Una strepitosa fiaba popolare russa raccolta nel XIX secolo dal grande folclorista Aleksandr Afanas’ev. Ecco, magari non è proprio la cosa più adatta da leggere ai bimbi all’ora della nanna, ma di sicuro fa il suo porco effetto.
Пизда и жопа
В одно время поспорили меж собой пизда и жопа, и такой подняли шум, что святых выноси! Пизда говорит жопе:
— Ты бы, мерзавка, лучше молчала! Ты знаешь, что ко мне каждую ночь ходит хороший гость, а в ту пору ты только бздишь да коптишь.
— Ах ты, подлая пиздюга! — говорит ей жопа. — Когда тебя ебут, по мне слюни текут — я ведь молчу!
Всё это давно было, ещё в то время, когда ножей не знали, хуем говядину рубили.
Ho ritrovato questa foto ieri, rovistando in uno scatolone a casa dei miei. Mi ha colpito la coincidenza meteorologica (il velo di neve un po’ smangiato) e soprattutto temporale: sul retro la data riportata è “Febbraio 1982″. Trent’anni esatti.
Ci siamo io non ancora novenne (si dirà così?) e mia nonna Adriana a spasso per i boschi del Ticino, una cosa che facevamo praticamente ogni fine settimana.
Come ho già avuto modo di scrivere, considero quel tratto del Parco del Ticino il mio Heimat. Quanto alla nonna, non c’è bisogno di spiegare certe cose. Basti dire che mi raccontava le fiabe nel lettone durante i riposini dopo pranzo, mi portava al mercato degli uccelli e al cimitero a cambiare l’acqua ai fiori, mi cucinava la bistecchina e mi puliva il sedere quando facevo la cacca.
Non c’è più da molto tempo.
Non so bene perché mi sia venuto l’impulso di metter qui questa foto. Non credo c’entrino, almeno questa volta, narcisismi o esibizionismi. Comunque, per chi ha già letto la storia del mio prozio Enrico, la nonna Adriana era sua sorella.
Mi sono permesso di postare sul Primo amore un pezzullo che era già apparso in forma embrionale e in due tranche qui su questo blog, ormai un po’ di tempo fa. Per l’occasione l’ho rinominato “Cose salvate dalla sabbia”.
Si tratta di un testo molto molto autobiografico (che in realtà fa parte di un progetto più ampio intitolato come questo post e dedicato al ricordo), e la consapevolezza che in quanto tale potrebbe benissimo interessare solo al suo ombelicale autore mi ha trattenuto per parecchio tempo dal pubblicarlo lì; per dirla tutta, anche adesso non sono affatto convinto di aver fatto una cosa intelligente. Comunque sia, alla fine è andata così. Sul Primo amore potete leggerlo, se volete, e qui se volete potete insultarmi o farmi i complimenti.
Lo so che non è colpa degli animali e che esistono tanti padroni civilissimi e responsabili che non uscirebbero mai di casa senza la palettina e il sacchettino per raccogliere l’adorabile merdolina del loro adorabile Pucci Cicci Fido o Adolf. Tuttavia fare lo slalom tra le merde di cane ogni stramaledetta volta che usciamo di casa, oltretutto sapendo perfettamente che anche evitandone novantanove di svariate forme dimensioni e colori ce ne sarà sempre una centesima pronta a occupare ogni interstizio della mia suola a carrarmato e/o la ruotina del monopattino di mia figlia nonché il suo vezzoso stivaletto rosa, mi induce senza troppi sensi di colpa a fantasticare di esecuzioni di massa, in cui vestito da cekista abbatto prima il cane – d’accordo, è incolpevole, ma resta pur sempre l’esecutore del bolo fecale – e solo dopo il suo proprietario e mandante.
Scherzo, però confesso che istintivamente i padroni di cani urbanizzati mi stanno sul cazzo. È più forte di me, e meno male che non sono solo istinto ma anche, ogni tanto, raziocinio (peraltro, pur non avendone mai posseduti, per inclinazione naturale sarei anche ben disposto nei confronti della razza canina – non fosse che i cani mi fanno allergia).
Di solito evito le generalizzazioni come la peste. Anzi ritengo che le generalizzazione (così come la sua gemella semplificazione) sia tra i vizi intellettuali più perniciosi (e contagiosi). Perciò, quando seduto sulla panchina ai giardinetti vicino a casa assisto tutti i giorni alla medesima scena – padrone o padronessa di cane con cane pisciante/cagante nell’erbetta a metri due dal cartello recante la scritta NO CANI nonché (per gli analfabeti e gli stranieri) il disegno di un cane sbarrato dal simbolo del divieto d’accesso – e reagisco sognandoli sottoposti a inenarrabili torture, mi rendo perfettamente conto di ricadere in quello stesso vizio inaccettabile.
Per inciso, quej gran figli di troja non hanno tutti i torti, se fanno pisciare/cagare la bestiola sull’erbetta: si dà il caso che l’area cani disti almeno metri trenta da lì! Come posso pretendere che facciano tanta strada? E poi l’area cani puzza ed è piena di merde di cane! Come posso pretendere che ci entrino?
L’altro giorno, invece, la coltre di neve ricopriva ogni cosa, anche le merde di cane. Io e mia figlia siamo andati ai giardinetti e abbiamo fatto un piccolo pupazzo. Al posto del naso gli abbiamo messo un rametto secco e per gli occhi ho usato due monetine da un centesimo. L’abbiamo modellato con la neve che si era accumulata su una delle panchine; poi, quando mi è parso ben compattato e solido, l’abbiamo portato in mezzo al prato e posato sotto un alberello. Infine ci siamo allontanati per ammirare da lontano il nostro lavoro, la nostra piccola effimera scultura. Eravamo quasi soli: pochissimo traffico, due ragazzini più grandi che lontano giocavano a tirarsi le palle di neve, due adolescenti in bicicletta sulla neve. Il nostro pupazzo troneggiava solitario in mezzo al biancore.
In quel momento è arrivata una donna con un cagnolino al guinzaglio. Due macchie scure nella neve. È entrata nel prato innevato, è passata davanti al cartello NO CANI, camminando senza fretta sul manto friabile ha portato l’animale fin sotto l’alberello, davanti al nostro pupazzo. E il cagnetto gli ha pisciato sopra.
Il cristianesimo è così profondamente radicato in Italia da offuscare persino le indagini linguistiche. Succede per esempio con l’etimologia della parola “compagno”, che è notoriamente gravida di significati e sottintesi politici. Di essa si dice che derivi da un basso latino “companio”, ovvero “cum-panis”, con chiaro riferimento alla condivisione del cibo (del pane, l’alimento per antonomasia). E qui più di un pubblicista cattolico, smanioso di sottrarre all’odiato comunista il possesso morale del termine, ha voluto vedervi un legame con il sacramento dell’Eucaristia. Il pane condiviso che rende “compagni” sarebbe quello della Comunione, il Corpo di Cristo. L’origine della parola sarebbe perciò religiosa.
Tuttavia, trovo nel primo volume del Vocabolario delle istituzioni indoeuropee (capitolo ottavo, La fedeltà personale) di Émile Benveniste un’interessante osservazione che mi pare demolisca completamente questa interpretazione in chiave cristiana. Secondo l’insigne linguista, “companio” è un probabile calco del termine gotico gahlaiba (del resto, la corrispondenza è perfetta: ga = cum, hlaiba = panis), che è a sua volta sinonimo di gadrauhts, “soldato”.
Niente Eucaristia, dunque, semmai puzzo di attendamenti e campi di battaglia (il che forse dispiacerà a qualche pacifista). Quanto all’epoca in cui la parola latina sarebbe nata, sembra di poter ipotizzare come estremi temporali il IV secolo (quanti goti arruolati nelle legioni?) e la dominazione gotica in Italia (fine V-inizio VI secolo).
«I wish we were children now. I wish we were always children, how to grow up I dont know.»
(«Vorrei che fossimo ancora bambini. Vorrei che fossimo bambini sempre, io non so come diventare adulta.» Emily Dickinson al fratello Austin, 12 aprile 1853.)