Il verminaio scoperchiato

La guerra in Siria ha avuto, qui da noi, anche questo effetto collaterale: che si sta scoperchiando l’enorme fogna rossobruna che stagnava sotto la superficie, appena coperta da una fragile e sottile patina sinistroide. E’ bene, in questo senso, che le contraddizioni scoppino come bubboni: e qui il pus davvero cola a fiumi.
Semplificando le forze dispiegate su questo metaforico campo d’onore, potrei dire questo.

Da una parte c’è una sinistra liberale, socialista o anarchica ma sempre comunque libertaria, non cospirazionista, non paranoica, non monistica, non infatuata di questo o quel dittatore, non cieca davanti al sangue, ancora convinta che vi sia spazio per la ribellione e che il Potere non sia onnisciente, onnipresente, onnipotente.

Dall’altra c’è una sinistra autoritaria, che si dice antimperialista ma è solo innamorata dei progetti imperiali che non siano quello USA; che (si) racconta di essere antisionista ma è solo e semplicemente antisemita; che è “nazionalpopolare” ma ragiona per stati e ignora i popoli, perché li identifica con i loro tiranni; che è antieuropeista ma filo-eurasiatista e filo-nazionalbolscevica; paranoica, cospirazionista, monistica; che si gingilla coi suoi despoti sanguinari (Gheddafi, Assad) – e i suoi zar non americani.

Questi parassiti – autoproclamati comunisti ma fascisti conclamati – si credono gli unici depositari del verbo rivoluzionario, dispensano scomuniche staliniane, si riempiono la bocca di slogan antifascisti, usano la lotta partigiana come maschera per coprire la merdaglia nazifascista che gorgoglia nelle loro menti. Li riconosci per la loro credulità, per i loro Bin Laden Mossad Latuff Palestinalibera Assad e Putin eroi del proletariato; per le loro credenze apodittiche basate su sillogismi del cazzo e manicheismi d’accatto; per la loro visione del mondo asservita a due idee in croce per di più sbagliate.
Difensori di ogni male e nemici di ogni bene, ma imperscrutabilmente convinti del contrario, sono dunque stupidi e feroci. E sono in tanti, molti più di quanto credessi.

Eppure, ripeto, è un bene che il verminaio venga alla luce. Anche solo per marcare le distanze, per definire le differenze incolmabili, ideali, umane, direi antropologiche.
La loro parte non è la mia, la mia parte è contro la loro. Con loro non può esistere dialogo, connivenza, alleanza.
Sono come un cancro, e come tale vanno isolati, cacciati da quall’area ideologica in cui proliferano abusivamente e combattuti senza tregua.

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La Siria, i morti a peso variabile, i fascisti rossi

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Aleppo. Foto: Karam el-Masri

Con buona pace proprio per niente.
Parto da un punto – forse l’unico – su cui mi pare si possa concordare che è incontrovertibile: Aleppo muore, la popolazione civile intrappolata ad Aleppo è vittima di pesantissimi bombardamenti. Questo è un fatto, non una interpretazione. Lo sottolineo perché mi è capitato di sentir dire da un antimperialista che “ad Aleppo, se stiamo ad ascoltare le cronache dei filoamericani, ci sono più ospedali che civili”. Come a dire che i bombardamenti che ci vengono mostrati in questi giorni sono fatti con la computer grafica a Hollywood.

Un altro fatto incontrovertibile: a bombardare i civili di Aleppo sono le forze governative di Assad e i loro alleati russi. Questo ci sta bene? Non credo, giusto?
Dire “Nel sangue pagato dalla popolazione civile si consuma la deriva jihadista della maggior parte dell’opposizione siriana”, come mi è capitato di sentirmi dire, è meschino, cinico e falso.

È cinico e meschino, perché in fondo è un po’ come dire “Alla fin fine se la sono cercata”.
Allora vogliamo dire la stessa cosa di certe orrende stragi della storia recente? “Nel sangue pagato dalla popolazione di Dresda si consuma la deriva nazista della maggior parte del popolo tedesco”, “nel sangue pagato dalla popolazione di Hiroshima e Nagasaki si consuma la deriva fascista e imperialista della maggior parte della società giapponese”. Cogli la meschinità e la disumanità di queste affermazioni?
“Nel sangue pagato dai newyorkesi si consuma la deriva imperialista degli USA”… Ah, già, questa mi è effettivamente capitato di sentirla, da certi compagni, l’11 settembre di quindici anni fa.

È falso perché scambia gli effetti con le cause. C’è stata indubbiamente una deriva jihadista dell’opposizione siriana ad Assad (se non in maniera totale), il principale responsabile è stato proprio Assad. Non serve essere dei geni della strategia per capire perché gli facesse comodo.
I compagni antimperialisti tendono a dimenticare o a ignorare un altro fatto incontrovertibile (hanno la memoria corta, o selettiva, o sono in malafede): la rivolta siriana al suo nascere fu un movimento popolare pacifico, nato sull’onda delle primavere arabe, e fu stroncato nel sangue, senza pietà, da Assad, con bombardamenti e armi chimiche. Andiamo a rileggerci le cronache e i reportage dalla Siria del 2011-2012, se crediamo che sia solo un’invenzione della propaganda occidentale. Leggiamo le testimonianze dei siriani laici e progressisti che hanno avuto la fortuna di scampare al massacro e alle persecuzioni. Oppure crediamo alla versione dei vari Chiesa e Dinucci, che parlano di psyop della Cia con la stessa apodittica fede dei complottisti delle scie chimiche.

Fai tu. Puoi credere alla propaganda assadiana e russa; ma allora devi rimuovere tutte le testimonianze che ci dicono che Assad, mentre riempiva le camere di tortura di oppositori laici, progressisti ecc., svuotava le carceri dei detenuti islamisti.

C’è una possibilità in più, di cui mi rendo conto adesso mentre scrivo: che tu che mi leggi sia convinto, come lo sono tanti corifei del putinismo e dell’antimperialismo, che la rivolta del 2011 da parte della società civile siriana sia stata organizzata ed eterodiretta, ovviamente dai soliti sionisti e amerikani. Ecco: se così fosse, per me puoi anche fermarti qui, perché dovremmo aprire un altro discorso altrettanto difficile, e non ci sarebbero le basi minime per una discussione.
Perciò proseguo tenendo per buono l’ipotesi che anche tu, come me, NON creda che la rivolta civile siriana del 2011 sia stata una creatura degli yankee cattivi.

Ora, poniamo che tutta l’opposizione siriana sia “jihadizzata” (non è così, ma proviamo a ipotizzare questo scenario): restano i civili, comunque. Come la mettiamo? Dove li mettiamo? Diciamo: “Mi dispiace per loro, però è colpa della jihadizzazione dell’opposizione” e ci mettiamo il cuore in pace?

Ho l’impressione che, di fronte a scenari complessi, intricati e inevitabilmente carichi di contraddizioni, spesso si preferisca scegliere la narrazione che più si adatta alle nostre ideologie o alle nostre categorie interpretative. Perciò, se ci siamo adagiati in una visione del mondo semplificata basata su equazioni semplificanti – “America = male / nemici dell’America = bene” (che è in soldoni la griglia interpretativa di tanti antimperialisti, per cui tutto è indistintamente buono purché sia antiamericano e antisraeliano: chavismo, iraniani, gheddafi, assad, putin…) oppure “America = bene / nemici dell’America = male (e quanti ne abbiamo sentiti dir così, qui da noi, ai tempi della guerra in Iraq, e raccontarci che Bush, Cheney, Rumsfeld e Blair erano i baluardi della civiltà contro la barbarie nel momento in cui questi criminali gettavano le basi del caos a venire), tenderemo a scegliere questa o quella narrazione, questa o quella propaganda. Anche perché così ci evitiamo l’imbarazzo di dover affrontare le contraddizioni che inevitabilmente la complessità del mondo porterebbe a galla.

C’è un modo, credo, per cercare di sottrarsi a questo infernale meccanismo di riduzione a zero della complessità. Consiste nel non temere le proprie contraddizioni; consiste nel cercare di informarsi su più fronti, da diverse fonti, incrociando le informazioni; consiste infine nell’applicare, in questo vaglio della realtà, non le nostre idee preconcette o ideologie, bensì quel nucleo basilare di valori che riteniamo fondamento della civiltà e del bene: per me, questi valori risiedono nel rispetto della dignità e della libertà umana. Niente di particolarmente originale, no? In un certo senso, la particella elementare su cui dovremmo fondare i nostri giudizi si riduce a quello slogan di Vittorio Arrigoni, quel “restiamo umani” che paradossalmente non mi è mai piaciuto (soprattutto per l’abuso che se ne fa come frasetta perugina paracula da applicare a intermittenza solo quando ci fa comodo).

Vagliamo le fonti, dunque. Preferiamo gli inviati di guerra non embedded, leggiamo le pagine degli esperti di geopolitica che non vanno in televisione, seguiamo ciò che scrivono gli esponenti della società civile siriana in esilio.
Le fonti, le fonti… Sono più o meno attendibili, certo, e dire se lo siano più o meno è spesso difficile. Tuttavia, a volte basta un po’ di buon senso: non è che tutto ha lo stesso peso, lo stesso valore. È più autorevole un giornalista siriano laico e progressista che vive a Roma ma è in contatto diretto con i suoi compatrioti, o un giornalista che da anni va dicendo che tutti gli attentati terroristici in Europa, da Parigi a Nizza passando per Bruxelles, sono false flag operations organizzate dalla massoneria rettiliano-giudaica che controlla gli USA?

E cosa dice l’Unicef? Cosa dice l’Onu? Cosa dicono le organizzazioni internazionali, da Amnesty a MSF? Sono tutti al soldo della solita plutocrazia giudaica di cui sopra? Possibile che tutta questa messe di testimonianze che ci raccontano le atrocità del regime siriano pesino meno delle agiografie putiniane di cui sono infarcite fianche le pagine di quotidiani comunisti nati da compagni che non accettarono la repressione della Primavera di Praga?
Possibile che molti esperti attenti e preparati, da Lorenzo Declich a Mattia Toaldo, da Lorenzo Trombetta ad Amedeo Ricucci (tra l’altro in molti casi persone di idee progressiste, quando non esplicitamente di sinistra, e senz’altro non allineate alla propaganda occidentale) concordino nel sottolineare l’enorme e sostanziale responsabilità del regime di Assad, e nell’indicarlo come il principale responsabile del macello siriano? Sono tutti stipendiati dalla Cia?
E se fossero quegli altri, invece, a essere stipendiati dal Cremlino? Quelli che ci raccontano dell’eroica liberazione di Palmira dal cancro jihadista da parte di Putin, omettendo di raccontarci che Palmira è stata rasa al suolo dai cannoni di Assad?

Però, oltre alle fonti, più o meno attendibili, esistono come dicevo prima anche una serie di fatti incontrovertibili.
Ci sono i numeri. I numeri. I numeri.

whos-killing-civilians-in-syriaMa, certo, anche il Syrian Network for Human Rights è di parte. Sarà senz’altro stipendiato dal Pentagono, che vi devo dire.

Restano i civili di Aleppo. Quelli, purtroppo per loro, non riusciamo a farli rientrare in alcun ragionamento geopolitico. Sono lì, vivi, finché non vengono maciullati dalle bombe DI ASSAD E DEI RUSSI.
Io penso che, a questo punto, non ci sia nulla che possa essere fatto per loro che non scateni altro sangue. L’ONU ha le mani legate, l’Europa non ha una voce, ed è troppo occupata a costruire muri, fare trattati con Erdogan per tenere i profughi fuori dai coglioni e coltivare i regimi fascisti che stanno crescendo al suo interno. L’America non può intervenire, a meno di scatenare una escalation con la Russia che ci riporterebbe ai giorni della crisi missilistica di Cuba. E questo è un pensiero che mi riempie di sgomento.
Io non ce fa faccio a fare il cinico o il disincantato, a dire come se niente fosse “la storia ci presenterà il conto”. È vero, ce lo presenterà, ma come faccio ad accettare questo pensiero e continuare a vegetare nella mia comoda ancorché precaria quotidianità come se niente fosse?

E ne ho piene le scatole di tutte queste fredde elucubrazioni fatte roboticamente, come se in fondo vivessimo in un altro mondo; sono stomacato dal cinismo e dal rifiuto di affrontare questi nodi e queste contraddizioni. Mi tortura l’afasia dei pacifisti, a fianco dei quali ho marciato convintamente nel 2003, perché è l’afasia di chi non sa più come gestire una realtà che non rientra nel suo mondo fittizio confezionato ad arte con tutte le caselline al loro posto. E quando trovo chi, come in questi giorni Adriano Sofri, nelle sue parole esprime un tormento umano, un sentimento di calore umano e disperazione non di facciata, allora non m’importa che lo faccia su un giornalaccio come il Foglio.
Peccato per il Manifesto, giornale che è stato per anni il mio quotidiano e che oggi preferisce pubblicare articoli indecenti, che non reggerebbero alla prova logica di un bambino, di laudatori dei criminali bombaroli cui si dà voce solo perché sposano specularmente un imperialismo uguale e opposto.
Ma sposare in chiave antiamericana un progetto imperiale analogo, fingendo di non vedere che è altrettanto repressivo e autoritario, significa sposare un’ideologia di destra. Ecco, questo è un altro fatto che mi pare lapalissiano e che invece pare sfugga a tanti compagni. O forse sono io che parto da posizioni libertarie e ingenuamente, nonostante le numerose e severe lezioni della storia contemporanea, non riesco a concepire che possa esistere una sinistra autoritaria.

Ad ogni modo, con buona pace proprio per niente.

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Samsara 1991

Settembre 1991. Esce Nevermind dei Nirvana. Io faccio la quinta liceo scientifico, ho i brufoli sulla fronte, fumo qualche canna ogni tanto ma a scrocco, ambisco a diventare Kerouac+Ginsberg 2.0, mi riempio la bocca di psichedelia e altre stronzate del genere ma in realtà mi cago addosso al solo pensiero di farmi di acido, sto spesso male, alterno depressione e stati di euforia sopra le righe, e i Nirvana li ascolto sì a gogo, ma solo sull’autoradio del Vins quando di sera giriamo per andare a bere qualcosa nei posti più inculati tra Abbiategrasso e la Lomellina. Sono vestito di merda, perché comunque è il ’91 e sono dieci anni che la moda fa schifo al cazzo, sono anche pettinato di merda per lo stesso motivo. Non c’è niente o quasi di fico in me, all’esterno, catafratto come sono di vestiti del postal market o del mercato, foderato come sono di provincia. Ho smesso da poco di frequentare l’oratorio per sopraggiunto ateismo, ma l’odore di cattolicesimo ce l’ho ancora tutto addosso. Dunque come ho detto non c’è niente di fico in me da vedere, e tutto quel poco di fico che mi riguarda succede quasi tutto dentro la mia testa: il rock, i libri, le prove con la mia band, le poesie che scrivo, bruttissime, sentitissime. Пишу стихи о прекрасной даме.
I Nirvana dunque li sento in macchina d’altri, perché a me onestamente i Nirvana non m’interessano, non è che mi facciano cagare, però ascolto solo i Pink Floyd/Syd Barrett, i Grateful Dead, i Velvet Underground e Bob Dylan, e al limite – quando voglio fare il beat – il paio di vinili di jazz che ho comprato alla Voce del Padrone, in galleria (Parker-Mingus-Powell-Roach-Gillespie; Art Blakey).
Il sabato pomeriggio cazzeggio alla fiera di Sinigaglia o da Supporti Fonografici (un 33 giri fanno diecimila lire, In-A-Gadda-Da-Vida, Koyaanisqatsi, Subterranean Homesick Blues, After Bathing At Baxter’s, Paradise Bar & Grill), spesso da solo, sognando di essere Rimbaud. E la matura si avvicina, mentre invece la maturità sembra molto lontana, quasi irraggiungibile, una fata morgana. Anzi, diciamoci la verità, chi cazzo la vuole, alla fin fine, ‘sta maturità? E cos’è, poi? Far su famiglia per diventare una famiglia di gente triste che passa le giornate a litigare? Mettere la cravatta? Diventare calvi?
Comunque sto quasi sempre di merda, anche se sono un bravo ragazzo impaurito che non si droga e si taglia i capelli – anche se li vorrebbe lunghi lunghi – per non far arrabbiare la mamma, che tanto rompe i coglioni comunque, che si taglia i capelli di merda perché altrimenti la mamma si addolora e va fuori di testa. Mi lascio crescere quattro peli di barba. Il 12 dicembre 1992 mia mamma mi prenderà a sberle per via di questa barbetta del cazzo. Ho due o tre camicie di flanella a scacchi rossi e neri, rossi e blu.
Insomma, Nevermind non lo compro, ma alla fin fine sono più grunge di tutti quelli che ascoltano i Nirvana, in questo Samsara 1991.

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L’amore e la lotta

coltrane-sunJohn Coltrane intervistato a Tokyo il 9 luglio 1966.
Domanda: “Qual è proprio la prima cosa che vorresti esprimere alle persone?”.
Risposta: “Io direi amore, per prima cosa, e lottare, come seconda. Anche se in un certo senso vanno insieme”.

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Della solitudine

Je suis subtil, silencieux, presque invisible, mais je n’ai pas peur de ce silence, de cette invisibilité. Je suis seul, en quelque sorte. Ça ne me cause aucune douleur. Ils me disent: c’est le désert! At alors? J’aime les déserts, ça ne me dérange pas. Donnez-moi seulement une montagne, un ciel bleu où flottent les nuages, deux aigles qui volent haut. Et un peu de temps pour incarner le mots, un peu de silence et de solitude pour écrire ce que ma petite Muse me dicte.

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Storie di un millennio e mezzo fa

totila_fa_dstruggere_la_citta_di_firenzeLeggo la Guerra gotica di Procopio di Cesarea, opera tutt’altro che libresca, e quasi a ogni pagina la mia immaginazione è irresistibilmente indotta e quasi trascinata a ricostruire, come in una specie di volo d’uccello fantastico, l’immenso spazio dell’Italia durante quei tre decenni oscuri e remoti. Le rovine dell’impero, la regressione della vita civile, le vestigia di un passato i cui nomi sono sempre più fievoli echi e nomi nudi… Ecco, siamo nel cuore di tenebra del secolo forse più tragico della storia italiana, tra la fine calamitosa dell’età tardoantica e il brutale inizio del lungo Medioevo: il VI secolo, l’epoca che più di ogni altra si merita l’appellativo di era oscura. E mi figuro la vita degli uomini a Roma o Napoli assediate dai Goti o dai Bizantini, nelle campagne razziate dell’Emilia Romagna, nelle antiche città romane, ridotte a spettri di una gloria ormai spenta, o nelle strette valli appenniniche tra i phylakteria di Belisario o Narsete… Milano distrutta e tutti i suoi abitanti massacrati…
Millecinquecento anni ci separano da quelle vite, quasi nulla si sa di loro, come parlavano, come si chiamavano, cosa sognavano, cosa pensavano. E’ una piega semisepolta e quasi inesplorata della Storia.

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Quindici anni, ieri

Non è cambiato niente
niente più sarà com’era
le case franano
le borse reggono
chi piange i morti
chi un po’ se la sono cercata
chi ama le bestie
chi i terroristi
chi i bambini
io preferisco il boato del crollo
tu il fischio del machete
e siamo tutti uguali
solo un po’ diversi
noi però civili
oppure barbari

Non le vittime massacrano non i carnefici

(19 settembre 2001)

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Il molto onorevole premio

Sabato scorso, in quel posto meraviglioso che è Capo Vaticano, la mia Steppa ha ricevuto il Premio Berto. Un riconoscimento di cui sono felice e che vivo come un grande onore, vista la statura artistica del grandissimo scrittore a cui è intitolato.

Per me sono stati tre giorni molto belli e un po’ magici, anche grazie al clima amichevole e alle persone meravigliose che ho conosciuto: in primis Antonia, la figlia di Giuseppe Berto.

Ecco qui, poche righe e qualche foto a cui tengo molto: ma davvero mi dispiaceva non lasciare sul blog (che tante volte nei suoi tredici anni di vita o semi-vita ha accompagnato, aiutato o disturbato il mio lungo tirocinio scrittorio) una piccola traccia di questa esperienza.

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Alla riscossa stupidi

[Che i fiumi sono in piena, potete stare a galla…
Ma magari è solo uno dei miei attacchi di pessimismo.]

Faccio molta fatica, ultimamente, a sopportare tante persone leggendo le parole che lasciano sui social network: sono uno specchio forse deformante (forse), ma di fatto l’immagine che rimandano mi pare mediamente orrenda. E non è che io sia mai stato un campione di autostima e superbia.

Non so nemmeno se sia solo o tutta colpa del medium, perché se passo a un medium più tradizionale come la radio – penso per esempio ai famosi/famigerati microfoni aperti di Radio Popolare, che pure dovrebbero rappresentare un campione di umanità più simile a me, almeno in teoria – l’effetto è simile.

Ma, siccome vivo anche una vita reale nel mondo concreto, so che le stesse meccaniche e gli stessi discorsi (o non-discorsi) sono presenti anche lì (del resto, come potrebbe essere diversamente?), li sperimento quotidianamente, sui luoghi di lavoro, nelle chiacchiere occasionali scambiate con i conoscenti o con gli sconosciuti. Eppure io sono uno che, tra i molti difetti, ha – credo – questo pregio: che istintivamente, quando incontro una persona, sono sempre positivamente prevenuto nei suoi confronti.

Perciò ovunque provo stesso sconcerto, la stessa sconfortante sensazione di sentire tante, troppe persone incapaci di produrre un ragionamento logico, agite da una specie di livore ottuso e balbettante, indefettibilmente convinte delle proprie idee confuse ma apodittiche che si sono costruite sulla base di cose lette chi si ricorda dove o orecchiate qua e là da qualche parte, di luoghi comuni che si propagano da bocca a bocca o da schermo a schermo. La contraddizione è rifuggita come la peste, sempre ammesso che venga percepita. La verifica delle idee è concetto alieno.

L’impressione è di una collettività in preda a una generale regressione infantile, ma ovviamente senza la grazia dell’infanzia; impegnata in una fuga dal mondo reale in un mondo illusorio, magico, retto da leggi immaginarie ma che acquistano nella percezione comune uno statuto di realtà (non esiste, ma poiché tutti lo credono esistente, esiste).

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Ok, ma il corpo in questione è bello o brutto?

C’è questo professore di italianistica che prende una frase del mio romanzo che si trova a pagina 2 (quindi sicuramente non sarà stato costretto a leggere tanto) e la/mi prende a esempio di una tendenza negativa della letteratura italiana contemporanea caratterizzata dalla visionarietà enfatica.
E, be’, passata l’irritazione, tutto ciò può anche essere utile. Si torna sulla propria scrittura e la si sottopone a verifica. Va bene così.

***

Tuttavia, la questione va al di là del caso particolare e riguarda un fenomeno più generale che da sempre è per me fonte di stupore e sconcerto. In sostanza, mi colpisce molto l’incredibile compresenza, in tanti critici e studiosi di letteratura, di una grande acutezza e di una estrema ottusità.

È come se, trovandosi di fronte a un giovane corpo nudo (immaginatelo come più vi garba, maschile, femminile, scuro, chiaro, smilzo, muscoloso, florido…), cominciassero a elencarne con precisione scientifica le parti, passando i rassegna le varie zone dell’epitelio, studiando la conformazione dei vari arti, la distribuzione delle masse muscolari e delle strutture ossee sottostanti, le cicatrici, i difetti, le asimmetrie ecc.

E il problema non è che si soffermano sulle parti e sui dettagli non accorgendosi di avere di fronte anche un insieme di parti e dettagli. Il problema, secondo me,è precisamente che vedono benissimo l’insieme, e cioè il giovane corpo nudo, ma se dovessero descriverlo direbbero cose come:

“È concepito principalmente per sollecitare nei lettori una gamma di reazioni emotive, dal piacere all’orrore, dal disgusto all’eccitazione sessuale”.

“Ma è bello o brutto, questo corpo nudo?”

“Appartiene alla categoria dei corpi dalla pelle chiara/scura e dalle membra delicate/muscolose, è un giovane efebico/forzuto, una ragazza procace/diafana… Come appare manifestamente dal numero piuttosto limitato di soluzioni estetiche, ognuna delle quali viene sfruttata intensivamente… Ricorrono in particolare il seno abbondante o che sta in una coppa di champagne, il sixpack, le unghie dei piedi laccate, il tatuaggio o il piercing, le labbra così o cosà, i capelli tagliati lunghi corti strani colorati, col puro scopo di conferire desiderabilità al corpo.”

“Sì, ma – ora che li hai classificati -, è bello o brutto quel ragazzo? Ti piace o no quella ragazza? Nell’insieme e nonostante (o forse anche grazie a?) i suoi difetti, ti disgusta, ti lascia indifferente o ti fa venire voglia di baciarlo/la? ”

***

Ecco, vorrei fargliela, a volte, questa domanda. Questa ragazza venuta fuori con le caviglie troppo grosse o la cellulite, questo ragazzo con il torace stretto stretto o un accenno di calvizie, sono belli o brutti? Ma guardala o guardalo bene, guardali tutti e per intero, non solo la prima cicatrice, non solo la somma delle cicatrici.

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Partigiana

Testimonianza di Annita Malavasi, nome di battaglia “Laila” (1921 – 2011), staffetta, partigiana, CXLIV Brigata Garibaldi Antonio gramsci, Appennino reggiano.
Fonte: AA. VV., Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani, Einaudi, 2012.

MalavasiMi chiamo Annita Malavasi e il mese di maggio compio ottantanove anni. Sono diventata partigiana dopo l’8 settembre 1943, a Reggio Emilia, facevo trasporto munizioni, stampa, vettovagliamento. Poi, in montagna, mi hanno insegnato le armi, come usarle e accudirle. Il mio nome di battaglia era «Laila». Lo presi da un romanzo che raccontava di una ragazza in Sud America che combatteva al posto del suo fidanzato ucciso. Ero una bella ragazza, ma noi eravamo state educate severamente, anche nel modo di vestire. Però sfruttavamo la nostra bellezza. Quando, con le armi addosso, passavo al posto di blocco in bicicletta mi mettevo la gonna stretta e fingevo di abbassarmela, loro, fessacchiotti, fischiavano e io passavo.

In montagna mi è capitato di uccidere. La donna è sempre donna. Ma nel momento del pericolo anche la donna accetta le regole della guerra. Non è facile. Nata ed educata per dare la vita, in guerra la vita la togli. È importante capire che non siamo diventate combattenti per spirito d’avventura. Ci furono torture orrende. Nella mia formazione avevo una ragazza, Francesca, che era incinta, ma era lo stesso cosí magra che scappò dalla prigione passando tra le sbarre della finestrina del bagno. Per raggiungerci camminò scalza nella neve per dieci chilometri. Quando il bambino nacque lo allattò solo da un seno perché il capezzolo dell’altro le era stato strappato a morsi da un fascista. Ho visto ragazze con le parti intime bruciate dai ferri da stiro.

Era un mondo maschilista. Soltanto tra i partigiani la donna aveva diritti, era un compagno di lotta. La Resistenza ci ha fatto capire che nella società potevamo occupare un posto diverso. I diritti paritari garantiti dalla Costituzione non sono stati un regalo, ma una conquista e un riconoscimento per ciò che le donne hanno fatto nella guerra di Liberazione. Difendere la Costituzione significa difendere la possibilità di garantire un futuro di libertà e democrazia ai figli delle donne.

In montagna si dormiva insieme, per terra, nei boschi, uomini e donne, ma se uno mancava di rispetto veniva punito. L’amore non contava niente. L’importante per noi era aiutare. Io ero anche fidanzata, lo lasciai quando mi disse che fare la partigiana mi avrebbe reso indegna di crescere i suoi figli. Non mi sono piú sposata, anche se in montagna, avevo trovato un ragazzo… lui sí, lo avrei sposato se non me lo avessero ucciso, aveva una mentalità aperta, ma uomini cosí non ne ho piú trovati. Si chiamava Trolli Giambattista, nome di battaglia «Fifa», anche se era coraggiosissimo. È morto nella battaglia di Monte Caio nel 1944, a ventitre anni. L’ho saputo solo sei mesi dopo, quando a primavera la neve si sciolse e il corpo fu ritrovato. È sepolto al cimitero di San Bartolomeo. Gli porto ancora i fiori… Dev’essere stato importante per me, se mentre ne scrivo me lo rivedo davanti agli occhi. L’unico nostro bacio è stato d’addio.

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Les Pink Floyd c’est comme les cochons…

…Plus ça devient vieux plus ça devient con

le cochon

Le cochon

Avvertenza: questo post parla di Pink Floyd. Chi non li ama non lo troverà di nessun interesse, chi li ama potrebbe irritarsi e provare il desiderio di malmenarmi.

Roger Waters aveva ragione, quando a metà degli anni Ottanta sancì di fatto la fine della carriera dei Pink Floyd definendoli “una forza creativa spenta”. Era così. L’ultimo guizzo, quasi postumo, era stato The Final Cut, album controverso, imperfetto ma sui generis magnifico, cupo e cinereo come un epicedio. Waters, che dei Floyd costituiva da anni il principale motore creativo, era uomo dai molti difetti, ma in quel caso vide giusto.
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La Steppa

È andata così. Due, tre pagine buttate giù per un estro improvviso ma passeggero, intitolate provvisoriamente “La steppa”. Nient’altro che un incipit, un abbozzo di descrizione di paesaggio post-industriale, ispirato ai luoghi che attraversavo la mattina presto, in inverno, per andare al lavoro. Una terra desolata o un “hinterland di Dio”, come amavo chiamarla un tempo, fatta di terrains vagues, quartieri industriali, capannoni, gru e orribili superstrade con svincoli che sembravano partoriti da Escher in acido. Era la fine di dicembre del 2007.

Per qualche anno quelle paginette sono rimaste chiuse in un file, infognate in una cartella del pc. Ogni tanto le aprivo, le rileggevo e mi dicevo “Peccato, lo spunto non è male, ma davvero non ne esce niente, non mi riesce di spremere fuori nient’altro”. Tornavo a dimenticarmene.
Poi, un giorno, dopo averle riscoperte per l’ennesima volta, qualcosa ha inopinatamente cominciato a germinare. All’epoca avevo una certezza: di tutti i racconti e i romanzi che avevo iniziato, non ero mai riuscito a portarne a termine nemmeno uno. Tutti progetti arenati dopo poche pagine o a metà. Ero assolutamente certo che neanche stavolta sarei riuscito a farlo. Eppure ho continuato a scrivere, con fatica e con molte pause anche lunghe, di mesi, durante le quali non avrei scommesso un centesimo sulle probabilità di riprendere un filo che pareva irrimediabilmente spezzato. Invece no.
Per molto tempo ho proceduto alla cieca; quasi, mi verrebbe da dire, a tentoni. Non sapendo letteralmente chi o cosa mi sarei trovato di fronte alla pagina successiva, a ogni a capo.

 Mi è capitato più volte di finire impantanato senza speranza. Allora uscivo, mi mettevo a camminare, anche solo per andare a prendere la prole all’asilo, e di colpo la soluzione arrivava, lampante, perfetta, ovvia: non come un’ingegnosa invenzione elaborata per risolvere uno snodo narrativo, ma come – letteralmente – se qualcuno mi stesse sussurrando nell’orecchio eventi già accaduti che ignoravo, come se la storia che andavo scrivendo fosse già accaduta e io stessi semplicemente scavando nel terriccio per riportarla alla luce: “Scemo! È andata così! Non l’avevi ancora capito?”. Sembra un’esagerazione, detta così, invece è vero. Anche per me, se devo essere sincero, è stata un’esperienza strana, che ho vissuto con grande stupore.

Ci sono state molte interruzioni, molti momenti in cui mi sono perso e ho creduto di essere finito in un vicolo cieco. Eppure alla fine ce l’ho fatta a terminare. Ci ho impiegato quattro anni e mezzo, e molti di più se conto il tempo a partire da quelle prime paginette di cui ho detto all’inizio.
Le ultime pagine, quelle che aprono il libro a mo’ di prologo, le ho scritte di getto sul mio taccuino in un pomeriggio soleggiato di maggio del 2014, seduto su una panchina del parchetto con le giostrine vicino a casa mia, nel frastuono gioioso dei bambini che giocavano, circondato da mamme, nonne e tate sudamericane, russe, ucraine, romene, singalesi. Chissà cosa avranno pensato di quel tizio barbuto che, anziché dare un’occhiata alla figlia intenta a vorticose evoluzioni sull’altalena o trovarsi altrove, magari in qualche ufficio per guadagnarsi onestamente e rispettabilmente la pagnotta, se ne stava chino a scribacchiare compulsivamente in una calligrafia sghemba e indecifrabile da mancino…

Il titolo è rimasto quello cechoviano sotto cui tutto è nato. Il romanzo è diventato un libro. Lo si può comprare e leggere, per vedere se ha un senso e una consistenza quello che ho scritto con fatica, esaltazione e – appunto – stupore.
La copertina è questa:

Steppa Cover 500

 Adesso mi tocca ricominciare a imparare a scrivere. E vedere se posso andare ancora un po’ più avanti, con le parole.

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Figlio di carta

Alla fine sì, è successo, nonostante le precauzioni: l’8 marzo prossimo, dopo lunga e travagliata ma anche in fondo esaltante gestazione, mi nasce questo figlio di carta.
Qui sotto, nella foto, la copia staffetta. Anzi l’ecografia staffetta :-)

la steppa copia staffetta

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Promemoria #10

Se ti manca la forza di volontà, devi necessariamente ricavarla ex nihilo: perciò con ostinazione e sforzo alchemico producila in te stesso, dalla materia vile che hai a disposizione.

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