Troppo presto, troppo tardi

A volte mi capita di pensare a cosa sarebbe stata la mia vita scrittoria se fossi nato vent’anni più tardi, se non fossi nato vent’anni troppo presto, se il momento in cui ebbi quella improvvisa assurda illuminazione per lo scriver poesie fosse caduto non nel dicembre del 1990 ma in quello del 2010. Che abisso di possibilità, che radicale differenza di contesto!, mi dico ogni tanto ripensando a quei tempi ormai piuttosto lontani. Non c’erano i blog e i social network, non c’erano nemmeno – per dire – gli slam poetry. C’eravamo io e i fogli di riciclo o al limite le agende delle banche vecchie di due o tre anni che mio padre portava a casa dall’ufficio. Ora forse, mi dico, sarebbe più facile, anche al limite dar sfogo al proprio narcisismo adolescenziale, oggi è più semplice, anche solo identificare scovare tampinare un poeta già un po’ più poeta, un poeta già un po’ più autorizzato…

Invece allora per me era tutto maledettamente più difficile, perché non c’era la rete mondiale bensì la vasta sterminata provincia fisica e mentale, che dista dai grandi centri nervosi dove tutto succede molto più dei venticinque chilometri di strada e dei trenta minuti di treno. E allora non era semplice procurarsi anche solo i nomi e gli indirizzi di riviste esoteriche che si occupavano di poesia, per non parlare dei nomi e degli indirizzi dei poeti… E non avevo nessuno a tiro che sapesse dirmi: “Vai alla Feltrinelli in centro, c’è una scansia di riviste di poesia, sfogliale, prendi nota dei recapiti…”. E non avevo nessuno a tiro che conoscesse questo o quello, che avesse entrature nell’ambiente, o anche solo che mi dicesse “Vai in quel locale in quel bar in quel centro sociale, lì c’è una scena, lì c’è questo o quello…”. (Ma l’avrei fatto? Ci sarei andato?)

È vero, ero molto timido e restio a far leggere le cose che scrivevo, e ai pochi amici che avevo non interessava quel tipo di roba (salvo poche e sventurate eccezioni), e al massimo mi avrebbero preso per uno scemo o un montato. Ma forse, se fosse successo oggi, se stesse succedendo oggi, anche la mia timidezza riuscirebbe a farsi coraggio grazie al filtro della rete. E adesso forse sarei già un po’ più pubblicato, avrei già il mio codazzo di cinque, dieci, cento, mille followers da coltivare.

Eppure mi dico anche: certo, sarebbe stato come benzina per il motore sbiellato del mio orgoglio, ma cosa ne sarebbe sortito? Avrei saputo / saprei tenere dritta la barra della mia ricerca personale, o tutto questo paratesto confortevole avrebbe finito / finirebbe per succhiarmi via il midollo ch’è dentro lasciando solo la buccia esterna, ovvero un ventenne poeta promettente con 1284 amici su Facebook e un curriculum provvisorio zeppo di pubblicazioni su riviste online dai nomi concettosi, ingegnosi, ultrapop, di partecipazioni a concorsi e menzioni d’onore a concorsi e forse perfino qualche roba stampata su carta?

E però, cazzo (mi rispondo da solo), chissà come sarebbe stato / sarebbe veder uscire dal buio quelle mie robe crude tipo There Ain’t Noone Here o Spunk o i Crepuscoli… Roba che giace nel sepolcreto di carta e cassettiera dagli anni Novanta… Chissà cosa sarei diventato / sarei? Farei vedere ai miei le mie foto? (“Ecco, vedete che alla fin fine riesco anch’io a combinare qualcosa di buono?”) Cercherei di farmi bello di quella fama incerta acerba effimera per scoparmi questo o quella? Chissà se i vantaggi sarebbero (stati) superiori agli svantaggi? Chissà dove sarei o non sarei?

Questo è un epitaffio.

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2 risposte a Troppo presto, troppo tardi

  1. elos ha detto:

    Non lo so, frère, cosa sarebbe accaduto. Vedo, certo, molti mondi popolati da poeti o presunti tali con biobibliografie da re e regine. Resteranno? Spariranno?
    Forse una fiammella per autostima e narcisismo, un presentarsi anziché col nome con un: Salve, io sono un poeta.
    Ma a me tutto questo sa di macchinario inceppato. Penso alla musica: dalle cantine e i concertini nei parchi alle grandi platee televisive, dai dischi a spotify (non ce l’ho e me ne guardo). Arriva prima? Arriva meglio?
    Arriva distorto, io questo credo. Amplificato certo da un enorme cassa di risonanza in cui nomi e parole schizzano impietosamente. A volte apro le finestre di questo mondo e vedo mille recensioni e mille mille nuove raccolte, sillogi, romanzi, nuovi ventenni già sponsorizzati – e a dire il vero, sebbene un po’ mi faccia anch’io le tue stesse domande, se non altro perché sono anche restia e imbranata nel promuovermi o forse non arrivo affatto all’occhio dell’altro, non lo so se mi si scalderebbe l’animella a stare immersa in questo dentro. La mia visione, la mia disposizione, è probabolmente vecchia e forse troppo romantica: anche dai cassetti impolverati possono uscire le cose. Forse tardi, apparentemente troppo tardi. Ma tu come vivi questa velocizzazione?

  2. Sergio Baratto ha detto:

    La vivo tendenzialmente come un vecchio reazionario: penso che i vantaggi della lentezza dell’era analogica fossero superiori, alla lunga,non solo rispetto ai suoi svantaggi, ma anche rispetto ai vantaggi della velocizzazione dell’era digitale.
    Come dici tu, la mia visione è vecchia e troppo romantica. Del resto siamo nati nel secolo scorso!

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