Quindi non sono ancora

Così eccomi, quasi alla fine di un altro anno, di un altro anno di merda e luce, quarantacinquenne, padre, chi cazzo mi ha messo qui, com’è che sono arrivato qui, squarci di agghiacciante consapevolezza barbagliano per un attimo nel torpore afasico della risacca post-natalizia. Ascolto Subconscious-Lee, la sera si sfilaccia, rileggo svogliatamente post di dieci anni fa, pagine di diario di venti. Cazzo quanto sono cambiato, guarda qui com’ero filopalestinese, guarda qui com’ero fuffa e martello… Mi torna in mente di colpo una ragazzina che ho conosciuto nel ’91, che mi piacicchiava, che le piacicchiavo, che non abbiamo mai combinato niente, solo chiacchiere sulla musica (A te ti piacciono gli Skorpions? No! Perché?) e sguardi in tralice, che è morta nel ’94. Aveva gli occhi azzurri, anch’io avevo gli occhi azzurri, adesso mia madre dice che troppa barba e troppo capello lungo li cancellano. Sono padre, ti rendi conto? Ed ero lì che suonavo Careful With That Axe Eugene, ero lì che leggevo Gregory Corso al secondo piano della Statale, ero lì che fumavo le diana con la mia faccia da pirla e i calzoni di velluto a zampa, ero lì che prendevo il rousseau dell’una e sedici da Romolo con in borsa robe tipo Opinioni di un clown o Un eroe del nostro tempo, e adesso sono qui a studiare strategie per non soccombere all’angoscia quando mia figlia comincerà ad andare in giro da sola, a cercare di pagare le assicurazioni con l’home banking, a guardare selfie di amici ignoti sui social. Passano gli ardori politici, restano quelli romantici, è possibile tacitarli con l’esercizio sistematico dell’assenza vigile, mi riesce purtroppo bene (ormai l’abitudine, la maniera, il virtuosismo), ma sotto la lacca del genitore al colloquio con le insegnanti e del folagra reparto imbustamento continuo a sentirmi come una rassegna sul cinema est-europeo al De Amicis nel ’97. Vorrei una macchina del tempo e andare a una rassegna sul cinema est-europeo al De Amicis nel ’97 e incontrare il vecchio bigliettaio e sedermi sul mio sedile preferito, quello centrale e un po’ inclinato verso il basso. Ieri sono andato al cimitero, era buio e c’era la nebbia. Il tempo passa, il 31 buttiamo giù i buoni propositi per la primavera (se viene), come sempre, per disattenderli entro l’estate. Il 2019 sarà ancora più merdoso, ancora più fascista, il grado zero della speranza, mi ripeto, per non consegnarmi al dominio dei poteri fondati sulla gestione della speranza, ma siccome alla ragione dell’UAAR preferisco la pazzia di Simone Weil ringrazio Dio che ho ancora qui i miei cari adorati stronzi, diversi libri da leggere rileggere eventualmente scrivere, e soprattutto un mucchio di musica, una grande muraglia di galassie di musica. Ho i libri e ho la musica, quindi non sono ancora fottuto, credo.

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2 risposte a Quindi non sono ancora

  1. elos ha detto:

    I libri e la musica, ciò che resta sempre attraverso i cambiamenti epocali e intrapsichici. Chissà se il 2019 sarà un anno migliore: io non credo. Da tempo mi auguro che l’anno nuovo porti a nuova bellezza, nuove aperture, finestre spalancate, nuovi parchi in cui sostare con una winstom blu e attendere il canto degli uccellini del pomeriggio, rumore di scoiattoli sull’erba, marmotte di montagna. Immancabilmente tutto è disatteso, o forse già atteso con uno sguardo torvo che però cerca di resistere ai cambiamenti di specie. Eppure mi ritrovo qui, tra film musica e libri accatastati, in una solitudine che forse mi sono creata da sola. Avevo i capelli lunghi anch’io.

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Anch’io ho smesso di sperare che l’anno nuovo sia migliore del vecchio, come invece facevo quand’ero un po’ più giovane. Adesso butto giù qualche buon proposito, come ho scritto, così almeno se rimane disatteso posso incolpare me e basta.

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