Memorie apocrife

Memorie apocrife di viaggi che non farò mai, ma che vorrei tanto poter fare.

Nella pace effimera del II secolo – o boni imperatores! – partire da Mediolanum in un mattino assolato di tarda primavera per Veleia e Parma, e da lì percorrere a piedi la strada delle cento miglia verso Luca anche solo per scoprire se almeno nelle valli più remote, di qua e di là dal crinale appenninico, si parla ancora il friniate o l’apuano.

Deviare per Luni, scendere lungo l’aspro litorale tirrenico, sostare alle Tabernae Frigidae, gettare uno sguardo alle temibili paludi che chiamano Fosse Papiriane.
Entrare sfinito e pieno di meraviglia a Roma, non ancora sgualcita dal greve crepuscolo della decadenza. Mescolarsi alla folla per veder sfilare il giovane Marco Aurelio al fianco di Antonino Pio.

Salpare per l’Hispania e a Baelo Claudia visitare gli stabilimenti di produzione del Garum, il cui odore già da lungi ferisce le narici dei viandanti.

E infine la Britannia, su fino al Vallum Hadriani – Pons Aelius, Vindolanda, Vindomora, Luguvalium –, ai confini estremi della civiltà, e sui suoi camminamenti, tra le guardie gonfie di birra, spiare i fuochi lontani degli accampamenti caledoni.

Ma non è finita.

Tornare laggiù all’alba del V secolo, alla vigilia della fine, del crollo del mondo, mentre sulle spoglie della passata grandezza imperversano i barbari e la civiltà si sbriciola come vasellame di cristallo, per sbirciare nascosto nella calca il bel viso e gli occhi neri di Galla Placidia.

Lasciare Roma al suo malinconico abisso di saccheggi e disfacimento, risalire verso Mediolanum, rientrare nella mia città passando sotto l’Arco trionfale e percorrendo la Via Porticata affollata di bancarelle, curioso di sapere se nel frattempo gli abitanti hanno già sviluppato quel loro accento inconfondibile, fatto di vocali sventrate, stirate, turbate. Perdermi tra il porto e il Foro fino al palazzo imperiale ormai dismesso ma ancora intatto, dove aleggiano gli spettri di Teodosio e di Ambrogio.

Scendere per la strata mercatorum fino alla riva sinistra del Ticinus, dove la foresta e gli acquitrini assediano i pagi e le fattorie che punteggiano i campi coltivati, tendendo l’orecchio per capire se qua e là nelle conversazioni dei vecchi contadini seduti nelle aie con le mani contorte dall’artrite vive ancora l’antica lingua insubre.

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