Teoria della relatività esistenziale

Forse è una banalità, ma vengo colto da sbigottimento ogni volta che penso all’incredibile elasticità del tempo, e a come questo si dilati in maniera direttamente proporzionale alla quantità di eventi perfettivi che costellano e determinano il nostro procedere nello spaziotempo della vita. Così l’infanzia, che pure vista dall’esterno non è che una manciata di anni brevi e fuggevoli, potrebbe contenere un’intera vita adulta, e l’adolescenza fino alla prima giovinezza è per intensità di vissuto altrettanto o più multiforme ed espansa degli anni che la seguono. Mentre l’impoverimento dell’intensità e della pienezza, che si innesca in qualche momento spesso soltanto a grandi linee individuabile, coinciderà con un’accelerazione della velocità con cui il nostro tempo individuale scorre verso la sua fine, quasi in un rapporto di proporzionalità inversa, man mano che il nostro movimento nello spaziotempo della vita scivola verso la ripetitività imperfettiva e la circolarità.

Sbigottimento, dicevo, se mi soffermo a considerare la sterminata serie di anni che nella mia vita va dall’estate del 1981, quando nacque mio fratello (partendo per convenzione o simbolicamente dalla sera in cui mio padre, mentre passeggiavamo per via Stignani o viale Sforza, mi disse che a settembre, cominciando la terza elementare, avrei cambiato scuola, e io piansi al pensiero che non avrei più rivisto i miei compagni e la maestra), a quella del 2001 (scegliendo come termine simbolico la sera del 21 luglio, quando io e mio fratello fuggimmo con la gola arrossata per i gas lacrimogeni da Genova e dalla violenza poliziesca dello Stato), irriducibile alla cifra che l’arido calcolo matematico restituisce: vent’anni. No, è incalcolabilmente più lunga e densa per via della mole di eventi perfettivi che sono intervenuti come deflagrazioni a deviare il vettore del mio procedere nello spaziotempo della vita.

Eppure, se calcolo aritmeticamente altri vent’anni e da quell’estate insurrezionale giungo a questa seconda estate pandemica, devo constatare che la serie temporale compresa tra i due estremi va restringendosi e accelerando man mano che si allontana dal primo e si avvicina al secondo.

Ancora più vertiginosamente evidente è questo fenomeno se spezzo la mia vita in segmenti più brevi. Cos’ero nell’estate dell’89 e nell’estate del 2001? Quale distanza siderale divide i due me, il diciassettenne sbarbato che aveva ancora una nonna, una morosa provvisoria e una compagnia di amici creduta eterna, e il ventottenne barbuto e ustionato che sfilava sgomento a mani alzate tra due ali di sbirri?

Mentre se confronto per esempio il me stesso dell’estate 2009, neo-padre alle prese con pappe, pannolini e disturbi del sonno, con quello (di sicuro più ingrigito) che mi fissava stamattina dall’altra parte dello specchio, non percepisco più di due o tre anni trascorsi in una corsa sempre più accelerata, in un movimento sempre più imperfettivo, sempre più rapido, sempre più statico.

È ciò che chiamo, non per presunzione ma scherzosamente, teoria della relatività esistenziale.

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