KKK Italia

A Gorino di Goro (FE), sul Delta del Po, i cittadini fanno le barricate nella notte per impedire il passaggio del pullman che dovrebbe portare in paese dodici giovani donne africane, profughe o comunque migranti in attesa di asilo, che la prefettura vorrebbe alloggiare fino a febbraio in un ostello-bar.

Ogni atto fascista di questo genere costituisce un esempio, un precedente, e apre la strada alla diffusione di atti analoghi. In questo senso, forse bisognerebbe cominciare a trattare questi casi secondo categorie epidemiologiche, interpretandoli alla stregua di focolai epidemici e agendo in maniera conseguente.
Ma come si fa, visto che di persone e non di microrganismi si parla, a isolare la zona e a sradicare l’agente patogeno prima che esso si propaghi?

***

Non c’è solo Goro, non c’è solo l’atto fascista, l’impazzimento collettivo linciatorio, ma anche l’accoglienza, la solidarietà: lo si è visto, in questi due anni di emergenza migranti, e lo si continua a vedere, con le mobilitazioni dal basso, le raccolte di beni di prima necessità, la solidarietà capillare e diffusa nel quotidiano e nel tessuto delle nostre città: solo che, al di fuori dei momenti più eclatanti o mediaticamente spendibili, questo lavorio del bene non fa rumore. Insomma, ci sono tante persone, tanti cittadini, tanti italiani, tanta cosiddetta “gente comune” che non è “buonista” e non vive in super-attici isolata dalla vita reale (come vanno cianciando i razzisti nei loro squallidi deliri accusatori), eppure non si lascia agire dalla paura o dall’agenda politica dei mestatori d’odio.

Però. Però c’è anche Goro. C’è anche quello, quel grumo nero e chiassoso che da anni va crescendo come un bolo fecale nel ventre del Paese. Non solo qui in Italia, come mostrano le cronache. C’è anche il male, il sempiterno fascismo che costituisce la malattia morale dell’Europa e che ha vissuto per decenni in stato di latenza, come un’infezione a bassa intensità tenuta a bada così bene da farci dimenticare che l’agente patogeno non era morto.
C’è anche questo male, che oggi si chiama Goro e domani chissà.

E dunque, preso atto che i “buoni” esistono, vogliamo affrontare i “cattivi”?
E come?

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Tra l’altro è atroce che adesso le barricate le facciano i fascisti.

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Autogestione, costruzione di reti dal basso, fuori dalle istituzioni e dalla loro tutela, percorsi rizomatici, nuovi modi di ricostruire il tessuto sociale sfilacciato dal terato-capitalismo neoliberista, forme di socializzazione, ri-socializzazione e convivialità attorno a cause “glocal”, cioè che coinvolgono la dimensione locale e la vita quotidiana e però nel contempo attengono alle grandi e drammatiche sfide globali…
C’è tutto quello che sognavamo / prefiguravamo / perseguivamo quindici anni fa come movimenti altermondialisti. Tutto. Persino le barricate, e persino i momenti conviviali. C’è tutto. Persino la grigliata dopo la battaglia.Tutto rovesciato. A Goro.
Che scherzo atroce del destino, per quelli di allora, per noi dell’altro mondo possibile. Che tranvata in faccia da parte della cruda realtà.

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Io penso a come sarebbe stato bello, per quelle seicento persone su quella lingua di terra sperduta alla foce del Fiume, festeggiare il Natale 2016 con dodici ragazze in più, e magari anche qualche bambino. Alle torte che avrebbero potuto preparare la sera della vigilia e portare al bar ostello attraversando la nebbia e il buio tra le nuvolette di fiato e le pozzanghere, in fretta e furia, per tagliarle a fette ancora calde di forno davanti agli sguardi ingolositi. Ai festoni ritagliati alla bell’e meglio e appesi alle pareti dello stanzone con lo scotch. Ai brindisi, ai giochi, al vociare confuso, al miscuglio di dialetti del Delta e dialetti haussa.

Cosa si sono persi, tutti quanti, da una parte e dall’altra.

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