare certe paure e ansie che mi provenivano dall’osservazione delle cose intorno a me: già da tempo coglievo segnali di questo contrarsi delle persone come sotto l’effetto di una pressione interna sempre più incontenibile; e man mano che gli anni passavano mi sembrava che i segnali si moltiplicassero e andassero tutti inequivocabilmente nel senso di una futura vasta e liberatoria “esplosione” del male covato.

Il libro, per non saperlo maneggiare altrimenti, l’han definito distopico, e ci può anche stare; ma a me, tolta la lieve sfasatura della trasfigurazione letteraria, sembra più che altro profetico.
E non è che io nella mia minuscola nicchia di scrittore abbia mai ambito a quel ruolo, sebben che Cassandra sia una grande e bella figura tragica.

Lo scrivo perché in questi giorni, tornando a sfogliare le vecchie cose che ho scritto nei dieci e più anni passati, ho ritrovato spunti e riflessioni che all’epoca mi capitò di veder liquidate come esagerate e apocalittiche (un’altra etichetta, in questo caso totalmente idiota, che qualche critico negligente mi ha appioppato dopo aver letto le 35 righe in corsivo che fanno da “prologo” al mio romanzo… Si vede che non aveva tempo di leggere oltre) e che invece – pur acerbe, manchevoli e tutto quel che si vuole – oggi mi paiono configurare sempre meno i fantasmi e le paranoie di un trentenne troooppo pessimista e sempre più una descrizione generale del presente/futuro prossimo.

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Potere / popolo

Trovo l’esperimento di Potere al Popolo interessantissimo, perciò vorrei provare a buttare giù qualche considerazione del tutto soggettiva e personale. Naturalmente posso sbagliarmi di grosso: del resto io non sono un politologo e questo non è un trattato politico, ma solo un semplice post.

Lo trovo interessantissimo innanzitutto perché è ricco di suggestioni ed elementi a me familiari, che mi riportano indietro ai tempi del movimento no-global – da cui del resto in parte proviene. E non parlo tanto e solo delle persone che vi hanno aderito, quanto e soprattutto di un certo modo di intendere la militanza e la costruzione di un progetto politico. Per chi non lo sapesse, si tratta di un’esperienza di militanza che ho vissuto anch’io all’epoca (prima e dopo il famigerato G8 di Genova) con grande dedizione e coinvolgimento.

Per me PaP è un specie di Giano bifronte, un partito nato da una pluralità di realtà che cercano un minimo comun denominatore da cui partire per conciliare le differenze – o tacitarle nella speranza che se ne stiano buone e non si slatentizzino.

Tuttavia succede che queste pluralità in assemblea, che in partenza e in teoria dovrebbero avere l’aspetto di una zuppa eterogenea, non si coagulino intorno a un solo nucleo ideologico condiviso (il minimo comun denominatore di cui sopra), ma tendano a disporsi grosso modo secondo un modello bipolare, ovvero intorno a due nuclei.

Prevengo subito l’obiezione più ovvia e giustificata: sì, è una semplificazione, ho scritto apposta “grosso modo” e mi rendo perfettamente conto che la realtà è molto più complessa (d’altronde lo è sempre più di qualsiasi analisi); ma – per continuare con la metafora della zuppa – se è vero che i grumi di materia sono molti e che ci vorrebbe uno studioso di entropia per analizzarne i movimenti senza semplificare troppo, nello stesso tempo dal mio punto d’osservazione esterno constato che essi manifestano una tendenza a disporsi su due campi contrapposti e speculari, ciascuno caratterizzato da un grumo più denso e dunque più attrattivo (dalla zuppa trascendo inesorabilmente nella cosmologia!).

Conosco entrambi i poli, in un certo senso. Continua a leggere

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Chasin’ Trane

trane nagasaki

Stamattina vado sotto il diluvio a vedere il documentario su Coltrane, “Chasing Trane”, in quel posto abbastanza orrido che è il nuovo Anteo. Dopo una fila sovietica in mezzo ai marmocchi (grazie alla quale posso constatare che davvero esistono genitori talmente coraggiosi o sprezzanti del pericolo e della polmonite da uscire la domenica mattina nella tempesta con passeggini, stivaletti e ombrellini per far vedere film pucciosi alla prole) mi siedo in sala, in un posto scomodo, laterale. Pazienza. Pubblico attempato, sta’ a vedere, mi dico, che sono il più giovane, il che è tutto dire.

Parte il film. Sul programma di JazzMi c’era scritto «v.o. sottotitolata», ma quella che parte è la v.o. pura e semplice. Ringrazio silenziosamente Iddio che, pur avendomi fatto studiare francese, russo e persino polacco ma non l’inglese, mi ha comunque indotto a guardare un sacco di serie tv in lingua originale e ad ascoltare un fottio di dischi di musica rock.

Il film è buono, un po’ tradizionale, in sostanza una più che dignitosa introduzione propedeutica a chi volesse da profano accostarsi alla figura del più grande compositore di musica sacra del Novecento. La prima parte, soprattutto, che per chi ha già letto qualche libro sul jazz o su Coltrane può apparire come un riassuntino di cose note e stranote. Per di più, non è che esista molto materiale video su Coltrane prima del periodo Kind of Blue (anzi non ne esiste proprio), per cui sono quasi solo fotografie – molte non le avevo mai viste, alcune veramente belle – quelle che scorrono, inframmezzate dai brevi interventi delle vecchie glorie ancora vive. Grandi Jimmy Heath, Benny Golson e sua maestà Sonny Rollins. Simpatici anche Carlos Santana e John Densmore, il batterista dei Doors, di cui sapevo che godeva della stima dell’immenso Elvin Jones ma non che fosse un grande ammiratore di Trane (è invece noto che i Doors scopiazzarono la versione coltraniana di “My Favorite Things” per comporre la sezione strumentale di “Light My Fire”). Adorabile anche il geniale orsacchiottone Kamasi Washington, peccato che non si capisca un cazzo quando parla (o perlomeno io non ci ho capito un cazzo). Meno comprensibile la scelta di mettere nel mazzo Bill Clinton (va be’, suona il sax ed evidentemente ascolta buona musica, ma…) e Wynton Marsalis (che sta a Coltrane come Togliatti al Che Guevara). Totalmente incomprensibile quella di far parlare Wayne Shorter e McCoy Tyner per numero sette nanosecondi.

Poi però arrivano i (rari) documenti videro, i super 8 casalinghi a colori di Trane con Alice e i figli piccoli, un giapponese simpaticissimo e fuori come un bovindo che è il più grande collezionista di cose coltraniane del mondo e a Osaka ha addirittura creato una John Coltrane House, le immagini e le testimonianze del tour giapponese, Coltrane che depone un mazzo di fiori al memoriale per i morti di Nagasaki e si ferma a lungo in preghiera cercando dentro di sé di captare il suono della bomba atomica e delle migliaia di vittime innocenti, gli ultimi scatti prima che il cancro se lo porti via, le lacrime di Benny Golson, Trane che sorride alla telecamera dopo aver fatto giocare il figlioletto sull’erba e fa una scherzosa riverenza… E fatalmente mi commuovo.

Poi esco dal cinema, non piove più e mi rendo conto con stupore che, ogniqualvolta mi immergo nell’opera e nella vita di Coltrane (che sia tramite l’ascolto di un suo album o la lettura di un libro su di lui), ne riemergo con l’impulso urgentissimo di diventare non già un artista migliore, ma una persona migliore.

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Lo smottamento delle cose

Siamo abituati a pensare ai cambi d’epoca sulla base di riferimenti temporali un po’ legnosi (gli anni Sessanta, gli anni Settanta ecc.: a volte hanno senso, a volte meno) o di eventi memorabili nel bene o nel male.

Invece spesso le epoche – non tanto dal punto di vista della Storia grande, quanto piuttosto da quello del costume, della vita quotidiana, che non è meno importante e significativo – non si susseguono bruscamente, per salti e scatti, ma cambiano con un movimento tettonico quasi impercettibile di smottamento continuo, millimetrico, per dettagli, piccole vene. È questa frana al rallentatore, forse, che contribuisce alla disattenzione con cui subiamo queste modificazioni, è per essa che sovente non ci accorgiamo dei mutamenti che attraversano le nostre vite mentre attraversiamo la vita anno dopo anno distratti dalle incombenze del presente o dalla rincorsa del futuro. Le vecchie abitudini cedono silenziosamente il passo alle nuove, una per volta, a scaglioni. Ce ne rendiamo conto solo dopo molto tempo, all’improvviso. Pangea non esiste più, ci sono Laurasia e Gondwana: quando è successo? Dov’ero? Eppure ero qui! Non ho sentito il terreno scuotersi sotto i miei piedi e tremare e spaccarsi!

Ogni tanto, di solito mentre cammino o pedalo in solitudine, mi capita di mettere a fuoco questo o quel cambiamento, e di domandarmi se si possa identificare anche solo vagamente un momento o un periodo in cui questo passaggio di stato si è reso più visibile (o meno invisibile).

Quand’è stato che le balle di fieno hanno smesso di essere quadrate e sono diventate rotonde?

Quand’è stato che sulle bici si è smesso di usare la vecchia dinamo e si è passati alle lucine a batteria da manubrio?

Quand’è stato che Halloween ha cominciato a sostituirsi al Carnevale?

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Il culmine della creazione

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Pedalavo nella scighera lungo il canale. Nessuno intorno, solo una comitiva di ciclisti fluorescenti che è subito scomparsa all’orizzonte e il solito vecchietto con la bici sderenata, anche lui presto inghiottito dalla foschia. A un certo punto mi sono ritrovato solo, con i corvi nei campi a sinistra e a destra, l’erba gialla e verde, e vaghe forme di acquedotti e silos appena abbozzate in lontananza, come macchie grigie sospese nel vuoto. A quel punto ho avuto questa visione: due figurette biancovestite sedute sull’argine, immobili, perfette.

Mi sono avvicinato piano piano, continuando a pedalare.

Erano due suorine indiane. Passando alle loro spalle, di sbieco, per un attimo ho spiato le loro facce. Erano piccole, giovani, paffute, e chiacchieravano a voce così bassa che potevo solo vedere il lieve incresparsi delle loro labbra, da cui non usciva alcun suono.

Mi sono sembrate così belle, così sacramente belle. Cazzo, mi sono detto, se Dio esiste, deve esistere sotto quell’aspetto. Dio è una suorina indiana seduta con la sua veste candida sul ciglio erboso del Naviglio, nella nebbia, in un sabato pomeriggio di ottobre.

E se fosse questa la perfezione del genere umano? Se il picco o il culmine della creatura homo sapiens sapiens non fosse la tecnologia o la filosofia o la scienza dell’era quantistica, ma questa mite e dolcissima incarnazione del sacro?

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Good Old Soul

Tina Brooks, True Blue, 1960, Blue Note. Mi sono procurato questo album a un prezzo irrisorio. È meraviglioso e suonato da dio: hard bop purissimo. Se cerchi l’avanguardia: non ce n’è. Se cerchi della gran musica: eccola. Inoltre ha una copertina che mi piace moltissimo, e infine il blu è il mio colore preferito.

Eppure, chi cazzo ha mai sentito parlare di Tina Brooks? Nei libri sul jazz difficilmente viene nominato. Già il nome, anzi il soprannome, sa di sfiga. Harold Floyd Brooks, afroamericano, nato in North Carolina (come Coltrane) nel 1932 sotto il segno dei Gemelli (come me), era piccolo e magrolino (tiny, da cui “Tina”), timido, introverso. Era anche un eroinomane e un alcolista: negli anni Cinquanta-Sessanta in America non era facile trovare un posto confortevole, con un curriculum del genere. Però sapeva suonare alla grande il sax tenore, e aveva un suono personale, affascinante, molto blues. Spero di non dire uno sproposito, da profano e dilettante: scuola Lester Young, ovvero dolcezza, sottigliezza e intensità.

Alla Blue Note piacque, così gli fecero incidere questo album: bellissimo. Insieme a lui, alla tromba, suonò il grandissimo Freddie Hubbard, anche lui a inizio carriera (per inciso, Brooks ricambiò suonando nel disco d’esordio di Hubbard, Open Sesame). Ma la casa discografica decise di puntare tutto su quest’ultimo. I due dischi uscirono quasi in concomitanza. Quello di Hubbard fu spinto, sostenuto, promosso. Risultato: Hubbard diventò una figura di primo piano della scena jazz (se lo meritava). Quello di Brooks fu messo da parte e abbandonato a sé stesso: per i discografici Tina aveva troppo poco appeal personale, anche se era un musicista della madonna. Risultato: Brooks finì in un buco nero. Fece poco altro – gli concessero di registrare un altro disco, Back to the Tracks, ma non glielo pubblicarono (uscirà solo nel 1998!) –, poi scomparve dalle scene. Oblio totale. Morì a quarantadue anni completamente dimenticato. Una figura oscura, ultraminore, un carneade della storia della musica americana del Novecento. Fu la droga a farlo fuori, ma forse più che altro come esecutrice materiale.

Tutto questo per dire che sento molto vicino a me questo sfortunato e valente artista, questa buona vecchia anima. “Good Old Soul” è il pezzo che apre il disco.

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A place to call my own

Una sera di quest’estate tornavo a Milano da solo in macchina, dopo aver passato un pomeriggio a pedalare in campagna. Guidavo lungo la provinciale, a destra il Naviglio a sinistra i campi e la ferrovia (che si svela solo quando hai la fortuna di veder passare il treno, e se già fa buio e ha i finestrini illuminati è uno spettacolo a suo modo commovente, o perlomeno io lo trovo bello e persino struggente). Il cielo imbruniva, anzi imbluiva, aveva insomma quella luminosità screziata, complessa, intermedia, con strati o sfumature di blu e celeste fuse insieme, va detto che io sono particolarmente sensibile a quelle tinte perché il mio colore preferito è proprio il blu. C’erano poche macchine, era mi pare la fine di luglio, e potevo far finta con un po’ di immaginazione di trovarmi su qualche “strada blu” dell’America (l’immaginario è quello, inevitabilmente cinematografico, da lì peschiamo un po’ tutti, volenti o nolenti). Guidavo rilassato, senza pensieri per una meravigliosa quanto fugace cancellazione della pena e dell’angoscia, in uno stato transitorio di liberazione, e sull’autoradio anziché il jazz come faccio di solito avevo messo su Harvest, e avanzavo così in quel blu sempre più profondo, sempre più buioluce, nella notte in arrivo tutta trapuntata di luci, fioche insegne bluastre di motel scalcinati, neon fucsia di sex shop lunari, lampioni, faretti, luci gialle rettangolari di finestre spalancate, quando attraversavo le periferie dei paesi lungo il tragitto. E c’era per l’appunto questo Neil Young quasi ventisettenne che mi cantava quelle canzoni incredibili con la sua voce acuta, inconfondibile, di naso, Out On the Weekend, Harvest, Old Man, e a un certo punto mi sono detto ad alta voce Cazzo! Adesso, in questo preciso istante, e questo non può cancellarlo più nessuno – factum infectum fieri nequit – io sto bene, sono in pace, non desidero nient’altro. Questa è la quiete del tempo immobilizzato, immortalato.

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Le due estati

La sensazione strana, anche dolorosa, finanche lacerante, di vivere contemporaneamente su due piani di realtà incompatibili, disarmonici. Come mettere insieme due mondi alieni e ostili l’uno all’altro, come materia e antimateria che s’annichilano a vicenda –

da una parte questa estate così tranquilla, lente festinans, fatta di sortite a piedi o in bici nella calura in cerca di musica e libri e roba indiana piccante da mangiare, via Fara, via Manuzio, il parco Segantini, la Sormani, San Nazzaro, piena di musica bellissima, Neil Young la mattina presto andando al lavoro, in macchina, Coltrane con Eric Dolphy in Europa nel ’61, Lee Morgan, Clifford Brown, gli Hot Five e gli Hot Seven, Joe Henderson, Agartha e Pangaea, e di sera Antonia Pozzi –

dall’altra questo orrore collettivo, questa orribile sensazione di scivolare sempre più velocemente e ineluttabilmente giù, senza ritorno, scaduto il tempo utile ad aggrapparsi a qualcosa, questa estate di prove generali di fascismo, di stupidità, ottusità e cattiveria generalizzate, il chiacchiericcio feroce che si leva continuamente, sempre più pervasivo, sempre più egemonico, la sensazione di solitudine e di impotenza, di sbigottimento di fronte alla perfetta impermeabilità della stupidità, la “gente” incazzata, le guerre tra poveri, i comunisti in festa, la musica di merda, i ventenni con capelli tutti uguali, i dentisti che amano il nero ma odiano i neri, i letterati coglioni, i giovani leoni della critica che il romanzo è morto ma la critica no, che scrivono poesie per esprimere poeticamente l’impossibilità di fare poesia, i salvini piccoli e grandi che a ogni epoca e a ogni generazione rispuntano e proliferano come metastasi immortali, la colpa è delle ong, gli immigrati di merda, i giovani muscolosi, gli smartphone, i 35 euro, le risorse boldriniane, il senatore esposito, il decreto minniti, il pugno duro di renzi, compagni per Assad, camerati per Assad, la mia generazione rincoglionita su Fb, i vecchietti razzisti, le vecchiette razziste, la domenica a messa il lunedì a fare pogrom, prova a costruire una chiesa nei loro paesi, le navi fasciste, il crowdfunding fascista, i saluti fascisti, le notizie di merda, i video del cazzo, o cani sono meglio degli esseri umani, salvate il cuccioletto adorabile dal canile, il padrone l’ha picchiato, pena di morte, non salvate il negretto, affondare il gommone, sparargli addosso, sei milioni cinquecentomila condivisioni, condividi se sei incazzato, clicca mi piace se sei d’accordo, nina moric, neymar, trump, putin, gli accordi sul clima, rubbia smonta la bufala dei cambiamenti climatici, di battista asfalta tizio e caio del pd, pdiota, il piano Kalergi, non hai mai sentito parlare del piano Kalergi, ci sono dietro gli Usa, c’è dietro Israele, c’è dietro Soros, c’è sempre dietro qualche ebreo, io non sono contro i vaccini ma, i vaccini uccidono i bambini, vaccinisti nazisti, stelle di David gialle su sfondo di uniforme concentrazionaria a righe con scritto bambino non vaccinato, dittatura di big pharma, guido viale, le parole usate a vanvera, le parole usate di merda, invasione, degrado, buonisti, la sensazione terrificante che mi fa dire, sottovoce, è fatta, è finita, sono fottuto, siamo fottuti –

come vivere nello stesso tempo e con lo stesso corpo in due sfere di esistenza così incompatibili senza andare in pezzi?

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Il sinonimo di “pietista” nel XXI secolo

“Pietismo” e “pietista” erano termini usati in senso dispregiativo nell’Italia fascista degli anni delle leggi razziali. I “pietisti” erano quegli italiani (ovviamente “ariani”) che provavano sentimenti di pietà e di simpatia per gli ebrei. «Bisogna reagire contro il pietismo del povero ebreo» fu lo slogan coniato dal duce in persona.

I documenti dell’epoca sono pieni di spunti – diciamo così – interessanti. Prendiamo per esempio questo titolo della “Stampa” di Torino, risalente all’autunno 1938: «Il pietismo di Roosevelt. (…) Perché ci si commuove per gli ebrei e non per i massacri nella Spagna rossa?». Ricorda qualcosa?

Ancora. Il termine “pietismo”, scrive lo storico del fascismo Renzo De Felice, veniva usato come «sinonimo di spirito borghese e di antifascismo».
Di nuovo: dice niente? Provo a “modernizzare” le parole: oggi cosa useremmo, al posto di “borghese”? Radical chic, per esempio. E al posto di “antifascismo”, parola di cinque sillabe troppo lunga e difficile da scrivere e da pronunciare? Si userebbe probabilmente “sinistra” o “comunisti”.

Negli anni Trenta erano gli ebrei (o “israeliti”, o “giudei”). Oggi?
Senza dimenticare che gli “ebrei” ancora oggi si trovano a dover fronteggiare un’ondata crescente di antisemitismo ora strisciante ora più palese, pare esagerato se dico “negri”, “immigrati”, “arabi”, “rom”, “zingari”…?

Con quale parola tradurremmo “pietista” nel linguaggio odierno in uso tra i razzisti, i populisti, i qualunquisti di destra, i fascisti dichiarati e la legione di anonimi haters che infestano la rete (oltre che il mondo reale)?
“Buonista” è calzante?

Quali considerazioni si possono trarre, allora, da questa inquietante analogia storico-linguistica?
Non che la storia si ripeta uguale: è una sciocchezza ( e comunque Dio ce ne scampi!). Eppure, come non vedere la permanenza o il riaffiorare di elementi retorici e pattern ideologici che credevamo a torto estinti?

Qui c’è un articolo che ho trovato in rete mentre cercavo materiale sull’argomento: mi sembra che inquadri perfettamente la questione, consiglio caldamente di leggerlo e di farlo leggere: http://www.hakeillah.com/1_14_11.htm

Facciamo attenzione alle parole che si usano, vigiliamo, teniamo presente la storia passata. Sono esercizi propedeutici alla resistenza, in vista di un futuro non ancora scritto ma che si preannuncia fosco. E forse anche a cambiarne il corso, finché (se) siamo ancora in tempo.

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Il giorno dopo il 25 aprile

Ieri era il 25 aprile, la festa della Liberazione e dell’antifascismo. Poiché mi ero intestardito a viverla per quello che appunto dovrebbe essere – una festa e una commemorazione –, con un piccolo sforzo di volontà ho accuratamente evitato di affrontare le piccole o meno piccole brutture che le ronzano intorno come tafani: la memoria della Resistenza è e resta per me uno splendido puledro.
Ieri, dunque, mi sono concentrato sulla bellezza.
Ma il giorno dopo, mi pare sia utile – anche per il puledro – schiacciare quelle bestiacce succhiasangue.

Nella mattina di ieri sono andato a portare un fiore ai partigiani al cimitero, in un luogo finalmente liberato dalla feccia nazifascista che negli anni scorsi ha cercato di imbrattare la festa con ridicole e luttuose parate. Ma di quei pochi e patetici vermi non vale nemmeno la pena di parlare: vanno combattuti e basta.
Il pomeriggio ho portato per la prima volta in corteo mia figlia, che del resto ha insistito per partecipare. Ha otto anni e mezzo e un’idea ancora approssimativa della storia, ma ne sa già quel tanto che basta per capire qual è la parte giusta.
Perciò io e lei abbiamo pazientemente risalito il lungo corteo, passando più o meno per tutte le sue anime.

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Quello che dovrei fare, quello che devo

Mi dicono che non sono bravo ad autopromuovermi.
Che devo imparare a vendermi meglio.
Anzi che devo imparare a vendermi e basta.
Tipo: «Impara almeno a fare il piacione sui social, c’è gente che ha fatto così e adesso [nome di scrittore abbastanza famoso] gli presenta i libri / lo invitano a tutti i bookfestival / ha trovato lavoro in una scuola di scrittura frequentata soprattutto da donne, oh, hai capito? DONNE!».
Tipo: «Devi farti un seguito. Devi avere tanti followerZ, così l’editore ci fa un pensiero».
Oppure: «Devi inventarti qualcosa di pazzesco, costruire intorno al tuo libro un progetto multimediale, transmediale, ultrapsichico, avantpop».
Oppure: «Devi tampinarli, messaggi come se piovesse, telefonate a manetta, mailbombing, promesse iperboliche di do ut des (“Ho visto che il mese prossimo esce il tuo libro di prose poetiche sperimentali, posso presentarti alla libreria Versi & Vino di Codroipo”)».
E comunque sia: «Devi coltivare i contatti».

Invece niente. Non sono capace. Non ho followerZ e l’unica cosa che ho coltivato è stata una lenticchia nel cotone, quando andavo alle elementari.
Devi, devi, devi.
Devo scrivere, ecco cosa. Ecco l’unica cosa.
E infatti vado avanti a scrivere. In silenzio, senza rumore, come sotto terra, che così mi riesce ancora meglio.
E mi pare che stia lentamente venendo fuori una cosa grande e bella.

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