Se guardo indietro al mio passato, fatalmente vedo una montagna di errori, stronzate, schifezze, scelte sbagliate, decisioni non prese ecc. E siccome ciò che è stato fatto o non fatto vi permane inespungibile, nella sua condizione di cosa accaduta o mancata, evito di guardarmi indietro troppo spesso e troppo a lungo. Ma se per magia mi fosse data ora la possibilità di tornare indietro a un’epoca della vita in cui tutte le scelte sono ancora possibili e di modificare questo o quello snodo del mio passato, non avrei molti dubbi: me ne andrei via di qua. Non me ne resterei come ho fatto per anni a dibattermi in una poltiglia di studi trascinati contro voglia, semiassiderato, pavido. Scompiglierei tutto, mollerei tutto e me ne andrei all’esterno.
Se avessi fatto così a vent’anni e passa, non so se adesso sarei migliore, più felice o più ricco (tra le tre opzioni scelgo decisamente la prima; la felicità nella mia filosofia non esiste e la ricchezza viene di gran lunga dopo gli affetti, la salute e una caterva di altre cose): ma forse adesso avrei l’opportunità di vivere in altri paesi migliori del mio, più vivi dell’Italia in cui mi è toccato in sorte nascere e crescere.
È triste per me scrivere queste righe proprio a ridosso dell’uscita di un libro cui ho dato anch’io un piccolo contributo, dedicato a un’iniziativa (cui anche in questo caso ho dato un piccolo, anzi piccolissimo contributo in termini di passi) che è nata per esprimere con concretezza letteralmente fisica la nostra voglia di un’Italia diversa, migliore.
È ancora più triste che si faccia sempre più strada in me la sensazione che il mio paese sia ancora vivo nelle sue ancorché compromesse funzioni corporali, ma orribilmente morto nell’anima. La percezione che sia entrato in un cul-de-sac da cui è impossibile uscire se non a costo di un rivolgimento catastrofico, di uno shock enorme e dolorosissimo: insomma a un costo che mi pare inaccettabile e tutt’altro che augurabile.
Mi fa rabbia pensar così: io ho sempre odiato stilare certificati di morte, ho sempre guardato con odio gli stilatori professionisti di certificati di morte (quelli che la politica è morta, la sinistra è morta, la ribellione è morta, il romanzo è morto, la poesia è morta, il rock è morto…)!
E se è possibile odio ancora di più i necrofili del tanto peggio, i feticisti della catastrofe che si eccitano all’idea dell’apocalisse palingenetica, del diluvio universale. Perché non sanno quello che dicono e sono dei miserabili esteti del disastro. Fosse per me, gli spaccherei la faccia. Poi, di fronte al disastro osseo, gli direi: “Animo! Destruam et aedificabo!».
Eppure è un pensiero che mi rode e da cui non riesco a liberarmi. “Siamo morti! Siamo fottuti!”, mi rimbomba nel cervello ogni giorno.
Forse è solo un momento di scoramento di fronte all’ennesima performance spazio-temporale dell’Italia, che dopo la brezza piena di promesse del 2011, anziché progredire cronologicamente e spiritualmente, con una contorsione degna di un film di fantascienza ha deciso di tornare indietro nel tempo, nell’orribile buco nero degli anni Zero.
Oggi, se apro i giornali o i siti d’informazione, mi rendo conto con un senso agghiacciante di chiarezza che siamo di nuovo nel 2007, e che l’anno prossimo potremmo benissimo inaugurare trionfalmente un altro miserabile 2008.
Ma se è così, ecco, io vorrei tornare indietro un po’ prima e tornare molto più indietro.
Adesso forse potrei far crescere mia figlia in un paese con un futuro davanti.

