Athair

Nei tuoi occhi
mi sono sempre tuffato
come in un cielo sicuro
e nel naso portavo il tuo odore
come una preghiera

E veleggiavi come un galeone
della Provvidenza quando il giorno
finiva in vapori di legumi
e la musica dei chitarristi serafini
non valeva lo schianto del cancello
e poi le scale e come un Dio
profumato di dolcezza arrivavi
scacciando il dolore a calci nel culo

Non chiedermi se possa un eroe
sfoggiare labbra sottili e sguardi lemuri
o timido portare con grazia
lo scherno degli uomini di mondo

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Scusi, dov’è il bar?

Oggi mi sento più o meno così. Lascia perdere il testo (molto bello, peraltro). Prendi la musica, prendi questo breve struggente malinconico assolo di chitarra, che suona come una domenica pomeriggio uggiosa d’autunno. Fa’ che sia l’autunno del 1983, lo stesso anno in cui uscì questo disco così imperfettamente perfetto; ma potrebbe anche essere l’86, o il ’90, o qualsiasi altro autunno di qualsiasi altra epoca triste. Le foglie umide, le luci nel buio, il freddo, il crepuscolo.

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Georgia, se mai passassi di qua, sappi che mi mancano le tue parole e il tuo blog, a cui – da vecchio blogger della web-era passata – ero molto affezionato.

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Narrazione fasulla vs aritmetica

trump-vs-clinton

Tutte queste analisi e riflessioni intelligenti talvolta intelligentissime sul trump frutto della marea populista, della rabbia degli esclusi, dell’odio per l’élite, della vampa antisistema… Eppure da giorni sto lì, rigido come un baccalà, a guardare i numeri, e mi pare che tutti quanti ci si stia raccontando una narrazione fasulla (quella spacciata dai vari salvini le pen grillo ecc.: falsa ma che a furia di essere raccontata diventerà vera) senza che nessuno o quasi sia così banale da dire la verità: cioè che trump – dei due candidati il meno votato – è innanzitutto il frutto del sistema elettorale americano.

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Sinistri sinistri

Conosco compagni così ideologicamente puri e moralmente intransigenti che, se anche i due candidati alla presidenza fossero Carlo Marx e Federico Engels, direbbero lo stesso: “Fanno schifo tutti e due”.

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Veritates more philologico demonstratae

“Presidente del consiglio non eletto…” -> Restituisci la tessera elettorale, deficiente.
“Non sono razzista ma…” -> Sei uno stronzo razzista.
“Voi buonisti…” -> Muori, testa di cazzo, che il mondo sta meglio senza di te.
“Perché non te li porti a casa tua…” -> Peccato che tuo padre non usasse il goldone.
“Ho letto sula gazzettadellasera che la Kyenge/Boldrini ha detto che bisogna festeggiare l’islam…” -> Perché David Bowie e non tu?
“Ci stanno invadendo…” -> Ma speriamo.

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KKK Italia

A Gorino di Goro (FE), sul Delta del Po, i cittadini fanno le barricate nella notte per impedire il passaggio del pullman che dovrebbe portare in paese dodici giovani donne africane, profughe o comunque migranti in attesa di asilo, che la prefettura vorrebbe alloggiare fino a febbraio in un ostello-bar.

Ogni atto fascista di questo genere costituisce un esempio, un precedente, e apre la strada alla diffusione di atti analoghi. In questo senso, forse bisognerebbe cominciare a trattare questi casi secondo categorie epidemiologiche, interpretandoli alla stregua di focolai epidemici e agendo in maniera conseguente.
Ma come si fa, visto che di persone e non di microrganismi si parla, a isolare la zona e a sradicare l’agente patogeno prima che esso si propaghi?

***

Non c’è solo Goro, non c’è solo l’atto fascista, l’impazzimento collettivo linciatorio, ma anche l’accoglienza, la solidarietà: lo si è visto, in questi due anni di emergenza migranti, e lo si continua a vedere, con le mobilitazioni dal basso, le raccolte di beni di prima necessità, la solidarietà capillare e diffusa nel quotidiano e nel tessuto delle nostre città: solo che, al di fuori dei momenti più eclatanti o mediaticamente spendibili, questo lavorio del bene non fa rumore. Insomma, ci sono tante persone, tanti cittadini, tanti italiani, tanta cosiddetta “gente comune” che non è “buonista” e non vive in super-attici isolata dalla vita reale (come vanno cianciando i razzisti nei loro squallidi deliri accusatori), eppure non si lascia agire dalla paura o dall’agenda politica dei mestatori d’odio.

Però. Però c’è anche Goro. C’è anche quello, quel grumo nero e chiassoso che da anni va crescendo come un bolo fecale nel ventre del Paese. Non solo qui in Italia, come mostrano le cronache. C’è anche il male, il sempiterno fascismo che costituisce la malattia morale dell’Europa e che ha vissuto per decenni in stato di latenza, come un’infezione a bassa intensità tenuta a bada così bene da farci dimenticare che l’agente patogeno non era morto.
C’è anche questo male, che oggi si chiama Goro e domani chissà.

E dunque, preso atto che i “buoni” esistono, vogliamo affrontare i “cattivi”?
E come?

***

Tra l’altro è atroce che adesso le barricate le facciano i fascisti.

***

Autogestione, costruzione di reti dal basso, fuori dalle istituzioni e dalla loro tutela, percorsi rizomatici, nuovi modi di ricostruire il tessuto sociale sfilacciato dal terato-capitalismo neoliberista, forme di socializzazione, ri-socializzazione e convivialità attorno a cause “glocal”, cioè che coinvolgono la dimensione locale e la vita quotidiana e però nel contempo attengono alle grandi e drammatiche sfide globali…
C’è tutto quello che sognavamo / prefiguravamo / perseguivamo quindici anni fa come movimenti altermondialisti. Tutto. Persino le barricate, e persino i momenti conviviali. C’è tutto. Persino la grigliata dopo la battaglia.Tutto rovesciato. A Goro.
Che scherzo atroce del destino, per quelli di allora, per noi dell’altro mondo possibile. Che tranvata in faccia da parte della cruda realtà.

***

Io penso a come sarebbe stato bello, per quelle seicento persone su quella lingua di terra sperduta alla foce del Fiume, festeggiare il Natale 2016 con dodici ragazze in più, e magari anche qualche bambino. Alle torte che avrebbero potuto preparare la sera della vigilia e portare al bar ostello attraversando la nebbia e il buio tra le nuvolette di fiato e le pozzanghere, in fretta e furia, per tagliarle a fette ancora calde di forno davanti agli sguardi ingolositi. Ai festoni ritagliati alla bell’e meglio e appesi alle pareti dello stanzone con lo scotch. Ai brindisi, ai giochi, al vociare confuso, al miscuglio di dialetti del Delta e dialetti haussa.

Cosa si sono persi, tutti quanti, da una parte e dall’altra.

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In memoria di Tom Hayden

sept63

A SDS meeting in 1963. Tom Hayden is at far left. Credit C. Clark Kissinger

Leggo che è morto Tom Hayden. A molti questo nome non dirà niente, del resto appartiene a un’epoca cronologicamente non lontana da noi eppure così distante, per spirito, da sembrarmi oggi remota quanto l’era paleozoica. Un’epoca che, per ragioni anagrafiche, anch’io ho conosciuto solo postumamente, tramite i libri, il cinema e i racconti dei “vecchi”.

Tom Hayden è stato una figura importante della sinistra USA. Negli anni ’90 è stato addirittura senatore dello Stato della California per il Partito Democratico, ma la sua esistenza è stata dedicata soprattutto alla militanza politica radicale.

Chi come me partecipò della temperie degli anni no-global ricorderà forse che fu tra gli attivisti durante le proteste contro il WTO di Seattle che nel ’99 inaugurarono la breve stagione del movimento internazionale antiliberista.

Prima ancora, nel 1968, guidò le proteste alla convention democratica di Chicago, che culminarono nella feroce repressione poliziesca e in un celebre processo politico.

Ma vorrei ricordarlo qui oggi soprattutto come principale autore del Manifesto di Pot Huron, redatto nel 1962 a conclusione della convention dell’SDS, il movimento studentesco da cui sarebbe in larga parte scaturito il “movement” che terremotò gli anni Sessanta negli Stati Uniti e in tuttto l’Occidente.

Ora chi se lo caga più, il Manifesto di Port Huron? Eppure fu seminale e fecondativo anche, in maniera indiretta, per il “nostro” Sessantotto.

[Dettaglio cinefilo: il “Port Huron Statement” è citato nel “Grande Lebowski”, dove addirittura si scopre che The Dude fu uno dei suoi estensori!]

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Il verminaio scoperchiato

La guerra in Siria ha avuto, qui da noi, anche questo effetto collaterale: che si sta scoperchiando l’enorme fogna rossobruna che stagnava sotto la superficie, appena coperta da una fragile e sottile patina sinistroide. E’ bene, in questo senso, che le contraddizioni scoppino come bubboni: e qui il pus davvero cola a fiumi.
Semplificando le forze dispiegate su questo metaforico campo d’onore, potrei dire questo.

Da una parte c’è una sinistra liberale, socialista o anarchica ma sempre comunque libertaria, non cospirazionista, non paranoica, non monistica, non infatuata di questo o quel dittatore, non cieca davanti al sangue, ancora convinta che vi sia spazio per la ribellione e che il Potere non sia onnisciente, onnipresente, onnipotente.

Dall’altra c’è una sinistra autoritaria, che si dice antimperialista ma è solo innamorata dei progetti imperiali che non siano quello USA; che (si) racconta di essere antisionista ma è solo e semplicemente antisemita; che è “nazionalpopolare” ma ragiona per stati e ignora i popoli, perché li identifica con i loro tiranni; che è antieuropeista ma filo-eurasiatista e filo-nazionalbolscevica; paranoica, cospirazionista, monistica; che si gingilla coi suoi despoti sanguinari (Gheddafi, Assad) – e i suoi zar non americani.

Questi parassiti – autoproclamati comunisti ma fascisti conclamati – si credono gli unici depositari del verbo rivoluzionario, dispensano scomuniche staliniane, si riempiono la bocca di slogan antifascisti, usano la lotta partigiana come maschera per coprire la merdaglia nazifascista che gorgoglia nelle loro menti. Li riconosci per la loro credulità, per i loro Bin Laden Mossad Latuff Palestinalibera Assad e Putin eroi del proletariato; per le loro credenze apodittiche basate su sillogismi del cazzo e manicheismi d’accatto; per la loro visione del mondo asservita a due idee in croce per di più sbagliate.
Difensori di ogni male e nemici di ogni bene, ma imperscrutabilmente convinti del contrario, sono dunque stupidi e feroci. E sono in tanti, molti più di quanto credessi.

Eppure, ripeto, è un bene che il verminaio venga alla luce. Anche solo per marcare le distanze, per definire le differenze incolmabili, ideali, umane, direi antropologiche.
La loro parte non è la mia, la mia parte è contro la loro. Con loro non può esistere dialogo, connivenza, alleanza.
Sono come un cancro, e come tale vanno isolati, cacciati da quall’area ideologica in cui proliferano abusivamente e combattuti senza tregua.

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La Siria, i morti a peso variabile, i fascisti rossi

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Aleppo. Foto: Karam el-Masri

Con buona pace proprio per niente.
Parto da un punto – forse l’unico – su cui mi pare si possa concordare che è incontrovertibile: Aleppo muore, la popolazione civile intrappolata ad Aleppo è vittima di pesantissimi bombardamenti. Questo è un fatto, non una interpretazione. Lo sottolineo perché mi è capitato di sentir dire da un antimperialista che “ad Aleppo, se stiamo ad ascoltare le cronache dei filoamericani, ci sono più ospedali che civili”. Come a dire che i bombardamenti che ci vengono mostrati in questi giorni sono fatti con la computer grafica a Hollywood.

Un altro fatto incontrovertibile: a bombardare i civili di Aleppo sono le forze governative di Assad e i loro alleati russi. Questo ci sta bene? Non credo, giusto?
Dire “Nel sangue pagato dalla popolazione civile si consuma la deriva jihadista della maggior parte dell’opposizione siriana”, come mi è capitato di sentirmi dire, è meschino, cinico e falso.

È cinico e meschino, perché in fondo è un po’ come dire “Alla fin fine se la sono cercata”.
Allora vogliamo dire la stessa cosa di certe orrende stragi della storia recente? “Nel sangue pagato dalla popolazione di Dresda si consuma la deriva nazista della maggior parte del popolo tedesco”, “nel sangue pagato dalla popolazione di Hiroshima e Nagasaki si consuma la deriva fascista e imperialista della maggior parte della società giapponese”. Cogli la meschinità e la disumanità di queste affermazioni?
“Nel sangue pagato dai newyorkesi si consuma la deriva imperialista degli USA”… Ah, già, questa mi è effettivamente capitato di sentirla, da certi compagni, l’11 settembre di quindici anni fa.

È falso perché scambia gli effetti con le cause. C’è stata indubbiamente una deriva jihadista dell’opposizione siriana ad Assad (se non in maniera totale), il principale responsabile è stato proprio Assad. Non serve essere dei geni della strategia per capire perché gli facesse comodo.
I compagni antimperialisti tendono a dimenticare o a ignorare un altro fatto incontrovertibile (hanno la memoria corta, o selettiva, o sono in malafede): la rivolta siriana al suo nascere fu un movimento popolare pacifico, nato sull’onda delle primavere arabe, e fu stroncato nel sangue, senza pietà, da Assad, con bombardamenti e armi chimiche. Andiamo a rileggerci le cronache e i reportage dalla Siria del 2011-2012, se crediamo che sia solo un’invenzione della propaganda occidentale. Leggiamo le testimonianze dei siriani laici e progressisti che hanno avuto la fortuna di scampare al massacro e alle persecuzioni. Oppure crediamo alla versione dei vari Chiesa e Dinucci, che parlano di psyop della Cia con la stessa apodittica fede dei complottisti delle scie chimiche.

Fai tu. Puoi credere alla propaganda assadiana e russa; ma allora devi rimuovere tutte le testimonianze che ci dicono che Assad, mentre riempiva le camere di tortura di oppositori laici, progressisti ecc., svuotava le carceri dei detenuti islamisti.

C’è una possibilità in più, di cui mi rendo conto adesso mentre scrivo: che tu che mi leggi sia convinto, come lo sono tanti corifei del putinismo e dell’antimperialismo, che la rivolta del 2011 da parte della società civile siriana sia stata organizzata ed eterodiretta, ovviamente dai soliti sionisti e amerikani. Ecco: se così fosse, per me puoi anche fermarti qui, perché dovremmo aprire un altro discorso altrettanto difficile, e non ci sarebbero le basi minime per una discussione.
Perciò proseguo tenendo per buono l’ipotesi che anche tu, come me, NON creda che la rivolta civile siriana del 2011 sia stata una creatura degli yankee cattivi.

Ora, poniamo che tutta l’opposizione siriana sia “jihadizzata” (non è così, ma proviamo a ipotizzare questo scenario): restano i civili, comunque. Come la mettiamo? Dove li mettiamo? Diciamo: “Mi dispiace per loro, però è colpa della jihadizzazione dell’opposizione” e ci mettiamo il cuore in pace?

Ho l’impressione che, di fronte a scenari complessi, intricati e inevitabilmente carichi di contraddizioni, spesso si preferisca scegliere la narrazione che più si adatta alle nostre ideologie o alle nostre categorie interpretative. Perciò, se ci siamo adagiati in una visione del mondo semplificata basata su equazioni semplificanti – “America = male / nemici dell’America = bene” (che è in soldoni la griglia interpretativa di tanti antimperialisti, per cui tutto è indistintamente buono purché sia antiamericano e antisraeliano: chavismo, iraniani, gheddafi, assad, putin…) oppure “America = bene / nemici dell’America = male (e quanti ne abbiamo sentiti dir così, qui da noi, ai tempi della guerra in Iraq, e raccontarci che Bush, Cheney, Rumsfeld e Blair erano i baluardi della civiltà contro la barbarie nel momento in cui questi criminali gettavano le basi del caos a venire), tenderemo a scegliere questa o quella narrazione, questa o quella propaganda. Anche perché così ci evitiamo l’imbarazzo di dover affrontare le contraddizioni che inevitabilmente la complessità del mondo porterebbe a galla.

C’è un modo, credo, per cercare di sottrarsi a questo infernale meccanismo di riduzione a zero della complessità. Consiste nel non temere le proprie contraddizioni; consiste nel cercare di informarsi su più fronti, da diverse fonti, incrociando le informazioni; consiste infine nell’applicare, in questo vaglio della realtà, non le nostre idee preconcette o ideologie, bensì quel nucleo basilare di valori che riteniamo fondamento della civiltà e del bene: per me, questi valori risiedono nel rispetto della dignità e della libertà umana. Niente di particolarmente originale, no? In un certo senso, la particella elementare su cui dovremmo fondare i nostri giudizi si riduce a quello slogan di Vittorio Arrigoni, quel “restiamo umani” che paradossalmente non mi è mai piaciuto (soprattutto per l’abuso che se ne fa come frasetta perugina paracula da applicare a intermittenza solo quando ci fa comodo).

Vagliamo le fonti, dunque. Preferiamo gli inviati di guerra non embedded, leggiamo le pagine degli esperti di geopolitica che non vanno in televisione, seguiamo ciò che scrivono gli esponenti della società civile siriana in esilio.
Le fonti, le fonti… Sono più o meno attendibili, certo, e dire se lo siano più o meno è spesso difficile. Tuttavia, a volte basta un po’ di buon senso: non è che tutto ha lo stesso peso, lo stesso valore. È più autorevole un giornalista siriano laico e progressista che vive a Roma ma è in contatto diretto con i suoi compatrioti, o un giornalista che da anni va dicendo che tutti gli attentati terroristici in Europa, da Parigi a Nizza passando per Bruxelles, sono false flag operations organizzate dalla massoneria rettiliano-giudaica che controlla gli USA?

E cosa dice l’Unicef? Cosa dice l’Onu? Cosa dicono le organizzazioni internazionali, da Amnesty a MSF? Sono tutti al soldo della solita plutocrazia giudaica di cui sopra? Possibile che tutta questa messe di testimonianze che ci raccontano le atrocità del regime siriano pesino meno delle agiografie putiniane di cui sono infarcite fianche le pagine di quotidiani comunisti nati da compagni che non accettarono la repressione della Primavera di Praga?
Possibile che molti esperti attenti e preparati, da Lorenzo Declich a Mattia Toaldo, da Lorenzo Trombetta ad Amedeo Ricucci (tra l’altro in molti casi persone di idee progressiste, quando non esplicitamente di sinistra, e senz’altro non allineate alla propaganda occidentale) concordino nel sottolineare l’enorme e sostanziale responsabilità del regime di Assad, e nell’indicarlo come il principale responsabile del macello siriano? Sono tutti stipendiati dalla Cia?
E se fossero quegli altri, invece, a essere stipendiati dal Cremlino? Quelli che ci raccontano dell’eroica liberazione di Palmira dal cancro jihadista da parte di Putin, omettendo di raccontarci che Palmira è stata rasa al suolo dai cannoni di Assad?

Però, oltre alle fonti, più o meno attendibili, esistono come dicevo prima anche una serie di fatti incontrovertibili.
Ci sono i numeri. I numeri. I numeri.

whos-killing-civilians-in-syriaMa, certo, anche il Syrian Network for Human Rights è di parte. Sarà senz’altro stipendiato dal Pentagono, che vi devo dire.

Restano i civili di Aleppo. Quelli, purtroppo per loro, non riusciamo a farli rientrare in alcun ragionamento geopolitico. Sono lì, vivi, finché non vengono maciullati dalle bombe DI ASSAD E DEI RUSSI.
Io penso che, a questo punto, non ci sia nulla che possa essere fatto per loro che non scateni altro sangue. L’ONU ha le mani legate, l’Europa non ha una voce, ed è troppo occupata a costruire muri, fare trattati con Erdogan per tenere i profughi fuori dai coglioni e coltivare i regimi fascisti che stanno crescendo al suo interno. L’America non può intervenire, a meno di scatenare una escalation con la Russia che ci riporterebbe ai giorni della crisi missilistica di Cuba. E questo è un pensiero che mi riempie di sgomento.
Io non ce fa faccio a fare il cinico o il disincantato, a dire come se niente fosse “la storia ci presenterà il conto”. È vero, ce lo presenterà, ma come faccio ad accettare questo pensiero e continuare a vegetare nella mia comoda ancorché precaria quotidianità come se niente fosse?

E ne ho piene le scatole di tutte queste fredde elucubrazioni fatte roboticamente, come se in fondo vivessimo in un altro mondo; sono stomacato dal cinismo e dal rifiuto di affrontare questi nodi e queste contraddizioni. Mi tortura l’afasia dei pacifisti, a fianco dei quali ho marciato convintamente nel 2003, perché è l’afasia di chi non sa più come gestire una realtà che non rientra nel suo mondo fittizio confezionato ad arte con tutte le caselline al loro posto. E quando trovo chi, come in questi giorni Adriano Sofri, nelle sue parole esprime un tormento umano, un sentimento di calore umano e disperazione non di facciata, allora non m’importa che lo faccia su un giornalaccio come il Foglio.
Peccato per il Manifesto, giornale che è stato per anni il mio quotidiano e che oggi preferisce pubblicare articoli indecenti, che non reggerebbero alla prova logica di un bambino, di laudatori dei criminali bombaroli cui si dà voce solo perché sposano specularmente un imperialismo uguale e opposto.
Ma sposare in chiave antiamericana un progetto imperiale analogo, fingendo di non vedere che è altrettanto repressivo e autoritario, significa sposare un’ideologia di destra. Ecco, questo è un altro fatto che mi pare lapalissiano e che invece pare sfugga a tanti compagni. O forse sono io che parto da posizioni libertarie e ingenuamente, nonostante le numerose e severe lezioni della storia contemporanea, non riesco a concepire che possa esistere una sinistra autoritaria.

Ad ogni modo, con buona pace proprio per niente.

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Samsara 1991

Settembre 1991. Esce Nevermind dei Nirvana. Io faccio la quinta liceo scientifico, ho i brufoli sulla fronte, fumo qualche canna ogni tanto ma a scrocco, ambisco a diventare Kerouac+Ginsberg 2.0, mi riempio la bocca di psichedelia e altre stronzate del genere ma in realtà mi cago addosso al solo pensiero di farmi di acido, sto spesso male, alterno depressione e stati di euforia sopra le righe, e i Nirvana li ascolto sì a gogo, ma solo sull’autoradio del Vins quando di sera giriamo per andare a bere qualcosa nei posti più inculati tra Abbiategrasso e la Lomellina. Sono vestito di merda, perché comunque è il ’91 e sono dieci anni che la moda fa schifo al cazzo, sono anche pettinato di merda per lo stesso motivo. Non c’è niente o quasi di fico in me, all’esterno, catafratto come sono di vestiti del postal market o del mercato, foderato come sono di provincia. Ho smesso da poco di frequentare l’oratorio per sopraggiunto ateismo, ma l’odore di cattolicesimo ce l’ho ancora tutto addosso. Dunque come ho detto non c’è niente di fico in me da vedere, e tutto quel poco di fico che mi riguarda succede quasi tutto dentro la mia testa: il rock, i libri, le prove con la mia band, le poesie che scrivo, bruttissime, sentitissime. Пишу стихи о прекрасной даме.
I Nirvana dunque li sento in macchina d’altri, perché a me onestamente i Nirvana non m’interessano, non è che mi facciano cagare, però ascolto solo i Pink Floyd/Syd Barrett, i Grateful Dead, i Velvet Underground e Bob Dylan, e al limite – quando voglio fare il beat – il paio di vinili di jazz che ho comprato alla Voce del Padrone, in galleria (Parker-Mingus-Powell-Roach-Gillespie; Art Blakey).
Il sabato pomeriggio cazzeggio alla fiera di Sinigaglia o da Supporti Fonografici (un 33 giri fanno diecimila lire, In-A-Gadda-Da-Vida, Koyaanisqatsi, Subterranean Homesick Blues, After Bathing At Baxter’s, Paradise Bar & Grill), spesso da solo, sognando di essere Rimbaud. E la matura si avvicina, mentre invece la maturità sembra molto lontana, quasi irraggiungibile, una fata morgana. Anzi, diciamoci la verità, chi cazzo la vuole, alla fin fine, ‘sta maturità? E cos’è, poi? Far su famiglia per diventare una famiglia di gente triste che passa le giornate a litigare? Mettere la cravatta? Diventare calvi?
Comunque sto quasi sempre di merda, anche se sono un bravo ragazzo impaurito che non si droga e si taglia i capelli – anche se li vorrebbe lunghi lunghi – per non far arrabbiare la mamma, che tanto rompe i coglioni comunque, che si taglia i capelli di merda perché altrimenti la mamma si addolora e va fuori di testa. Mi lascio crescere quattro peli di barba. Il 12 dicembre 1992 mia mamma mi prenderà a sberle per via di questa barbetta del cazzo. Ho due o tre camicie di flanella a scacchi rossi e neri, rossi e blu.
Insomma, Nevermind non lo compro, ma alla fin fine sono più grunge di tutti quelli che ascoltano i Nirvana, in questo Samsara 1991.

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L’amore e la lotta

coltrane-sunJohn Coltrane intervistato a Tokyo il 9 luglio 1966.
Domanda: “Qual è proprio la prima cosa che vorresti esprimere alle persone?”.
Risposta: “Io direi amore, per prima cosa, e lottare, come seconda. Anche se in un certo senso vanno insieme”.

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Della solitudine

Je suis subtil, silencieux, presque invisible, mais je n’ai pas peur de ce silence, de cette invisibilité. Je suis seul, en quelque sorte. Ça ne me cause aucune douleur. Ils me disent: c’est le désert! At alors? J’aime les déserts, ça ne me dérange pas. Donnez-moi seulement une montagne, un ciel bleu où flottent les nuages, deux aigles qui volent haut. Et un peu de temps pour incarner le mots, un peu de silence et de solitude pour écrire ce que ma petite Muse me dicte.

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Storie di un millennio e mezzo fa

totila_fa_dstruggere_la_citta_di_firenzeLeggo la Guerra gotica di Procopio di Cesarea, opera tutt’altro che libresca, e quasi a ogni pagina la mia immaginazione è irresistibilmente indotta e quasi trascinata a ricostruire, come in una specie di volo d’uccello fantastico, l’immenso spazio dell’Italia durante quei tre decenni oscuri e remoti. Le rovine dell’impero, la regressione della vita civile, le vestigia di un passato i cui nomi sono sempre più fievoli echi e nomi nudi… Ecco, siamo nel cuore di tenebra del secolo forse più tragico della storia italiana, tra la fine calamitosa dell’età tardoantica e il brutale inizio del lungo Medioevo: il VI secolo, l’epoca che più di ogni altra si merita l’appellativo di era oscura. E mi figuro la vita degli uomini a Roma o Napoli assediate dai Goti o dai Bizantini, nelle campagne razziate dell’Emilia Romagna, nelle antiche città romane, ridotte a spettri di una gloria ormai spenta, o nelle strette valli appenniniche tra i phylakteria di Belisario o Narsete… Milano distrutta e tutti i suoi abitanti massacrati…
Millecinquecento anni ci separano da quelle vite, quasi nulla si sa di loro, come parlavano, come si chiamavano, cosa sognavano, cosa pensavano. E’ una piega semisepolta e quasi inesplorata della Storia.

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Quindici anni, ieri

Non è cambiato niente
niente più sarà com’era
le case franano
le borse reggono
chi piange i morti
chi un po’ se la sono cercata
chi ama le bestie
chi i terroristi
chi i bambini
io preferisco il boato del crollo
tu il fischio del machete
e siamo tutti uguali
solo un po’ diversi
noi però civili
oppure barbari

Non le vittime massacrano non i carnefici

(19 settembre 2001)

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