Animals II

C’era una volta un cane, un maiale e una pecora.

Il nuovo l’ennesimo il postremo (assai probabilmente e finanche auspicabilmente) feud tra Waters e Gilmour è piacevole come una pallonata sui coglioni. Ma parliamone, visto che quei tizi li ascolto da trenta e passa anni, avendone speso una cifra tutto sommato considerevole tra dischi in vinile cd cofanetti poster libri magliette eccetera, e considerato che li ho anche più volte sentiti dal vivo, insieme o in separata sede.

Vorrei articolare il mio discorso in due forme. Una concisa, laconica, direi spartana, e una più argomentata.

Prima la breve: hanno rotto i coglioni.

Ora la lunga.

Roger Waters. Più che un musicista, da tempo è un attivista che usa la propria fama e la propria produzione artistica per diffondere le sue idee politiche. Questa cosa polarizza le opinioni: tra i fans c’è chi lo segue amando anche questo suo ruolo di guru antimperialista e chi ne è disgustato. Tra coloro che non ne sopportano l’attivismo, è frequente leggere commenti del tipo “Lascia stare la politica e limitati a fare musica”. È una frase del cazzo, e spiegare perché mi sembra inutile. Peraltro è dai tardi Settanta che Waters fa discorsi politici: lasciando pur perdere le invettive generiche ancorché potenti di Animals, che dire di canzoni come Waiting For The Worms o dell’intero The Final Cut (un album tra l’altro che rasenta il capolavoro, complesso e sfaccettato e infatti enormemente sottovalutato dai floydiani di bocca buona)?
Infatti il problema non è che Waters esprima le sue idee politiche, cosa che è liberissimo di fare (come hanno fatto legioni di musicisti, ognuno alla sua maniera). Il problema sono le sue idee: improntate a un antimperialismo massimalista e ottuso, vetero, da vecchio stalinista scoppiato, puerilmente manicheo e fanatico. Antisionismo esibito e muscolare da una parte, dall’altra un viscido e ambiguo fiancheggiamento di orrendi dittatori e democrature. Senza sconti quando si tratta di condannare i crimini veri e presunti di Israele e gli Usa, improvvisamente balbettante, perfino afasico o addirittura connivente con i vari Putin e Maduro, per non parlare delle vergognose prese di posizione implicitamente favorevoli all’incurable tyrant Assad.
Una parabola veramente triste, quella che ha portato l’autore di un pezzo memorabile di condanna del potere come The Fletcher Memorial Home a bullizzare gli Elmetti bianchi o le organizzazioni indipendenti che cercavano di portare alla luce i misfatti del regime siriano.

Roger, io posso sorvolare sul fatto che in concerto tu finga soltanto di suonare il basso e canti in playback (avendo ancora i capelli ma avendo perso la voce), posso godermi i tuoi show pacchiani e rutilanti, l’ottima surrogate band che gli suona dietro e tutto il resto; ma non sono disposto ad accettare il tuo rossobrunismo. E, per quanto possa simpatizzare con le sofferenze del popolo palestinese e detestare le feroci politiche della destra israeliana, provo una gran pena e un insostenibile fastidio nel sentirti latrare anche sui social come un pitbull contro i fiancheggiatori del sionismo.

David Gilmour me lo ricordo, nei tardi anni Ottanta, quando era perfino più giovane di me adesso ma sembrava un vecchio zio in andropausa incipiente, grasso come un maiale, incasinato, cocainizzato, e portava in giro una versione plasticosa dei vecchi Pink Floyd con spettacoli magniloquenti ma senz’anima e scalette banali e scontate, piattamente antologiche. Non gliene voglio, anzi: il primo concerto della mia vita furono proprio i Floyd a tre (anzi a due e mezzo), all’autodromo di Monza, nel maggio dell’89. E poi, in fondo, quella riesumazione postuma ebbe almeno il merito di rinfocolare l’interesse generale per la band, rimettendo in circolo la loro musica in un’epoca di stanca e di oblio.
Dopodiché, Gilmour ha prodotto con la complicità di Wright e Mason l’album più oscenamente brutto dell’intera discografia floydiana, il caricaturale The Division Bell (di cui butterei via tutto salvo High Hopes – un po’ poco, una sola canzone), rimesso in piedi il baraccone dei megaconcerti con megalaser e megapalchi (e qualche sorpresa in più nelle scalette, purtroppo controbilanciata dallo scadentissimo materiale di TDB), confezionato un paio di dischi solisti noiosissimi, di bolso Adult Oriented Rock, perfettamente nello spirito del loro autore: roba da vecchi benestanti di sinistra, appagati, sobriamente british e molto borghesi.
Eppure è stato capace anche di qualche zampata: il suo tour solista del 2006 con Wright ospite d’onore è stato, nonostante il livello discontinuo del materiale proposto, la cosa più schiettamente floydiana da decenni. Si ascolti Echoes nel live a Gdansk per credere.

Oggi David Gilmour è un calvo e più asciutto signore di quasi settantacinque anni, con una moglie molto PR e molto social media manager (lo dico senza ombra di disprezzo), molti figli, molti soldi, che si gode i miliardi largamente meritati e ogni tanto strimpella in diretta web dal suo principesco smial sulle verdi colline della Contea. Non è che sia proprio l’epitome del rocker indomito, ma ha almeno il pregio dell’onestà. Non mi fa impazzire, ma è schietto. Preferisco così, piuttosto che le savonarolesche tirate dell’ex bassista contro le band che osano suonare per i sionisti (memorabile il vaffanculo dei Radiohead in risposta), magari pronunciate alla vigilia di qualche concerto moscovita, mentre gli aerei russi bombardano la popolazione civile a Idlib.

Nick Mason, con quello sguardo mite e sornione, è quanto di più simile a un Hobbit si possa trovare nel mondo reale. Se si mettesse a fumare la pipa sulla veranda con indosso un panciotto verde oliva, potrebbe benissimo passare per il sosia di Bilbo Baggins. Difficile non guardarlo con simpatia, tanto più che, sorprendendo tutti, da membro in assoluto meno influente dei Floyd (almeno dal punto di vista musicale), ha avuto il coraggio di mettere in piedi il progetto collaterale più interessante e originale di tutta la storia floydiana: i Saucerful Of Secrets, non una tribute band ma un gruppo vero e proprio capace di rivitalizzare il repertorio più vecchio e spericolato, con recuperi intelligenti, eccentrici, sempre azzeccati. Quindi grazie Nick, il tuo concerto a Milano al Teatro Arcimboldi è stato grandioso, ho perfino potuto cantare a squarciagola Point Me At The Sky, cosa che mai mi sarei immaginato di poter fare! E ti perdono di non aver messo in scaletta Cymbaline (nessuno è perfetto). Grazie per aver scritto Inside Out, belle le foto e divertenti gli aneddoti, peccato che sia il libro sui Floyd più reticente e omertoso di sempre: anche se deve essere stato maledettamente complicato fare lo slalom tra le censure incrociate del cane e del maiale, entri di diritto nel novero delle pecore (che sono, sia detto, animali adorabili).

Cani, maiali e pecore. Sono finiti gli animali, restano i cari estinti.

Richard Wright è morto da anni. Era una persona sfuggente, schiva e forse anche caratterialmente difficile, con una storia tormentata all’interno del gruppo del cui sound, tuttavia, per lunga parte della storia è stato il principale artefice. Ed è proprio il pezzo che forse rappresenta la summa della sua arte, lo struggente epicedio finale di Shine On You Crazy Diamond, a condurmi alla fine del discorso. È quando, sul finire dell’album, la musica lentamente si spegne e Wright accenna il tema di See Emily Play: commovente omaggio funebre a un defunto all’epoca ancora vivo.

Syd Barrett, viene da dire vedendo come la lunga parabola dei Pink Floyd si sia ridotta a una patetica querelle terminale tra ex colleghi di lavoro in pensione, aveva capito tutto, pur attraverso le distorsioni della sua follia. In un certo senso si è chiamato fuori, ha abbandonato il gioco dei troni: l’unico atto di vero sovvertimento della legge è stato il suo.

Non mi si fraintenda: non c’è poesia o eroismo, nella sua vicenda, solo molta sofferenza. Restano la purezza del suo genio e il rimpianto per un talento spentosi troppo presto e tragicamente.

Vado a mettere sullo stereo Astronomy Domine.
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