Delle cose perdute

Che anni opachi, se mi guardo indietro. Quante persone perdute per strada che credevo avrei avuto per sempre accanto, quante cose che credevo eterne sono svanite, il più delle volte consumandosi impercettibilmente giorno dopo giorno, forse per abituarmi in modo mitridatico alla loro scomparsa.

Il sol dell’avvenire.
Il subcomandante Marcos.

Fisso incredulo il calendario, credo succeda a molti, sono ancora o quanto meno mi percepisco ancora da qualche parte prima della fine degli anni Zero. Invecchio: una volta lo scollamento era di cinque anni, ora è di dieci, quindici.

I seminari a Gargnano, la sera dopo cena davanti al lago, il giardino di villa Feltrinelli.
Le notti ubriache.

Che anni ritrosi, trascorsi ritirandomi gradualmente nel cerchio chiuso del mio focolare, cercando di imparare a essere padre senza disimparare a essere tutto il resto.
Ho decimato la legione dei futuri.
Ho cercato di andare all’osso.
Ho perseguito la solitudine.
Non ho trovato me stesso, né mai lo troverò.
Non ho trovato la saggezza, né mai la troverò.
Non ho trovato l’appagamento, né mai lo troverò.

Le voci familiari di Radio Pop. Carta.
I
social forum. Indymedia.

Ora la luce ingialla i muri dei palazzi, il cielo è ancora azzurro ma sulle nuvole bianche già si riverberano i lilla e i blu profondi del crepuscolo. La primavera quest’anno è in anticipo di una settimana.

Le serate al Brutto anatroccolo.
La pizza quattro formaggi del Caprera.

Ho smesso, in realtà, di essere molte cose che ero, e fatico perfino a ricordarmi come doveva essere, come dovevo sentirmi, quand’ero quelle altre cose che ho smesso di essere. Eppure allora pensavo che facessero parte integrante di me, che se le avessi rimosse da me avrei cessato di essere ciò che ero. E così in fondo è stato. “Io è un altro.”

Suonare in giro sempre gratis, mai il becco di un quattrino.
Le prove in culo ai lupi a Cesano Boscone.

C’erano alcuni pezzi che suonavo col mio gruppo, negli ultimi anni prima di scioglierci: La buona creanza, Questa è la ferocia, Buoni propositi per la primavera (se viene). La musica l’aveva scritta per lo più il chitarrista, le parole le avevo messe io. Erano dei pezzi veramente belli, finalmente. Dal vivo spaccavano, erano trascinanti, emozionanti, pieni di tensione, rabbia, vigore. Non ne è rimasta traccia, a parte qualche registrazione di fortuna la cui qualità non rende loro giustizia. Che peccato, che sciupio. Le riascolterei volentieri.

Le riunioni mensili del Primo amore in via Vallazze.
Le sigarette fumate seduto sul davanzale della finestra al crepuscolo spiando il momento in cui i bottegai spazzavano il marciapiede e tiravano giù la clèr.

Che anni dimentichi, anche.
Ho scordato come si fa a brillare in società, o meglio a luccicare, o più onestamente (non sono mai stato una teiera di platino) a cavarsela senza cedere sotto il peso della tensione.
Ho scordato come si fa a chiacchierare con le persone.
Ho scordato come riuscivo a far ridere le persone.
Sono tutte cose che puoi imparare daccapo, dice il mio daimon, che mi svolazza intorno non visto sotto forma forse di moscerino.

La Russia, in tutte le salse. L’istituto di slavistica.
La colazione dal Cazzaniga in piazza Sant’Alessandro.

Sono nel frattempo invecchiato senza perdere un’oncia dei miei difetti fisici. La barba e i baffi sono diventati grigi, i capelli radi sulla chierica, la pelle sempre più segnata.
Camuffo pateticamente ai miei stessi occhi il processo di decadenza continuando a indossare le stesse felpe col cappuccio di quindici anni fa.

I cazzeggi con la chitarra.
I discorsi da film di Kevin Smith.

Tra una manciata d’anni mia figlia avrà la stessa età che avevo quando ho cominciato a sognare la vita lucente – quella chimera esagerata fatta di roba tipo Kerouac Dylan Thomas Bob Dylan Syd Barrett Rimbaud Whitman Shelley Ginsberg Charlie Parker Grateful Dead.

Il tempo andato non torna, mi dice il daimon invisibile, perciò datti da fare nel tempo che viene.

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2 risposte a Delle cose perdute

  1. elos ha detto:

    Hai scritto una cosa bellissima, Serge. L’ho letta due volte: dolorosa, anche, ma bellissima. E per qualche motivo, pur con passaggi diversi, percorsi diversi, risuona in me come se mi appartenesse: quella postura malinconica, il ricordare, i fuochi e le accensioni della giovinezza, le luci, i per sempre, i luoghi densi, troppe cose. E ciò che decade, che tramuta, che si perde, che tende all’osso, al ciò che resta.
    “Perciò datti da fare nel tempo che viene”: una frase che devo tenere a mente.

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Grazie, cara. Ogni tanto, non so perché, cedo alla tentazione di tornare qui a sventolare i miei pensieri in pubblico; poi me ne vergogno; poi mi rincuori.

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