Il divertimento della visione

È interessante la parola “divertimento”.

La radice è purissimo indoeuropeo: *wert- denota un movimento circolare (*wértti: “ruotare”, “girare”). Essa è presente nel termine indoeuropeo *wertmn (o *wertmen), da cui discende per esempio il russo vremja: “tempo”.

Il tempo, così come lo percepivano i nostri avi, è dunque un movimento circolare, che tende a tornare nello stesso punto.

In russo “girare” si dice vertet’ e “tornare” vozvraščat’sja / vernut’sja (altro verbo che discende dalla medesima radice).

Anche in latino la radice *wert- si rivela incredibilmente produttiva (basti pensare a tutte le parole italiane che contengono -vert-, -vort-, -vers-, da “conversione” a “pervertito”, da “vortice” a “divorzio”!), a partire dal verbo vertĕre, che conserva più o meno lo stesso aerale semantico del suo antenato indoeuropeo: “volgere”, “girare”…

Anticamente i Latini adoravano perfino una divinità chiamata Vertumnus (o Vortumnus): era il dio dei mutamenti di stagione. Anche qui, tempo circolare.

Le lingue indoeuropee fanno generosamente ricorso ai prefissi, e il latino non è da meno: con l’aggiunta della particella de, che indica allontanamento (deviazione del movimento), ecco nascere il verbo divertĕre, da cui discenderà il nostro “divertimento”.

Cosa ci dice questa parola, in apparenza così banale e anche un po’ snobbata, tramite la sua etimologia? Se la associamo all’arte, per esempio, ci dice che un’opera d’arte è deviazione dalla traiettoria circolare del tempo: evento esplosivo che scardina il tempo ciclico trasformando il nostro moto nello spaziotempo della vita da imperfettivo (modalità della ripetizione, del ritorno allo stesso punto) a perfettivo (modalità della compiutezza e dell’unicità).

In fondo cos’è lo straniamento, ovvero la “fuoriuscita dall’automatismo della percezione” che secondo Viktor Šklovskij costituisce l’essenza dell’opera artistica, se non questo “divertimento” della visione che ci mostra le cose per la prima volta sottraendole all’imperfettività dei nomi comuni per ripartorirle nell’universo perfettivo dei nomi propri?

Non male, secondo me. Se io fossi un artista, e mi dicessero che “diverto”, non mi offenderei. Al contrario, lo riterrei un riconoscimento di questo misterioso potere che ha l’arte di spostarci dalla strada anodina e predeterminata in cui tutto ritorna uguale e indistinguibile, facendo deragliare la nostra visione e la nostra percezione.
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5 risposte a Il divertimento della visione

  1. elos ha detto:

    Molto bello questo pezzo, Serge. Illumina su cose (di parole) che non conoscevo (il loro etimo), su cui non ero mai andata a fondo. Peraltro sono una fan sfegatata dell’etimologia – ma ahimé ho un vocabolario etimologico tremendo che non dice nulla.
    “evento esplosivo che scardina il tempo ciclico trasformando il nostro moto nello spaziotempo della vita da imperfettivo (modalità della ripetizione, del ritorno allo stesso punto) a perfettivo (modalità della compiutezza e dell’unicità).” – è una definizione perfetta e che è molto rara si trovi nell’oggi. E, come dici tu, se si fosse artista (ma lo sei..), qualcuno dicesse di un’opera d’arte che è “divertente” sarebbe davvero un grande riconoscimento, alla luce di questa rivelazione.
    Il guaio, forse, è che ben pochi (quasi nessuno, immagino) possono dare, per mancata conoscenza, quest’accezione. E il divertimento letto nel modo convenzionale si associa sempre a quel qualcosa – che a me respinge – dell’opera o di altro che “fa ridere”, un’ironia peraltro non sottile ma sganasciata che, come dire, spalanca le fauci per una risata scomposta. O alla comicità – altra cosa che in letteratura tendenzialmente mi respinge (magari non è sano, è una mia disposizione) e che preferisco trovare nell’esilerante di certe chicche alla Monty Phyton che restano però in una finezza filosofica di altissimo livello.
    Poi, sarò anche, che per mia tendenza alla malinconia, non riesco a comprendere quel: se sei triste, ascolta questa musica (allegra) che tira su il morale. Ho bisogno invece di trovare suoni o letture che entrino in risonanza e collimino col mio stato, e non per masochismo, per un bisogno, come dire, di trovare fratelli di posizione e di postura, di sguardo comune.
    Ma questo è decisamente OT. Per finire,vorrei dirti allora che – e parlo solo di ciò che ha preso forma nella carta stampata – le tue opere, come la Steppa, sono assolutamente divertenti: scardinano il tempo ciclico, eventi esplosivi.

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Grazie, cara :-) Inutile dire che concordo con tutto quanto scrivi. Anche se ci sono dei libri di grandissima comicità che ho amato tanto: quelli di Jerome K. Jeroma, per esempio, o i primi romanzi di Celati, che in realtà sono tragicissimi ma fanno anche scompisciare (cosa per cui lo ammiro molto con grande invidia)…

  3. elos ha detto:

    Celati tanto! Jerome K. – ammetto ignoranza da recuperare (non l’ignoranza…)
    (titoli da consigliare?)

  4. Sergio Baratto ha detto:

    I due più famosi: Tre uomini in barca e Tre uomini a zonzo.

  5. elos ha detto:

    Ma allora son scema: certo, Tre uomini in barca! Letto da ragazzina – il secondo no. E allora non mi resta che recuperare, e forse tornare anche indietro, là dove ho dimenticato

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