Good Old Soul

Tina Brooks, True Blue, 1960, Blue Note. Mi sono procurato questo album a un prezzo irrisorio. È meraviglioso e suonato da dio: hard bop purissimo. Se cerchi l’avanguardia: non ce n’è. Se cerchi della gran musica: eccola. Inoltre ha una copertina che mi piace moltissimo, e infine il blu è il mio colore preferito.

Eppure, chi cazzo ha mai sentito parlare di Tina Brooks? Nei libri sul jazz difficilmente viene nominato. Già il nome, anzi il soprannome, sa di sfiga. Harold Floyd Brooks, afroamericano, nato in North Carolina (come Coltrane) nel 1932 sotto il segno dei Gemelli (come me), era piccolo e magrolino (tiny, da cui “Tina”), timido, introverso. Era anche un eroinomane e un alcolista: negli anni Cinquanta-Sessanta in America non era facile trovare un posto confortevole, con un curriculum del genere. Però sapeva suonare alla grande il sax tenore, e aveva un suono personale, affascinante, molto blues. Spero di non dire uno sproposito, da profano e dilettante: scuola Lester Young, ovvero dolcezza, sottigliezza e intensità.

Alla Blue Note piacque, così gli fecero incidere questo album: bellissimo. Insieme a lui, alla tromba, suonò il grandissimo Freddie Hubbard, anche lui a inizio carriera (per inciso, Brooks ricambiò suonando nel disco d’esordio di Hubbard, Open Sesame). Ma la casa discografica decise di puntare tutto su quest’ultimo. I due dischi uscirono quasi in concomitanza. Quello di Hubbard fu spinto, sostenuto, promosso. Risultato: Hubbard diventò una figura di primo piano della scena jazz (se lo meritava). Quello di Brooks fu messo da parte e abbandonato a sé stesso: per i discografici Tina aveva troppo poco appeal personale, anche se era un musicista della madonna. Risultato: Brooks finì in un buco nero. Fece poco altro – gli concessero di registrare un altro disco, Back to the Tracks, ma non glielo pubblicarono (uscirà solo nel 1998!) –, poi scomparve dalle scene. Oblio totale. Morì a quarantadue anni completamente dimenticato. Una figura oscura, ultraminore, un carneade della storia della musica americana del Novecento. Fu la droga a farlo fuori, ma forse più che altro come esecutrice materiale.

Tutto questo per dire che sento molto vicino a me questo sfortunato e valente artista, questa buona vecchia anima. “Good Old Soul” è il pezzo che apre il disco.

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