Chasin’ Trane

trane nagasaki

Stamattina vado sotto il diluvio a vedere il documentario su Coltrane, “Chasing Trane”, in quel posto abbastanza orrido che è il nuovo Anteo. Dopo una fila sovietica in mezzo ai marmocchi (grazie alla quale posso constatare che davvero esistono genitori talmente coraggiosi o sprezzanti del pericolo e della polmonite da uscire la domenica mattina nella tempesta con passeggini, stivaletti e ombrellini per far vedere film pucciosi alla prole) mi siedo in sala, in un posto scomodo, laterale. Pazienza. Pubblico attempato, sta’ a vedere, mi dico, che sono il più giovane, il che è tutto dire.

Parte il film. Sul programma di JazzMi c’era scritto «v.o. sottotitolata», ma quella che parte è la v.o. pura e semplice. Ringrazio silenziosamente Iddio che, pur avendomi fatto studiare francese, russo e persino polacco ma non l’inglese, mi ha comunque indotto a guardare un sacco di serie tv in lingua originale e ad ascoltare un fottio di dischi di musica rock.

Il film è buono, un po’ tradizionale, in sostanza una più che dignitosa introduzione propedeutica a chi volesse da profano accostarsi alla figura del più grande compositore di musica sacra del Novecento. La prima parte, soprattutto, che per chi ha già letto qualche libro sul jazz o su Coltrane può apparire come un riassuntino di cose note e stranote. Per di più, non è che esista molto materiale video su Coltrane prima del periodo Kind of Blue (anzi non ne esiste proprio), per cui sono quasi solo fotografie – molte non le avevo mai viste, alcune veramente belle – quelle che scorrono, inframmezzate dai brevi interventi delle vecchie glorie ancora vive. Grandi Jimmy Heath, Benny Golson e sua maestà Sonny Rollins. Simpatici anche Carlos Santana e John Densmore, il batterista dei Doors, di cui sapevo che godeva della stima dell’immenso Elvin Jones ma non che fosse un grande ammiratore di Trane (è invece noto che i Doors scopiazzarono la versione coltraniana di “My Favorite Things” per comporre la sezione strumentale di “Light My Fire”). Adorabile anche il geniale orsacchiottone Kamasi Washington, peccato che non si capisca un cazzo quando parla (o perlomeno io non ci ho capito un cazzo). Meno comprensibile la scelta di mettere nel mazzo Bill Clinton (va be’, suona il sax ed evidentemente ascolta buona musica, ma…) e Wynton Marsalis (che sta a Coltrane come Togliatti al Che Guevara). Totalmente incomprensibile quella di far parlare Wayne Shorter e McCoy Tyner per numero sette nanosecondi.

Poi però arrivano i (rari) documenti videro, i super 8 casalinghi a colori di Trane con Alice e i figli piccoli, un giapponese simpaticissimo e fuori come un bovindo che è il più grande collezionista di cose coltraniane del mondo e a Osaka ha addirittura creato una John Coltrane House, le immagini e le testimonianze del tour giapponese, Coltrane che depone un mazzo di fiori al memoriale per i morti di Nagasaki e si ferma a lungo in preghiera cercando dentro di sé di captare il suono della bomba atomica e delle migliaia di vittime innocenti, gli ultimi scatti prima che il cancro se lo porti via, le lacrime di Benny Golson, Trane che sorride alla telecamera dopo aver fatto giocare il figlioletto sull’erba e fa una scherzosa riverenza… E fatalmente mi commuovo.

Poi esco dal cinema, non piove più e mi rendo conto con stupore che, ogniqualvolta mi immergo nell’opera e nella vita di Coltrane (che sia tramite l’ascolto di un suo album o la lettura di un libro su di lui), ne riemergo con l’impulso urgentissimo di diventare non già un artista migliore, ma una persona migliore.

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