Potere / popolo

Trovo l’esperimento di Potere al Popolo interessantissimo, perciò vorrei provare a buttare giù qualche considerazione del tutto soggettiva e personale. Naturalmente posso sbagliarmi di grosso: del resto io non sono un politologo e questo non è un trattato politico, ma solo un semplice post.

Lo trovo interessantissimo innanzitutto perché è ricco di suggestioni ed elementi a me familiari, che mi riportano indietro ai tempi del movimento no-global – da cui del resto in parte proviene. E non parlo tanto e solo delle persone che vi hanno aderito, quanto e soprattutto di un certo modo di intendere la militanza e la costruzione di un progetto politico. Per chi non lo sapesse, si tratta di un’esperienza di militanza che ho vissuto anch’io all’epoca (prima e dopo il famigerato G8 di Genova) con grande dedizione e coinvolgimento.

Per me PaP è un specie di Giano bifronte, un partito nato da una pluralità di realtà che cercano un minimo comun denominatore da cui partire per conciliare le differenze – o tacitarle nella speranza che se ne stiano buone e non si slatentizzino.

Tuttavia succede che queste pluralità in assemblea, che in partenza e in teoria dovrebbero avere l’aspetto di una zuppa eterogenea, non si coagulino intorno a un solo nucleo ideologico condiviso (il minimo comun denominatore di cui sopra), ma tendano a disporsi grosso modo secondo un modello bipolare, ovvero intorno a due nuclei.

Prevengo subito l’obiezione più ovvia e giustificata: sì, è una semplificazione, ho scritto apposta “grosso modo” e mi rendo perfettamente conto che la realtà è molto più complessa (d’altronde lo è sempre più di qualsiasi analisi); ma – per continuare con la metafora della zuppa – se è vero che i grumi di materia sono molti e che ci vorrebbe uno studioso di entropia per analizzarne i movimenti senza semplificare troppo, nello stesso tempo dal mio punto d’osservazione esterno constato che essi manifestano una tendenza a disporsi su due campi contrapposti e speculari, ciascuno caratterizzato da un grumo più denso e dunque più attrattivo (dalla zuppa trascendo inesorabilmente nella cosmologia!).

Conosco entrambi i poli, in un certo senso.

Uno lo sento mio, è la cosa che forse più si avvicina all’idea personale di sinistra che ho in testa. È il polo le cui radici affondano per l’appunto nell’esperienza del movimento no-global nella sua componente (all’epoca secondo me maggioritaria) inclusiva, aperta, libertaria, creativa e soprattutto eterodossa e irriverente anche nei confronti dell’eredità (pesante) delle ideologie radicali novecentesche.
Quella che si abbeverava agli scritti dell’EZLN, anziché prendere a modello i grevi epigoni del chavismo, e che faceva suoi gli slogan eterodossi dello zapatismo: “Tutto per tutti, niente per noi”, “Camminare domandando”, “In basso e a sinistra”.

L’altro polo attrattivo è l’opposto del primo. È la sinistra non estrema ma massimalista, affetta da rigor mortis stalinista, più o meno velatamente o inconsapevolmente rossobruna, autoritaria, che biascica logori slogan antimperialisti a senso unico, innamorata dei dittatori purché secondo le sue poche e sclerotizzate categorie siano classificabili come antiamericani e antisionisti (Gheddafi, Assad, perfino il nord-coreano!).
Sono i comunisti che fanno a gara a chi ha il marxismo-leninismo più lungo e più ortodosso, con il riflesso condizionato alla Berija, la nostalgia del Gulag e un segreto amore per la Russia di Putin che non sarà l’Urss, non sarà Stalin, ma almeno dà il fatto suo agli yankee e alla Nato. Che si gasano con la paccottiglia tankie tipo “carovana comunista per il Donbass antifascista” e gran profusione di estetica para-Stalingrad 43.

Il primo sta con i ribelli, sempre, perché è ribelle.
E i ribelli sono il popolo in quanto collettività consapevole della propria potenza creativa.

Il secondo sta con il potere, perché il contropotere è pur sempre un potere.
E il potere i ribelli li odia, li perseguita, schiaccia. Ovvero schiaccia il popolo per cancellarne la potenza creativa.

E così si scopre con stupore che questo dualismo inconciliabile è già presente nel nome del partito, già inconsapevolmente esplicitato, spiattellato.

Se PaP avesse un solo nucleo, non sarebbe fatalmente destinata a esplodere in poco tempo. Ma ne ha due, il che rende la sua sopravvivenza difficilissima, a medio termine.

Se PaP avesse come unico nucleo il primo, non avrei esitazioni. Anche per la grande stima che provo nei confronti di molte persone che vi si stanno impegnando. Non solo darei loro il mio voto, ma starei seriamente valutando l’idea di militarci attivamente.
Però sarebbe un’altra cosa, con un altro programma e un’altra forma.

Se PaP avesse come unico nucleo il secondo, lo disprezzerei senza esitazioni e non avrei nemmeno preso in considerazione l’idea di perdere un quarto d’ora della mia vita per buttare giù una riflessione come questa.

Poiché li ha entrambi, almeno per come la vedo io, ho speso questo quarto d’ora e riservo il mio disprezzo solo alla sua metà ripugnante. Ma non voterò PaP, perché quella metà basta a produrre in me un senso di ripulsa e di orrore non lontano da quello che provo di fronte al manifestarsi del neofascismo.

Per essere ancora più chiaro: stalinista mi par esse fascistae videtur. I tankies non sono altro in fondo che fascisti innamorati dell’estetica stalinista.

Io sento – ossia percepisco fortissimamente – che la metà intossicante e marcia non tarderà a intaccare e corrompere l’intero. Ho già vissuto questo tipo di esperienza – e di delusione. Ho già dato. Non sono più disposto a digerire l’indigeribile nel nome della causa superiore.

Una cosa forse collaterale, che però trovo tutt’altro che insignificante. So bene che per un partito ancora in fasce, che deve compattarsi al suo interno e fare campagna elettorale per le elezioni politiche, la politica estera è l’ultima delle preoccupazioni. Tuttavia, la (non) posizione di PaP sulla Siria per me è stato il banco di prova della sua serietà.
Risultato: uno squallore.
Reticenze imbarazzate, vacue e fumose supercazzole, paraculaggine e doppiopesismo quando non appoggio incondizionato al “presidente siriano democraticamente eletto, laico e socialista” (sempre la metà stalinista dixit).
Comunicato (un po’ retorico, ma pazienza) per i curdi dell’YPG ad Afrin aggrediti dai turchi, ovviamente: perché loro sono compagni veri, e – wow! – hanno anche tutte quelle soldatesse guerriere.
Giustissimo e condivisibile. Ma la popolazione civile di Ghouta est bombardata da Assad e dai russi negli stessi giorni anche con armi chimiche non si merita come minimo una presa di posizione, una dichiarazione unitaria?
No, che non la merita. Di quello PaP tace: per paura di slatentizzare le contraddizioni interne; per ipocrisia; perché per una volta non c’entrano gli americani o gli israeliani; o perché alla fin fine quelle bombe non dispiacciono: sono antimperialiste, laiche, socialiste.

Piccolo dettaglio tragicomico: un’“esperta di Medio Oriente di Pap” ha definito la Siria ante 2011 un paese “democratico”.
Democratico.
Esperta.

Mi dispiace per i compagni che si sono dati con generosità a questo progetto politico. Li stimo, continuerò a stimarli, ma sono troppo bravi, troppo liberi, umanamente e intellettualmente. La metà marcia non ci metterà molto a espellerli.

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3 risposte a Potere / popolo

  1. Analisi perfetta,complimenti !

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Grazie, anche se in fondo preferirei sbagliarmi…

  3. Sergio Mauri ha detto:

    Hai molte ragioni, staremo a vedere.

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