Idioletto famigliare #7. «Béula»

La béula non è un temine fantasioso coniato da William Blake, bensì la beola, parola registrata persino dal Treccani: ossia la lastra di pietra (solitamente di ardesia o di roccia metamorfica scistosa) altrimenti detta pioda o losa che si adopera come tegola o come pavimentazione da esterni. Nel cortile del mio condominio, ovviamente lastricato in siffatto modo, è sopravvissuto per anni (diciamo almeno fino all’uscita di “Wild Boys” dalla hit parade) in un angolo un cumulo di béule avanzate che dava ricetto alle lucertole nonché alle più svariate, mostruose e velenose varietà di ragni assassini.
Ma la béula mi era familiare soprattutto come perno di un’espressione piuttosto usata dalle mie parti: «fin cume una beula». Perché è vero che la pioda è tendenzialmente piatta, ma prova tu a fartene cadere una sul piede.

Ma chi o cosa è “fine come una beola”?
Quand’ero piccolo c’era una bambina del quartiere che veniva ogni tanto nel nostro cortile (vedi supra) a giocare con mia sorella. Oddio, giocare… Più che altro cercavano di far copulare la Barbie e il Ken, incuranti del fatto che the fake plastic couple fosse sprovvista di organi riproduttori. Il tutto, di solito, si risolveva in un’algida e rigidissima sveltina, dove si capiva benissimo che la Barbie non provava alcun piacere e che il Ken non era interessato al sesso etero.
Insomma, c’era questa bambina alta e un po’ sgraziata, simpatica, estrosa, con una voce stentorea che in genere si coagulava in grassi grumi di risate gravi e gutturali (per dirla allitterando) capaci di far cagare addosso finanche i perfidi calabroni sempre in agguato sotto il salice piangente: era, secondo l’espressione gergale, “fine come una grossa lastra di ardesia”.

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Idioletto famigliare #6. «Belé»

Gioia, gioiello, bellezza nel senso di “thing of beauty” e perciò, spesso, “bel bambino”.
“Belé” è una parola milanese usata pressoché esclusivamente dalle donne della mia famiglia: linguaggio femminile, dunque, e della più pura acqua. Quand’ero piccolo e ancora bello, anzi bellissimo, mamma nonna e zia mi apostrofavano sovente così, con uno scoppiettante «Ciao Belé!», oppure mi si rivolgevano con un ammirato «Va’ che belé che te seet!» o ancora con un entusiastico «Te see propi un belé!» allorché, tutto agghindato secondo le loro insindacabili inclinazioni vestimentarie, mi apprestavo a compiere il rituale giro in centro (Corso XX Settembre, Piazza Marconi, Passaggio Centrale, Corso Matteotti, fontana del Castello, parco, allée et retour), convinto a fatica e solo dietro la promessa della coppetta all’amarena o del cono tutta panna montata che avrei lappato in attesa di discendere in quella meravigliosa trincea onirica ch’è stata, è e sempre sarà, in tutte le sue metamorfosi e ipostasi, la Fossa Viscontea.

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Idioletto famigliare #5. «Baslotto»

Il baslòtt, in milanese, è una scodellona. Come spesso accade, lo italianizzo senza avvedermene, cosicché ancor oggi sovente non mangio “un piattone”, bensì “un baslotto” di pasta (o di risotto giallo, o di trippa).
Una volta m’è scappato di dirlo persino al ristorante.
«E di contorno?»
«Bah, mi porti un baslotto di insalata…»
Ma siccome non ero in terra insubre, il cameriere non ha capito e mi ha portato solo un’insalatina.

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Idioletto famigliare #4. «Baslètta»

La “baslètta” (con la e aperta, anzi apertissima) in milanese e in altre lingue gallo-italiche è il mento ovvero la bazza, insomma la scucchia (direbbero quelli di giù). «Ho pestato la baslètta» avrei detto da bambino dopo una rovinosa caduta in bici a faccia in giù e in avanti – ciò che nell’era di YouTube e di Failblog dicesi “faceplant” –, intendendo dire «Ho urtato il duro suolo con il mento».
Devo pur confessare che per molto tempo, diciamo fino alle medie inoltrate, ho creduto che la basletta fosse un sinonimo di mento perfettamente lecito in italiano. Dio dall’alto dei cieli deve avermi salvato dall’adoperarla in qualche tema. Ma non mi ha risparmiato diversi faceplants.

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Idioletto famigliare #3. «Bamburino»

Da bambino ero già decisamente ombelicale, tuttavia ignoravo l’arcano vocabolo “ombelico” e usavo il milanese bamburìn, opportunamente italianizzato, nella ferma convinzione che fosse quello il termine specifico e corretto.
«Il mio bamburino è più bello del tuo!»
«Ma io ho il pisciottino e tu no!»
Freud avrebbe molto da dire (ma sul pisciottino non credo ci sia bisogno di spiegare alcunché).
Ora come ora, sinceramente, se fosse per me istituirei il doppio uso lessicale: l’allusivo ombelico del(la) partner quando si vuol fare ummagumma; per tutte le altre situazioni, l’espressivo bamburino va più che bene.

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Conigliera, ovvero 40 vs 20 = 10 – 0

E così mi ritrovo a quaranta suonati, anzi suonatissimi, e dopo un anno piuttosto complicato, alle prese con una invadente esplosione di creatività, improvvisamente (o quasi) produttivo come una conigliera, pieno di cose e di idee, tanta roba scritta o progettata, tutta rigorosamente autoprodotta e fatta a mano che per lo più non so da che parte ficcare (salvo che metaforicamente nel culo, s’intende). C’è persino un concept album in embrione, nientemeno: e, in nome di Dio, cosa posso fare di un concept album, adesso che non ho nemmeno più una band?
Eppure è così: la mia conigliera sarà forse velleitaria, sicuramente dilettantesca, probabilmente insensata; ciò nonostante, da un  po’ sforna conigliette e bianconigli a ripetizione. Non son tutti belli uguale, certi han gli occhi rossi o la coda corta, certi altri muoion piccoli. Ma qualcuno tra loro, zampettando con le sue lunghe orecchie tese come antenne verso il cielo e masticando con nonchalance una carotina, finirà pure par arrivare da qualche parte…

Forse è per quel fenomeno scientifico ancora poco studiato, che chiamerò fenomeno di Baratto, per cui la progressone anagrafica e quella esistenziale  a un certo punto si separano e smettono di procedere all’unisono. A dieci anni avevo bensì dieci anni, e a quindici quindici; dopodiché, qualcosa di misterioso e imperscrutabile si è verificato, e tutto ha smesso il suo andamento lineare. A venti ne avevo quaranta-cinquanta, a trenta trenta, e adesso superati i quaranta mi avvicino man mano ai venti.

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Idioletto famigliare #2. «Ball de fra’ Giüli»

Ball de fra’ Giüli, i ∼

Un’espressione milanese prediletta da mia madre, con cui non mancava (manca) mai di condire le sue tiritere. A volerla traslare, la si potrebbe rendere con un aulico “Son menzogne!” oppure con un più icastico “Non è vero per un cazzo!”.
“Fra’ Giüli” sarebbe “frate Giulio”, sennonché io l’interpretavo a orecchio come un tutt’uno, domandandomi ogni volta chi mai potesse essere quel fantomatico Fragiüli le cui balle vere o metaforiche servivano retoricamente a svelare le più turpi menzogne. Chi o cosa cazzo era il Fragiüli? Un nome proprio? Una professione (come l’assicuratore o il questurino)? Un cavaliere medioevale collega, che so, di Amadigi di Gaula?
Esiste anche la versione italiana, usata sempre da mia madre quando il tasso di incazzatura è minore e quindi non scatta nessuno shift automatico dall’italiano al vernacolo. «Le palle di frate Giulio!» esclamerà allora, dando alla sua invettiva un sapore molto più tosco, quasi di panno sciacquato in Arno.

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Idioletto famigliare #1. «A»

«A» come il pronome enclitico che ho sempre sentito usare dai miei quando si esprimevano in vernacolo e che ho sempre usato a mia volta: sempre con naturalezza inconsapevole, come è giusto che sia quando si parla una lingua madre (o padre). Finché non ho preso le distanze dal vernacolo e cominciato a osservarlo con gli occhi acuti ma un po’ morti del linguista. È stato solo allora che mi sono accorto di quella vocale bella e timidissima che precedeva i verbi e per così dire li spingeva avanti, sulla ribalta.

Il milanese di città, il meneghino “colto” (esiste, sì, esiste eccome), l’ha abbandonata da tempo e non se ne ricorda più; ma fuori cinta, là dove la campagna sempre più trapuntata di tralicci e sempre più stuprata dai cementificatori si riprende un po’ di rivincite inutili intestardendosi a far crescere prati e a far scorrere rogge, per esempio dalle parti dove son nato, il pronome enclitico fa ancora capolino rotolando fuori dalla bocca dei vecchi parlanti aborigeni. E ogni volta che la sento mi si derva il cuore glottologo.

«A sun andaa dal prestiné», dirà mio padre rientrando con un sacchettone pieno di stirati, ciabattine, modenesi e – talvolta ancora si trovano – michette.

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Traguardo

Sì, traguardo.

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L’internazionale del XXI secolo

Sono solo appunti. Li scrivo qui direttamente anziché sul quaderno. Sì, grazie, no, non sono un granché come teorico, lo so :-)
L’idea è di sviluppare man mano i punti che qui butto più o meno alla rinfusa. Chissà se avrò mai il tempo di farlo?

Il problema è – anche – che a nessuno viene in mente di mettere insieme i lavoratori italiani e quelli polacchi (filippini, thailandesi, bulgari, coreani, cinesi ecc. – ebbene sì, perché no? anche cinesi!) per prendere a metaforici calci nel culo – tra gli altri – i davide serra e i dirigenti di electrolux.

E’ una cosa difficile ma entusiasmante, che si costruisce con fatica e richiede uno sforzo collettivo immenso, innanzitutto morale e intellettuale, a partire da un’assunzione di responsabilità individuale. Non scaturisce per così dire naturaliter dalla dialettica storica, come mi pare sostenesse Marx, né tantomeno è una specie di “entelechia” del proletariato: piuttosto, credo, è un processo volontario, contingente e non ineluttabile. Da cui la difficoltà, l’incertezza, la vulnerabilità.
Però magari alla fine si scopre che funziona.
Lo chiameremo internazionalismo? Internazionale di specie?

Certo è che oggi dobbiamo fare i conti con una dimensione e una prospettiva enormemente più vaste rispetto a quelle su cui, per i due secoli precedenti, si è costruita ogni ipotesi di rivoluzione della società umana. A partire proprio da qui, da questo sostantivo e da questo aggettivo, “società umana” – ma per sfondarli.
Perché oggi non è più pensabile pensare una rivoluzione nei termini di un mero rovesciamento dei rapporti di produzione (anche se la questione dei mezzi di produzione, nella sua strutturalità, resta centrale); perché non è più pensabile pensarla nei termini di un puro e semplice scontro di classe; e perché non è più pensabile pensarla in termini di sola umanità, secondo un’ottica antropocentrica che ormai da tempo appare inesorabilmente superata, angusta, parziale e perciò tutt’altro che risolutiva.
Quanto alle illusioni storicistiche che il marxismo condivideva con tutte le declinazioni del positivismo, appaiono oggi più obsolete del telegrafo. Per non parlare dell’industrialismo e dell’ideologia dello sviluppo, che forse solo qualche patetico novecentista scongelato dal freezer della storia (razza in via d’estinzione ma che ancora, inopinatamente, sopravvive nelle zone periferiche della sinistra politica e sindacale, sia essa moderata, riformista, socialdemocatica o veterocomunista) ancora si ostina a voler rianimare.

Oggi ogni pensiero rivoluzionario non  può prescindere:
dal fallimento del socialismo reale;
dall’inadeguatezza teorica ma ancor più pratica del marxismo, ovvero del suo hegelismo e del suo positivismo;
dal discorso femminista;
dalla nascita dell’ecologismo e dal fallimento teorico e concreto dell’ecologismo politico;
dagli studi e dalle proiezioni dell’Ipcc sulla catastrofe climatica globale determinata dalle attività umane.

Nel 2014 è impossibile prescindere da questi dati. Soprattutto dall’ultimo, che appare come il figlio paradossale del vincitore e dello sconfitto: cioè sia del liberismo devastatore sia delle ideologie anticapitaliste sorte nel XIX secolo e clamorosamente, tragicamente fallite nel XX.

Da cui si evince come, in fondo, il nemico non sia (più) solo e semplicemente il capitalismo/liberismo.
Che tuttavia è davvero ancora, come rilevava Marx nel Manifesto del partito comunista più di centocinquanta anni fa, l’unico vero internazionalismo realizzato:
«Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni.
Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell’industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale.
Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza».
Capitale globale.

Dunque una rivoluzione che non sia solo politica, che non sia solo sociale, che non sia solo umana. Che inglobi queste dimensioni pur importanti, ma trascendendole. Antonio Moresco ha voluto marcare lessicalmente questo “salto di specie” del concetto di rivoluzione, quando nel 2007 ha pubblicato sul primo numero della rivista “Il primo amore” un editoriale che è a suo modo già un atto fondativo del pensiero rivoluzionario del XXI secolo:
«Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura nuova, impensato, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti. Perché anche pensare non basta più. Abbiamo bisogno dell’impensato, dell’inconcepito. Ci vuole qualcosa di infinitamente più profondo di una rivoluzione: ci vuole una rigenerazione».

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