Woodstock 50 – Sergio 46

Quando i giuovini fricchettoni si divertivano a Woodstock, io ero ancora nell’Iperuranio, quindi la mia conoscenza in materia è tutta libresca, per così dire.

Mi ricordo per esempio lo speciale tv per il ventennale, visto una sera d’agosto dell’89 a casa di un’amica. In quanto adepto del rock psichedelico e musicista in erba, fu un’esperienza mistica e formativa, tanto più che all’epoca l’unico altro modo di venire ammessi ai misteri dei Sixties consisteva nel procurarsi certe videocassette tutte rovinate e qualche amico compiacente in possesso di videoregistratore.

E mi ricordo anche che, ai miei occhi di sedicenne, i vent’anni trascorsi da Woodstock mi parevano due secoli, e che quei musicisti che vedevo agitarsi sul palco ancora giovani e capelluti negli spezzoni del film documentario erano nel frattempo diventati vecchi dinosauri (quelli rimasti vivi). Ora, allo scadere del cinquantesimo anniversario, mi rendo conto che quei dinosauri avevano quella sera a casa della mia amica la stessa età che ho io adesso, se non addirittura qualche anno di meno. E che il tempo trascorso da quella calda e luccicante serata agostana di provincia supera di gran lunga quello compreso tra Woodstock e il me stesso sedicenne, anche se mi sento ancora suppergiù da quelle parti e l’idea che gli anni siano trenta è un dato aritmetico non confortato dalla percezione che mi provoca un gelido e sbigottito stupore.

Comunque sia, Woodstock – lo dico sempre sulla scorta della mia sapienza libresca – fu già quasi una specie di preludio della fine, proprio come i giorni che seguono ferragosto già preludono alla fine dell’estate: un frutto troppo maturo, con una nota dolciastra che si insinua nel dolce e lo guasta. Se Monterey giugno ’67 è l’erompere del fiore e Altamont dicembre ’69 la morte del sogno hippie, Woodstock è il culmine, il punto estremo – il più alto o il più luminoso, o forse semplicemente il più flamboyant – da cui non può che cominciare una rapida e rovinosa caduta o un più o meno lento declino o tramonto.
E, come tutte le cose tinte di crespuscolo, lo vivo – librescamente – con un senso agrodolce di malinconia.

Del resto che cazzo pretendi, che sei nato nel 1973 ad Abbiategrasso?

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