Il fascista malinconico

Nel primo pomeriggio del 1° agosto 1991, dopo un viaggio interminabile in treno attraverso la Francia, collassai davanti all’ostello della gioventù di Lorient. Ero partito da Milano la sera prima in splendida forma, mi ero svegliato con la febbre alta e una cosa che assomigliava in modo inquietante a una bronchite asmatica. Non male, visto che si trattava del mio primo avventuroso viaggio beatnik in solitaria, un regalo fatto a me stesso per i miei diciotto anni appena compiuti.

L’ostello era chiuso per la pausa pranzo e deserto, fatta eccezione per un tizio placidamente seduto sui gradini dell’ingresso. Vedendomi male in arnese e rantolante, mi offrì cioccolato e biscotti, che accettai senza fare complimenti.

Italiano anche tu?
Sì.
Di dove?
Milano.
Anch’io.

Era piuttosto buffo, un po’ come Stanley e Livingstone, suppongo, così ci presentammo.

Lo chiamerò qui Aroldo, anche se non era il suo vero nome. Aveva all’apparenza attorno ai venticinque anni, quindi era molto più grande di me, almeno secondo la mia prospettiva dell’epoca.
Era un bel tipo: slanciato, elegante, con i capelli biondi da giovane lord inglese in vacanza e un’aria a metà tra il malinconico e il blasé. In attesa che l’ostello riaprisse facemmo un giro nei dintorni.
Aveva un modo pacato di parlare e di muoversi, molto cool hipster, pensai sulla scorta delle mie letture kerouachiane.

Sei qui anche tu per il festival interceltico, giusto? mi domandò accendendosi una sigaretta.
Sì.
E come ci sei arrivato?
In treno. E tu?
In bici.
In bici da Milano?
Sì.
Cazzo!
Sì. Però intendevo dire come hai saputo del Festival.
Ah, c’è una trasmissione di musica etnica che ascolto ogni tanto, su Radio Popolare, non so se hai presente… La sacca del diavolo. E…
Quindi sei venuto col nemico.
Me lo disse con un sorrisetto sornione.
Col nemico?
Eh, be’. Con i comunisti.
Accidenti, sì. Quindi tu…?
Sono fascista.
Cazzo!

Andammo avanti a chiacchierare imperterriti. Per qualche strano motivo, Aroldo trovò del tutto naturale raccontare i fatti suoi a quello che di certo ai suoi occhi appariva come un ragazzetto, per di più vagamente fricchettone. Mi disse che era stato un dirigente del Fronte della Gioventù e accennò di sfuggita a un misterioso esaurimento nervoso che lo aveva colpito e che, intuii, lo aveva portato a fare quel lunghissimo viaggio in bicicletta, anche lui in solitaria. Forse gli era piaciuto il fatto che anch’io stessi viaggiando da solo, senza gruppo, come un cane sciolto (invero in quel momento piuttosto malconcio). Comunque sia, andammo avanti a chiacchierare, su e giù per le strade della periferia di Lorient. A diciott’anni, si vede, avevo una buona resistenza fisica alla febbre.

Poiché eravamo lì per partecipare a un festival di musica e cultura celtica (cosa che, confesso, all’epoca mi interessava molto relativamente), a un certo punto cominciò addirittura a parlarmi dell’“Europa celtoariana”, oggetto dei sogni e dei vagheggiamenti suoi e dei suoi camerati. Lo fece con un tono così tranquillo eppure appassionato che non ebbi il coraggio di ribattere, anche se avrei potuto rispondergli che l’Europa celtoariana era un ircocervo, un apocrifo e forse anche un incubo, o che gli Ariani dalle steppe eurasiatiche se n’erano andati in Persia e Indostan, e in Europa non avevano mai messo piede. Ma passammo ad altro e finalmente trovammo una passione che ci accomunava: Tolkien, ovvio.

Del resto, all’epoca io ero un seguace del verbo di Kerouac e Ginsberg: trovavo tutto degno di interesse e come un bambino davanti a un giocattolo nuovo mi entusiasmavo per chiunque in un modo o nell’altro mi sembrasse originale, autentico, anticonformista o comunque sfasato rispetto all’odiato filisteismo borghese. Fosse anche alla maniera fascista.

O forse avevo un disperato bisogno di fratelli maggiori.

Nelle ore successive conoscemmo diversi altri italiani arrivati alla spicciolata all’ostello e costretti come noi, visto il pienone, a bivaccare nella boscaglia dei dintorni. Il flemmatico Leopoldo, mezzo milanese e mezzo uruguayano, con qualche ruolo prima nel Pci e poi nel Pds cittadino. Giorgio, un mod triestino la cui unica fede erano gli Who (cosa che mi piacque enormemente). Sergio e Andrea, due studenti di medicina genovesi metà hippie e metà militanti extraparlamentari di estrema sinistra…

Per una manciata di giorni che a me parvero mesi, si creò un’assurda e fluttuante specie di gruppetto inter-ideologico. Era il 1991, anno di enormi sommovimenti politici, e quando se non allora sarebbe potuto accadere che un aspirante poeta beat appena maggiorenne, un intellettuale o forse addirittura un mistico fascista evoliano e un compagno dei centri sociali si trovassero a dormire insieme sull’erba e sotto un albero?

Strani tempi. Mod, hippie. Pci, Msi. La Pantera. L’Urss. A scriverlo adesso, sembra il Giurassico.

Poi, piano piano, Aroldo si staccò dal gruppo. Si sentiva fuori posto e le occhiatacce dei due genovesi cominciavano a farsi più frequenti. Lo incrociai ancora un paio di volte in giro per Lorient, a cavallo della sua bici. Aveva l’aria sempre più malinconica e uno sguardo assente. Mi parve che la morsa della depressione avesse ricominciato a tormentarlo.

L’ultima volta che gli parlai, mi disse che ripartiva, che forse sarebbe tornato a Milano o forse sarebbe rimasto in giro ancora un po’ per quell’Europa che non era mai esistita se non nella sua immaginazione.

Sono ricordi lontani. Da allora ogni tanto, quando passeggio per Milano, ripenso ad Aroldo, il fascista malinconico, e mi immagino di incrociarlo di nuovo, rigorosamente in bici. Nella mia memoria è ancora giovane e biondo, anche se naturalmente dopo trent’anni saremo entrambi irriconoscibili. E mi domando un po’ oziosamente che sarà stato di lui. Com’è andata la sua vita, per questi lunghi decenni? Cos’è diventato? L’ha avuta vinta lui o la depressione? È sopravvissuto? È ancora un fascista malinconico o con l’età si è ridotto a un banale fascista nostalgico?

Non so perché tutto questo mi sia tornato in mente proprio in questi giorni. Sarà l’umore ondivago di questa strana primavera agli sgoccioli, il compleanno numero quarantasette che si avvicina, o il peso del presente che mi spinge a cercare rifugio e amnios nelle acque saline della memoria.

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Una risposta a Il fascista malinconico

  1. elos ha detto:

    Anche in un giorno in cui c’è chi paragona gli antifascisti ai terroristi. Forse una premonizione.
    Io ho un ricordo, invece, più cupo, nei miei diciassette anni: uscita dal liceo andai al piccolo parcheggio di Piazza San Lorenzo, allora – ma anche oggi, un luogo di fascisti in fasce, giravano la sera in un locale proibito, ne avevamo paura anche se, in fondo, davamo per scontato che non sarebbe mai accaduto nulla. Stavo slacciando la catena al mio motorino, un piccolo grillo verde metallizzato, ho appoggiato lo zaino a terra, e ho cominciato a sentire le urla disperate di un padre.
    Urlava: “perché l’avete fatto?! Cosa vi aveva fatto? Ha solo quattordici anni, farabutti! Ve la prendete coi più deboli, siete dei vili!” – e urlava, urlava ancora, ma sembrava piangesse.
    Davanti a lui un gruppetto di teste rasate, tra i sedici e i vent’anni. Stavano zitti, non controbattevano: un silenzio tombale dal loro lato, la disperazione urlata dal lato del padre. Avevano picchiato il figlio, forse la notte precedente, forse nei giorni precedenti. Così, per divertimento, un ragazzino di prima superiore. Non ricordo il nome, a memoria era Marco, o forse Andrea, o forse semplicemente dico questi nomi perché li associo al colore rosso, e il colore rosso come contrario al nero.
    Ma poteva essere chiunque, quel ragazzino, magari anche un ragazzino con pensieri non dissimili ai loro.
    Sono stata lì ferma una mezz’ora, non riuscivo a distogliere le orecchie da quelle urla.
    Ricordo quello come un giorno nero, quando ho ripreso il casco e sono partita ero turbata, provavo un senso di nausea sottopelle. Non avevo paura per me, immaginavo quel ragazzino. A quegli anni non si ha quasi mai paura per sé: però c’è la paura di quello che possono fare ad altri.
    In realtà, per me, è ancora così.
    Chissà Aroldo cos’avrebbe detto – perché quei ragazzi non avevano uno sguardo malinconico. Avevano gli occhi duri, vitrei. Un mutismo che però parlava.

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