Il culmine della creazione

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Pedalavo nella scighera lungo il canale. Nessuno intorno, solo una comitiva di ciclisti fluorescenti che è subito scomparsa all’orizzonte e il solito vecchietto con la bici sderenata, anche lui presto inghiottito dalla foschia. A un certo punto mi sono ritrovato solo, con i corvi nei campi a sinistra e a destra, l’erba gialla e verde, e vaghe forme di acquedotti e silos appena abbozzate in lontananza, come macchie grigie sospese nel vuoto. A quel punto ho avuto questa visione: due figurette biancovestite sedute sull’argine, immobili, perfette.

Mi sono avvicinato piano piano, continuando a pedalare.

Erano due suorine indiane. Passando alle loro spalle, di sbieco, per un attimo ho spiato le loro facce. Erano piccole, giovani, paffute, e chiacchieravano a voce così bassa che potevo solo vedere il lieve incresparsi delle loro labbra, da cui non usciva alcun suono.

Mi sono sembrate così belle, così sacramente belle. Cazzo, mi sono detto, se Dio esiste, deve esistere sotto quell’aspetto. Dio è una suorina indiana seduta con la sua veste candida sul ciglio erboso del Naviglio, nella nebbia, in un sabato pomeriggio di ottobre.

E se fosse questa la perfezione del genere umano? Se il picco o il culmine della creatura homo sapiens sapiens non fosse la tecnologia o la filosofia o la scienza dell’era quantistica, ma questa mite e dolcissima incarnazione del sacro?

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