A place to call my own

Una sera di quest’estate tornavo a Milano da solo in macchina, dopo aver passato un pomeriggio a pedalare in campagna. Guidavo lungo la provinciale, a destra il Naviglio a sinistra i campi e la ferrovia (che si svela solo quando hai la fortuna di veder passare il treno, e se già fa buio e ha i finestrini illuminati è uno spettacolo a suo modo commovente, o perlomeno io lo trovo bello e persino struggente). Il cielo imbruniva, anzi imbluiva, aveva insomma quella luminosità screziata, complessa, intermedia, con strati o sfumature di blu e celeste fuse insieme, va detto che io sono particolarmente sensibile a quelle tinte perché il mio colore preferito è proprio il blu. C’erano poche macchine, era mi pare la fine di luglio, e potevo far finta con un po’ di immaginazione di trovarmi su qualche “strada blu” dell’America (l’immaginario è quello, inevitabilmente cinematografico, da lì peschiamo un po’ tutti, volenti o nolenti). Guidavo rilassato, senza pensieri per una meravigliosa quanto fugace cancellazione della pena e dell’angoscia, in uno stato transitorio di liberazione, e sull’autoradio anziché il jazz come faccio di solito avevo messo su Harvest, e avanzavo così in quel blu sempre più profondo, sempre più buioluce, nella notte in arrivo tutta trapuntata di luci, fioche insegne bluastre di motel scalcinati, neon fucsia di sex shop lunari, lampioni, faretti, luci gialle rettangolari di finestre spalancate, quando attraversavo le periferie dei paesi lungo il tragitto. E c’era per l’appunto questo Neil Young quasi ventisettenne che mi cantava quelle canzoni incredibili con la sua voce acuta, inconfondibile, di naso, Out On the Weekend, Harvest, Old Man, e a un certo punto mi sono detto ad alta voce Cazzo! Adesso, in questo preciso istante, e questo non può cancellarlo più nessuno – factum infectum fieri nequit – io sto bene, sono in pace, non desidero nient’altro. Questa è la quiete del tempo immobilizzato, immortalato.

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2 risposte a A place to call my own

  1. elos ha detto:

    Caro Sergio, mentre leggevo, d’improvviso mi si è aperto un sorriso sulla bocca (precisamente quando ho letto: BLU. Perché – ovviamente… – è anche il mio colore preferito). Ti lascio perciò qui, a margine di questo tuo momento immobilizzato, di pace ferma, un pezzo che per me è dello stesso colore. https://www.youtube.com/watch?v=YaIN13aDbCc

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Bellissimo pezzo!

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