Senza alcuna pretesa di redenzione

«Mi pareva che sopra di me il fragore di stelle stesse aumentando a dismisura. Interi piani di spazio stavano andando alla deriva, smottavano macinando firmamenti, mentre Dio si trovava in preda all’angoscia dell’illimite. “Un tempo…” mi pareva stesse silenziosamente vociando nello spazio “ero una liberissima, magmatica poltiglia che imperversava nell’increato intatto. Cos’è accaduto alla mia mente? Pensiero mai pensato eppure deflagrato. Il limite è stato sfondato, rovesciato, la prima volta, quando ho inviato sulla terra il mio figliolo. Vorrà dire che questa volta mi incarnerò in un bacillo. E potrò dirmi appagato se dopo un certo numero di anni, attraverso una serie di reazioni a catena che qualcuno potrebbe calcolare incalcolabili, così al termine di uno stesso evo che a qualcuno potrebbe persino apparire sigillo ciclico, eppure senz’altro scopo, senza alcuna pretesa di redenzione, sarò infine riuscito a suscitare in un corpo umano in illusorio movimento nello spazio un brontolio intestinale perfettamente udibile, in una notte qualunque eppure irripetibile, nel momento stesso in cui qualcun altro si ritroverà a incrociare per caso sopra lo stesso marciapiede…
Allora potrò veramente dire che la mia opera è compiuta!”
»

Gli esordi, Mondadori 2011, pp. 39-40

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Id quo maius cogitari nequit

Dopo la pioggia la città si sveglia appiccicosa. Gli scarafaggi galleggiano morti nelle pozzanghere sui marciapiedi dei controviali, dalle persiane ancora abbassate delle finestre ai piani bassi filtrano rumori di televisioni accese. L’afa sale dall’asfalto ancora umido, ricopre la pelle dopo pochi passi, è domenica mattina in questa minuscola porzione di terraferma, su questa fragile sfera che ruota nello spazio intorno alla nana gialla di seconda generazione chiamata Sole, un puntolino periferico e neanche tanto luminoso in un braccio secondario della Via Lattea, una delle galassie che compongono il Gruppo Locale; e il Gruppo Locale non è che una parte del Superammasso della Vergine, un’entità cosmica di cui è difficile concepire la vastità e che pure è solo una piccola parte – lo 0,1 per cento della massa totale – del Complesso di superammassi dei Pesci-Balena, la cui estensione trascende di gran lunga la nostra immaginazione. Ma anche il Complesso di superammassi impallidisce di fronte alle tre megastrutture dell’universo finora osservate: la Grande Muraglia, la Grande Muraglia di Sloan e il gruppo di buchi neri supermassicci noto come Ammasso di Quasar Huge-LQG. E tutte queste megastrutture sono come continenti stretti tra colossali vuoti e supervuoti che forse non sono altro che impronte di altri universi paralleli al nostro causate da una correlazione quantistica.
Se così fosse, il nostro universo sarebbe solo uno degli incalcolabili universi del multiverso.

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JC & Goatboy

Ho sognato che Gesù Cristo tornava sulla Terra, ma era incazzato nero e aveva un nuovo vice. Niente dodici o tredici apostoli teste di cazzo, stavolta solo un aiutante, una specie di spalla tuttofare, e questo aiutante era Bill Hicks appositamente resuscitato.
Quasi quasi ci si potrebbe scrivere un racconto.

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Il bisogno e l’esperienza della bellezza nascono in noi come un antidoto palliativo alla disperazione che è la nostra condizione costitutiva.

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Idioletto famigliare #11. «Brüscìtt»

La famiglia è anche il luogo della convivialità e della condivisione del cibo (o se vogliamo il luogo dell’incubo della convivialità – ma questo è un altro discorso), perciò è fatale che parecchie voci di questo mio idioletto famigliare siano nomi di cose che si mangiano.

I brüscìtt, per esempio. Una parola dal suono non già lombardo ma addirittura lombardissimo, con quella vocale turbata che ti costringe a piegare le labbra in una smorfia tra il borbottone e l’ingrugnito che è, di fatto, un ottimo riassunto mimico-facciale del carattere collettivo tradizionalmente associato al cliché dell’aborigeno lombardo (da non confondere con il cliché del milanese, il baüscia spocchioso e un po’ arrogante che strascica le “a” e le “e”). Sia detto per inciso: il baüscia esiste davvero, ma è solo uno dei tanti tipi umani che popolano la metropoli meneghina. Insomma, com’è ovvio non esiste il milanese, né come carattere né come aspetto, tanto più che – caso unico in Italia – milanesi si diventa (impossibile, al contrario, diventare romani, napoletani, fiorentini o veneziani: bisogna nascerlo).

Invece mi azzardo ad affermare che il lombardo esiste: o meglio esiste una tipologia umana assai diffusa in Lombardia, ancora chiaramente visibile non appena si esce dalla cintura dell’hinterland e ci si inoltra nella polpa della Padania Infelix, nei paesi dai nomi che finiscono in “-ate” e in “-ago”, o tutt’al più in “-asco” (che sembra testimoniare la persistenza di un sostrato ligure o comunque pre-indoeuropeo: d’altronde cos’erano probabilmente gli Insubres, se non un ibrido celto-ligure?); riconoscerla caratterialmente, come si è detto, è facile: diluvio di vocali turbate e lamento perenne (lo scavo del comune per cambiare il tubo del gas sul marciapiede, un lavoro fatto male da operai terroni che non sanno usare la ruspa; gli uffici comunali han fatto su un casino come al solito e bisogna perdere una settimana a inseguire le pratiche, colpa degli impiegati terroni che non hanno idea di cosa significhi “lavorare”, ça va sans dire); ma individuarla somaticamente è se possibile ancora più semplice: mascella imponente, labbra strette, tempie larghe, cranio mesocefalo, statura media, complessione robusta. Et voilà gli Insubri – che a detta di Polibio dormivano sullo strame e avevano costumi barbari – così come dovettero apparire già agli occhi dei Romani (che peraltro, a giudicare dalla statuaria latina, tanto diversi non dovevano essere: forse appena un po’ più scuri per via dell’influsso mediterraneo). Volete un esempio? L’allenatore Giovanni Trapattoni.

Ma torniamo ai nostri brüscìtt, pietanza tipica delle brumose giornate autunnali e invernali. I gourmands e i campanilisti da bar vi diranno che i veri brüscìtt sono originari dell’Alto Milanese, del Varesotto o della zona di Busto Arsizio (dove si chiamano addirittura brüscìtti, con la -i finale – ma si sa che i bustocchi nulla humana loquuntur lingua sed oris sonum trucem emittunt), tutti luoghi dove ancora oggi vigono costumi barbari. Lasciateli parlare. I brüscìtt sono di tutti e non sono di nessuno. Comparivano regolarmente in tavola quand’ero piccolo, e grazie al cielo non sono né di Busto né di Varese; ma ancora oggi li mangio spesso e volentieri, soprattutto in virtuosa associazione con un buon mezzo quintale di polenta fumante. Così buoni, così goduriosi, e pensare che non sono nient’altro (e dici poco!) che carne trita di manzo cotta con chiodi di garofano o semi di finocchio, un po’ di burro e un bicchiere di vino rosso. Se proprio si vuole, al posto del burro la trita si può far rosolare in olio con un battuto di cipolla, sedano e carotine; oppure le si può aggiungere un filo di salsa di pomodoro. Ma a me, personalmente, ’sti barocchismi meridionali mi convincono mica troppo.

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Idioletto famigliare #10. «Bruscandoli»

Finalmente una parola del mio idioletto famigliare che è bensì dialettale (seppur repertoriata in diversi dizionarî), ma non milanese. “Bruscandoli”, o per meglio dire bruscàndoei, è il nome con cui in Veneto si designano i butti primaverili del luppolo selvatico. Ma che si trattasse dei getti dell’Humulus lupulus e che  “bruscandoli” non fosse esattamente un termine italiano l’ho scoperto molto tardi, forse addirittura alle soglie della pubertà: ed è stata una consapevolezza improvvisa e bruciante, per un linguista in erba qual ero e mi sentivo.
Dalle mie parti li si chiama luertìs o, alla tosca, asparagi selvatici (errando: il vero asparago selvatico è un’altra pianta); ma mia nonna, immigrata dopo la Seconda guerra mondiale nella provincia milanese dalle campagne trevigiane, si è sempre rigorosamente attenuta al termine tecnico della sua terra natale, e così ho sempre fatto io.
Arrivava aprile. Pioveva. Finivano le piogge. Il primo fine settimana di bel tempo, quando mia nonna annunciava «Si va a cercare i bruscandoli», salivamo imbaldanziti sulla Renault 4 di mia zia e partivamo armati di borse e di ardente pazienza per il Ticino, dove sul limitare dell’antica selva insubre, con un pié ne’ campi erbosi e il braccio proteso verso il folto della vegetazione, raccoglievamo i preziosi germogli che di sera sarebbero finiti nel risotto o nella frittata.

La fotografia qui sotto illustra alla perfezione questa voce. E’ stata scattata – quasi certamente da mia zia – nell’aprile 1979, al Ticino, sul limitare del bosco. Ci sono io, con le Tepa ai piedi, un giubbotto di carta (puro vintage anni Settanta: chi si ricorda le Tepa e i giubbotti di carta?), due portentosi risvolti ai jeans e la schiena dolorante; e soprattutto c’è mia nonna Adriana con una borsa piena per l’appunto di bruscandoli. I più accorti noteranno sul sacchetto il simbolino dell’ormai archeologica Banca Popolare di Abbiategrasso.

Aprile 1979 (5)

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Idioletto famigliare #9. «Bìroli»

Ci sono misteri insoluti e probabilmente destinati a rimanerlo. Il Bloop mante volte registrato dal NOAA durante l’estate del 1997 nelle profondità dell’Oceano Pacifico fu prodotto da sommovimenti criogenici in Antartide o da un gigantesco essere vivente? La prima ipotesi è la più rassicurante, la seconda – ammettono gli scienziati a denti stretti – la più probabile. Ma se così fosse, aggiungono controvoglia, la creatura che l’ha emesso dovrebbe essere molto ma molto più grande della balenottera azzurra, che con i suoi 30 metri per 180 tonnellate è l’animale più grande di sempre…
Ma forse il Bloop è mal scelto, come esempio di mistero irrisolto, perché esiste un indizio importante, per la sua soluzione: il fatto è che apre una prospettiva talmente spaventosa da indurre qualunque studioso a rimuovere il tutto, onde non precipitare in una dimensione da incubo dove gli orrori superano ogni immaginazione. Sì, perché il punto abissale da cui il Bloop è giunto corrisponde pressoché esattamente all’ubicazione della città sommersa di R’lyeh, dove secondo Lovecraft «il morto Cthulhu sogna e attende».

Sia come sia, per restare in tema di immersioni e misteri, una fitta nebbia circonda l’etimologia della parola «bìrolo», che sembrerebbe di origine dialettale ma della cui storia nessun linguista diacronico sembra essersi mai interessato. Io stesso me n’ero dimenticato, prima che mia sorella me la rimembrasse, perorandone giustamente l’inserimento tra le voci del mio idioletto famigliare. Sì, perché io e lei vi ricorrevamo di frequente allorquando, bambini, venivamo gettati nella vasca da bagno per il consueto lavacro. Gettati insieme – è bene specificarlo –, perché la vasca era piuttosto lunga e noi due eravamo ancora piuttosto corti. Del resto, solo venti mesi separavano la mia nascita dalla sua. Posti l’uno di fronte all’altra (a me toccava la parte della vasca più scomoda, con il tappo e il pomello di chiusura, forse perché ero il più vecchio o forse perché il maschio la tempra la cavalleria ecc.), mentre le mani del genitore o della genitrice sfregavano vigorosamente le nostre epidermidi per liberarle dal sozzo impasto di sudore, sabbia e nutella che le ricopriva, noi ci godevamo lo spettacolo dei playmobil divorati dal nostro squalo – anzi dal nostro megalodon – di gomma, indi mi esibivo nel numero dell’emersione del sommergibile (e lascio a chi legge il compito di indovinare cosa adoperassi per simulare il periscopio). Quello era il segnale che l’abluzione era finita. Il pomello veniva fatto ruotare, il tappo si solevava. Ci alzavamo in piedi e a turno venivamo estratti dalla vasca per essere asciugati.
Ecco dunque che ce ne stavamo lì in attesa, con i piedi ancora in ammollo, e mentre l’acqua che veniva risucchiata giù nello scarico creava un piccolo maelstrom sopra il tappo guardavamo con stupore i grumi di schiuma biancastra che ne ricoprivano la superficie rimanendo via via sedimentati sul fondo della vasca nonché – lo ricordo ancora con un brivido di repulsione – sui nostri corpi. «Guarda quanti bìroli!» ci dicevamo con stupore misto a raccapriccio, domandandoci da dove mai provenissero, cosa mai li avesse generati, visto che, quando eravamo entrati, l’acqua era limpida. Era un mistero che le sbrigative spiegazioni scientistiche dateci dai nostri genitori – è il sapone, è la pelle secca, è il sapone più la pelle morta più lo sporco – non riuscivano minimamente a intaccare. Sì, perché ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn!

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Il fienile onirico

il fienile CUT miniQualche anno fa avevo trascritto su questo blog un ricordo della mia prima adolescenza che, dopo essere rimasto sepolto in un angolo dimenticato della mia memoria, era improvvisamente riaffiorato superficie, ma circondato da un alone di indeterminatezza tale che avrei persino potuto credere – se non fossi stato proprio sicuro di averlo vissuto davvero – a una storia soltanto sognata e solo in seguito, senza volerlo, incorporata come un apocrifo tra i ricordi reali.
Si trattava del ricordo di una serata trascorsa in campagna intorno ai quindici anni. Eccolo, lo rimetto qui:

«Domenica scorsa ho rincontrato per caso una persona – potrei definirla grosso modo un amico – che non vedevo più da vent’anni. In un certo modo è stato toccante, anche se soprattutto per l’improvvisa e prepotente riemersione di molti brandelli di ricordi relativi a un periodo molto breve e luccicante della mia prima giovinezza.

In effetti, se torno indietro col pensiero a quell’epoca e a quel me stesso di allora, che per molti versi (non tutti) è distante dal me stesso attuale quanto la Nube di Magellano, devo confessare che, malgrado una situazione familiare spesso complicata e nonostante la perdita di un’amica cara, tra i quindici e i diciassette anni sono stato spesso molto felice.

Di quell’epoca fugace ho un ricordo che è rimasto a lungo sepolto in un punto nascosto e molto profondo della mia memoria. Non ne ho mai parlato né scritto, anzi per molto tempo, addirittura, me ne sono completamente dimenticato. Poi, all’improvviso, qualche anno fa, è tornato alla luce.
E’ un “oggetto” strano, qua e là consumato fino alla trasparenza onirica. Non so più neppure situarlo con esattezza: può risalire alla tarda primavera dell’89, e di sicuro non supera quel limite temporale; ma è più probabile che risalga all’anno prima, forse all’inizio o alla fine dell’estate 1988.

Si tratta di una scampagnata serale che ho fatto con un gruppetto di coetanei con cui di lì a poco e per i due anni successivi avrei fatto comunella – gente che frequentavo sia a scuola sia all’oratorio, dato che in una realtà di strapaese come quella di Abbiategrasso le due cose spesso si sovrapponevano: vicini di quartiere, spesso provenienti da famiglie già legate da reciproca conoscenza (frase ricorrente di mia madre: “Sua mamma era in classe / veniva in parrocchia con me”), compagni di banco e di cresima e così via. Dico “di lì a poco e per i due anni successivi” perché, più ci penso, più sono orientato a situare il ricordo in qualche punto dell’estate ’88.

(Perché insisto tanto su questa piccola incertezza cronologica? Perché, a differenza di adesso, all’epoca anche solo tre mesi rappresentavano interi evi, per la velocità con cui si cambiava e si cresceva: figurarsi un anno. Nel giugno del 1988 ero un ragazzino molto diverso dall’adolescente che sarei stato poco tempo dopo, a settembre, di ritorno a scuola; e nel giugno dell’89 ero una cosa addirittura aliena.)

Comunque sia, quella sera andammo in bicicletta per i campi, per qualche strada di campagna. Forse quella per la Ca’ di Biss, o forse quella che passando per Ozzero si perde nei prati verso Morimondo. Qui la memoria si è pressoché cancellata.
Eravamo maschi e femmine insieme, ma per qualche strana magia non c’era alcuna tensione ormonale, quella sera, contrariamente al solito: solo – si fa per dire – una grande e tranquilla schiettezza di rapporti, quasi una specie di cameratismo gentile (uso volutamente questo termine evocativo della gentilezza stilnovista).

Nel mio ricordo confuso e ormai inestricabilmente mescolato al sogno, a un certo punto scoppiò un temporale e noi trovammo riparo in un fienile, con il permesso del proprietario. Poi, mentre spioveva e il cielo al calar del buio si imbluiva e la terra esalava i suoi profumi umidi e i suoi rumori d’insetti, passammo il tempo allungati sul fieno, conversando e strimpellando pigramente la chitarra.

Tutta questa scenetta bucolica sembra inventata, zeppa com’è di situazioni archetipiche (la chitarra, il temporale, il fienile, l’allegra brigata di giovani imberbi e fanciulle in fiore…), o scopiazzata da qualche film di Rohmer. Eppure, salvo qualche dettaglio, sono sicuro di averla vissuta veramente.»

Perché ci torno su?
Giovedì pomeriggio, complice una scappata a casa dei miei, approfittando della bella giornata mi sono fatto prestare una bici e me ne sono andato a fare un giro nelle campagne verso il Ticino. Ho imboccato via Cassolnovo, sono passato di fianco al vecchio Mulino, alle case rurali, alle risaie, e mi sono inoltrato in quel paesaggio agreste fischiettando il tema di Atom Heart Mother (non a caso: mucche ed erba tutt’intorno).
Poco prima della Ca’ di Biss, all’improvviso, con la coda dell’occhio ho scorto una sagoma nei campi alla mia sinistra. Era un fienile isolato. Chissà quante volte nel corso degli anni ci ero passato di fianco senza farci caso… Ho proseguito per qualche metro prima che nella mia mente gli ingranaggi cominciassero a ruotare e mi rendessi contoche… Ho inchiodato la bici. Sono tornato indietro. Sulla stradina non c’era nessuno. Rumore di miriadi di cicale, rane, ronzio di bombi e di trattori in lontananza. Ho guardato meglio. Cazzo! ho esclamato irresistibilmente, mentre con la mano mi schiaffeggiavo la fronte. Eccolo lì, il mio fienile onirico!

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Sindaci di sinistra e morti di destra

Sergio Ramelli sarà forse anche stato una testa di cazzo fascista, e i tempi erano feroci per tutti, ma era pure un ragazzo di appena diciotto anni (e quanto si può essere teste di cazzo a diciott’anni? Chi è senza peccato primus lapidem mittat…). La sua unica colpa erano le sue idee di merda. In dieci contro uno, con un agguato che ricorda in maniera impressionante le spedizioni omicide delle squadracce fasciste, gli hanno spaccato il cranio a colpi di chiave inglese. Mi pare impossibile non sentire un istintivo moto di pietà e vicinanza umana per questo poveraccio, morto dopo quarantotto giorni (non quarantotto minuti, che sarebbero già un’infinità) di agonia. Il che non significa, come ha scritto qualche compagno evidentemente incapace di misurare le cazzate che spara, “sdoganare quelli che hanno voluto le stragi”. Né mi pare di “meritarmi i fasci sotto casa”, come mi ha detto qualche altro compagno affetto da celodurismo da tastiera.
Da antifascista, penso che Pisapia abbia fatto bene.

Altro discorso per le canaglie fasciste che usano strumentalmente Ramelli per cercare di guadagnare visibilità e terreno politico: con loro nessun compromesso.

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Idioletto famigliare #8. «Biòtt»

Ovvero “nudo”: una bella, gloriosa e giustamente nota parola milanese. Poiché si ritiene che provenga dal longobardo *blauz (“nudo, spoglio”), è anche una parola antichissima, che in Langobardia Maior si usa ininterrottamente da quasi mille e cinquecento anni.

«Va’ no in gir a pé biòtt», poteva capitare di sentirsi dire se ci si aggirava per casa a piedi nudi in sventurata concomitanza con la deflagrazione di qualche bicchiere di vetro sul pavimento; ma «Sbiòttes», ti esortava il genitore quand’era ora di fare il bagno.
Per non parlare di una frase densa di viziose promesse e castighi danteschi come «A l’è propi una schifusa: la va in gir tütta biotta cun la finestra ’vèrta», soprattutto se mormorata da qualche vecchia vicina a un capannello di comari del paesino. Ma capire chi fosse la deliziosamente schifosa peccatrice, quali fossero le finestre aperte e se esistesse un comodo punto d’osservazione, ahimè, non era impresa facile.

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