Sufficit diei malitia sua

Torno in provincia. Il cielo è grigio, l’aria afosa, ogni tanto qualche goccia solitaria si spiaccica contro il parabrezza.

Habiate qui dicitur Grassus mi accoglie come sempre sonnolento, chetato. Ci sono frotte di adolescenti usciti dalle scuole superiori assiepati sul marciapiede in attesa dell’autobus. vengono dai paesini dei dintorni. Le ragazze hanno tutte immancabilmente le Vans nere. I ragazzi hanno pettinature che fanno a gara con quelle di merda che avevo io alla loro età. Piccola grande differenza: la mia faceva schifo, la loro fa moda.

A pranzo si mangia polenta e bruscìtt, come da tradizione. Del resto, siamo polentoni lombardoveneti. A mia figlia piace, invece odia la busecca e ha in sospetto la cassoeula, che qui tra le vecchie generazioni sono fonte di orgoglio identitario.
(E i carséns, e ’l pan mèin, e i oss di mort.)
La prossima volta che vengo perché non mi fate un bel risotto giallo, che è da tanto che non lo mangio? dico a mio padre. Non con l’ossobuco, però, bada bene, perché sono un figlio degenere di questa landa piatta, sradicato e corrotto dal cosmopolitismo neoliberista globale plutogiudaico.

Esco in bici. Mi perdo per le stradine di campagna. Non c’è in giro nessuno, a parte i trattori e gli uccelli. Gazze ladre, garzette, cornacchie. In un campo di mais appena tagliato c’è un airone cinerino: se ne sta ritto in mezzo alle stoppie, immobile, solitario.
Il solito cane tra i ruderi della vecchia osteria mi guarda e torna a sonnecchiare.
Passo di fianco al fienile onirico, reprimo il desiderio di andarmici a sdraiare. Ma non c’è più fieno come trent’anni fa, solo attrezzi e qualche macchinario agricolo.

Torno verso il paese. Guardo come faccio sempre le case che non c’erano, che sono spuntate chissà quando, quando già ero altrove e non bazzicavo più da quelle parti, che per qualche tempo sono state nuove – “Dove abita? Ma sì, alle case nuove, in fondo a via…” – eppure adesso sembrano già decrepite, o perlomeno ingrigite, scrostate, o che ci siano sempre state.

Incrocio una ragazza. Ha l’aria timida e sfrontata, da sedicenne, le cosce grandi, i capelli raccolti, le immancabili Vans nere. Attraversa i quartieri periferici di villette con gli auricolari nelle orecchie. Chissà cosa ascolta, cosa sogna, cosa si aspetta. Potrebbe essere una compagna di mia figlia, o addirittura mia figlia, se solo avessi figliato un po’ prima (ma neanche tanto). Adesso sarei alle prese con problemi di acne culone ragazzi stronzi inviti a feste amiche false WhatsApp che non squilla più.
Insomma, quella cammina immersa nei cazzi suoi, e un coetaneo di quel coglione di suo padre cerca oziosamente di immaginarsi quali siano questi cazzi suoi… Non è naturale! I vecchi e i giovani giacciono acquattati in trincee contrapposte! Non si attraversa così la terra di nessuno! Cosa fai, diserti? Non puoi!
Per un attimo mi dico: Cazzo sei, il Venditti della Bovisa?
Poi, di colpo, le si sovrappone l’immagine di me sedicenne.
Va be’, lei è una femmina e io sono un maschio, ma evidentemente per l’abborracciata santa alleanza tra la memoria e l’immaginazione è un dettaglio trascurabile.
Comunque sia, la ragazza scompare: ora sono io che cammino lungo quel marciapiede, da solo. Magari con il walkman. Che musica ascolto? Probabilmente Syd Barrett.
È il Novanta o giù di lì.
È sabato pomeriggio. Il cielo è grigio, l’aria afosa, ogni tanto qualche goccia solitaria si spiaccica sui miei bulbi oculari. Lunedì c’è la verifica di matematica. Non so un cazzo. Non capisco un cazzo. Non ho voglia di studiare, so già che non studierò. Andrà male, malissimo. Nessuno mi ama, nessuno mi fila. In casa litigano, per strada ho paura che mi riconoscano e mi indichino mormorando: “Ma quel lì l’è minga el fioeu de…?”. Il presente è lutulento, il futuro troppo inverosimile perché ci caschi e mi metta a credere nella sua esistenza.
Non so dove andare. Non so dove cazzo sto andando. Non ho un cazzo di posto dove andare. Ho la sensazione che non andrò da nessuna parte. Del resto, torno sempre lì, alla fine del giro: alla casa, al freddo, alle urla, alla matematica, alla provincia indormenta. Difficile pensare che possa esistere qualcos’altro. In concreto, intendo, non sul piano della pura fantasticheria escapista.

Torno nel duemiladiciotto. La ragazza Sergia è ormai lontana alle mie spalle. Li lascio andare, lei e lui, appaiati, invisibili l’uno all’altra, due sessi due epoche due secoli due millenni diversi, sovrapposti.
E all’improvviso, con scintillante chiarezza, capisco che è incommensurabilmente meno infelice il qui presente quarantacinquenne padre incasinato precario incompiuto. Il pedalante barbuto nerovestito.
Non ci sono solo le strade non imboccate, i futuri che non sono stati saggiati o percorsi. C’è anche la merda che ti sei lasciato alle spalle.
Caro sedicenne che cammini laggiù, in dissolvenza, ascoltando per l’ennesima volta No Man’s Land, ti saluto caramente ma no, grazie, niente scambi.

Questa voce è stata pubblicata in Diario, Il lavoro della memoria e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Sufficit diei malitia sua

  1. elos ha detto:

    Mi ha fatto pensare a questo, e in generale a tutti i film di Franco Piavoli: https://www.youtube.com/watch?v=Iu9nJ_xWUTY

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Belli, i film di Piavoli. Hanno il colore, l’andamento e i suoni della mia memoria…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...