Patior ergo sum

Nient’altro che una manciata di appunti su alcune questioni su cui vado riflettendo da un po’. Non ambisco a dire cose nuove né a formulare teorie originali, e presumo che altri abbiano già affrontato la materia in maniera infinitamente più approfondita: sono solo i miei pensieri, o se si vuole i miei rovelli personali. Perciò i teologi, gli esegeti, i filosofi e i linguisti di vaglia o di professione ripongano la bacchetta e risparmino le mie nocche.

***

Il cristianesimo come risposta al bisogno di consolazione della carne.

«E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi.»

Il Verbo (Λόγος) che si fa carne, il corpo e il sangue dell’Agnello di Dio, la resurrezione dei morti in carne ed ossa: veramente il cristianesimo è la religione del desiderio di immanenza della carne, del desiderio di redenzione della materia.

Il cristianesimo come religione della storia, più che dell’anima. Dio viene a giustificare la storia, cioè il tempo della materia, il cosmo delle cose create nella dimensione materiale spazio-temporale…
Così diverso il pensiero orientale, che agogna proprio a ciò che il cristianesimo aborrisce più di ogni altra cosa: la liberazione definitiva dalla materia, dalla carne, dal tempo. Il Dhammapada buddista recita: «Svincolato da nome e forma, più non soffrirai dolore.»
Amor vacui contro horror vacui.

La parola vedica per “male”, pāpa, condivide la stessa radice del latino passio. La passione è il male. L’estinzione della passione è il sommo bene.
Sempre il Dhammapada:

«Massima fame è la passione (…). A chi ciò conosce, secondo realtà, massima gioia è l’estinzione.
La mancanza di passione è il massimo dei beni, (…) l’estinzione la massima gioia.»
«Dall’affetto nasce il pianto, dall’affetto nasce la paura, a chi è libero dall’affetto non è pianto, sarà forse paura?
Dall’amore nasce il pianto, dall’amore nasce la paura, a chi è libero dall’amore non è pianto, sarà forse paura?
Dal desiderio nasce il pianto, dal desiderio nasce la paura, a chi è libero dal desiderio non è pianto, sarà forse paura?».
L’amore e il desiderio sono il nemico. La perfezione ultima, il nirvana, è l’estinzione del desiderio e dell’amore. «Tagliando la foresta del desiderio, (…) raggiungerete l’estinzione.»

Nirvana: secondo gli etimologisti, significa “estinzione del soffio” o “cessazione del moto”.
Il paradiso buddista è l’estinzione.

Il cristianesimo: l’estinzione è l’orrore. Un orrore così grande che la teologia non lo prende nemmeno in considerazione. Arriva a concepire l’eterna dannazione, ma non il nulla eterno.
Solo Paolo di Tarso sfiora questo orrore, ma quasi di fuggita. E si affretta a distogliersene, forse per non doverlo affrontare davvero:

«Se i morti non risorgono, neppure Cristo è risorto. Se poi Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati; perciò anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono perduti».

Laddove il pensiero orientale agogna alla dissoluzione definitiva dell’Io, dell’anima individuale, il cristianesimo si strugge per l’esatto contrario. Il cristianesimo è la religione del desiderio di permanenza dell’Io, dell’anima individuale.

L’essenza del cristianesimo, agli occhi di un buddista, deve certamente sembrare un esempio lampante di bhava-tanha, “sete di vita”. La bhava-tanha, che bisogna vincere per liberarsi dal giogo del samsara (il ciclo incessante dell’esistenza, delle nascite e delle morti) e raggiungere il nirvana, è proprio questo: desiderio di continuità dell’esistenza, desiderio di un Io che non muoia, di una vita eterna. Un paradiso in cui il Padre ci accolga tutti, con il nostro nome e la nostra forma, per sempre. Paradiso per noi, inferno per loro.

Il cristianesimo è la religione del perfezionamento dell’imperfetto: il corpo, l’anima, l’individualità vengono salvaguardati, non combattuti. Lo scopo ultimo non è di estinguerli, di liberarsene, bensì l’esatto contrario: mondarli dall’imperfezione, cioè dal peccato, cioè dal male, per restituirli alla loro perfezione.
«Quelli che saranno giudicati degni di avere parte (…) alla risurrezione dai morti (…) non possono più morire, perché sono uguali agli angeli.» Ma di quali angeli si parla in questo passo del Vangelo di Luca? Non certo degli esseri eterei e disincarnati dell’angelologia cattolica, bensì degli angeli dell’angelologia ebraica. Tutto si gioca, ancora una volta, sul piano della carne.

Da qui il paradosso di una religione che è sì trascendentale, ma per desiderio di salvare la materia.
Del resto, la figura di Cristo esprime già per così dire “programmaticamente” questo paradosso: una sola persona, due nature, umana e divina…

E poi c’è questo fondo struggente, la nostalgia per i cari defunti, per il profumo dei loro corpi, il dolore per la loro assenza fisica… Nel celebre brano evangelico sulla morte di Lazzaro, il verbo “amare” ricorre tre volte in poche righe:

«Un certo Lazzaro di Betania (…) era ammalato. (…) Le sorelle gli mandarono dunque a dire: “Signore, ecco, colui che ami è malato”. (…) Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. (…) E disse: “Dove l’avete deposto?” Gli dicono: “Signore, vieni e vedi”. Gesù pianse. Dicevano dunque i Giudei: “Vedi come lo amava!”.»

Ma su cosa germina questo struggimento, questa nostalgia irreparabile, di cosa si sta parlando qui, in sostanza, se non dell’amore? Davvero il cristianesimo è la religione della passione! Ma non è l’amore disincarnato, eterico, che un clero represso ci viene a raccontare da venti secoli: non è la caritas, non è nemmeno l’agapè: è l’amor, l’eros.
Cioè, in ultima istanza, ciò che muove il cristianesimo (il suo “motore”, appunto) è questo struggente amore carnale e il desiderio struggente di salvarlo dalla morte, cioè dall’annullamento. Di salvarlo per l’eternità.

***

Tre brevi osservazioni linguistiche: carne, desiderio, passione.

Carne: le reprimende di Paolo di Tarso sulla “carne” riguardano tutt’altro, ovvero soprattutto gli appetiti primari (che si potrebbero approssimativamente identificare con ciò che il buddismo stigmatizza come kama-tanha, “sete di piacere”), e non inficiano per nulla, a mio modo di vedere, l’elemento fortemente carnale del cristianesimo.

Desiderio: nel buddismo la parola usata per indicare il desiderio è tanha (in pali) o trishna (in sanscrito), cioè “sete, arsura”, mentre la parola italiana ha un’origine completamente diversa: il latino de-siderare, sul cui significato primordiale non c’è identità di vedute, contiene però incontestabilmente la radice di sidus, “stella”. In un modo o nell’altro, dunque, connette il desiderio agli astri. Tanha (trishna) è una sete che divora da dentro, desiderium è legame ineffabile che ci congiunge al fuori. Là è un impulso tutto interno all’uomo, qui è qualcosa che fuoriesce da noi, che ci pone in comunicazione con l’esterno, con il cielo che ci sovrasta e che è la sede del divino, del trascendentale.

Passione: come si sa, chiamiamo con questo termine molte cose che ci paiono però assai diverse. La passione può avere a che fare con la sofferenza – la passione di Cristo –, ma esiste anche la passione amorosa. Patior, in latino, è sì “soffrire”, ma anche in modo più neutro “sentire”. Le parole che derivano dalla stessa radice: patire, passività, pazienza, passione. Il greco pathos ha la stessa origine etimologica, perciò la stessa radice rtorna nella simpatia e nell’empatia.

[Le citazioni sono dal Vangelo di Giovanni, dalla Prima Lettera di Paolo ai Corinzi e dal Dhammapada (L’Orma della disciplina).]
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