La Siria, i morti a peso variabile, i fascisti rossi

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Aleppo. Foto: Karam el-Masri

Con buona pace proprio per niente.
Parto da un punto – forse l’unico – su cui mi pare si possa concordare che è incontrovertibile: Aleppo muore, la popolazione civile intrappolata ad Aleppo è vittima di pesantissimi bombardamenti. Questo è un fatto, non una interpretazione. Lo sottolineo perché mi è capitato di sentir dire da un antimperialista che “ad Aleppo, se stiamo ad ascoltare le cronache dei filoamericani, ci sono più ospedali che civili”. Come a dire che i bombardamenti che ci vengono mostrati in questi giorni sono fatti con la computer grafica a Hollywood.

Un altro fatto incontrovertibile: a bombardare i civili di Aleppo sono le forze governative di Assad e i loro alleati russi. Questo ci sta bene? Non credo, giusto?
Dire “Nel sangue pagato dalla popolazione civile si consuma la deriva jihadista della maggior parte dell’opposizione siriana”, come mi è capitato di sentirmi dire, è meschino, cinico e falso.

È cinico e meschino, perché in fondo è un po’ come dire “Alla fin fine se la sono cercata”.
Allora vogliamo dire la stessa cosa di certe orrende stragi della storia recente? “Nel sangue pagato dalla popolazione di Dresda si consuma la deriva nazista della maggior parte del popolo tedesco”, “nel sangue pagato dalla popolazione di Hiroshima e Nagasaki si consuma la deriva fascista e imperialista della maggior parte della società giapponese”. Cogli la meschinità e la disumanità di queste affermazioni?
“Nel sangue pagato dai newyorkesi si consuma la deriva imperialista degli USA”… Ah, già, questa mi è effettivamente capitato di sentirla, da certi compagni, l’11 settembre di quindici anni fa.

È falso perché scambia gli effetti con le cause. C’è stata indubbiamente una deriva jihadista dell’opposizione siriana ad Assad (se non in maniera totale), il principale responsabile è stato proprio Assad. Non serve essere dei geni della strategia per capire perché gli facesse comodo.
I compagni antimperialisti tendono a dimenticare o a ignorare un altro fatto incontrovertibile (hanno la memoria corta, o selettiva, o sono in malafede): la rivolta siriana al suo nascere fu un movimento popolare pacifico, nato sull’onda delle primavere arabe, e fu stroncato nel sangue, senza pietà, da Assad, con bombardamenti e armi chimiche. Andiamo a rileggerci le cronache e i reportage dalla Siria del 2011-2012, se crediamo che sia solo un’invenzione della propaganda occidentale. Leggiamo le testimonianze dei siriani laici e progressisti che hanno avuto la fortuna di scampare al massacro e alle persecuzioni. Oppure crediamo alla versione dei vari Chiesa e Dinucci, che parlano di psyop della Cia con la stessa apodittica fede dei complottisti delle scie chimiche.

Fai tu. Puoi credere alla propaganda assadiana e russa; ma allora devi rimuovere tutte le testimonianze che ci dicono che Assad, mentre riempiva le camere di tortura di oppositori laici, progressisti ecc., svuotava le carceri dei detenuti islamisti.

C’è una possibilità in più, di cui mi rendo conto adesso mentre scrivo: che tu che mi leggi sia convinto, come lo sono tanti corifei del putinismo e dell’antimperialismo, che la rivolta del 2011 da parte della società civile siriana sia stata organizzata ed eterodiretta, ovviamente dai soliti sionisti e amerikani. Ecco: se così fosse, per me puoi anche fermarti qui, perché dovremmo aprire un altro discorso altrettanto difficile, e non ci sarebbero le basi minime per una discussione.
Perciò proseguo tenendo per buono l’ipotesi che anche tu, come me, NON creda che la rivolta civile siriana del 2011 sia stata una creatura degli yankee cattivi.

Ora, poniamo che tutta l’opposizione siriana sia “jihadizzata” (non è così, ma proviamo a ipotizzare questo scenario): restano i civili, comunque. Come la mettiamo? Dove li mettiamo? Diciamo: “Mi dispiace per loro, però è colpa della jihadizzazione dell’opposizione” e ci mettiamo il cuore in pace?

Ho l’impressione che, di fronte a scenari complessi, intricati e inevitabilmente carichi di contraddizioni, spesso si preferisca scegliere la narrazione che più si adatta alle nostre ideologie o alle nostre categorie interpretative. Perciò, se ci siamo adagiati in una visione del mondo semplificata basata su equazioni semplificanti – “America = male / nemici dell’America = bene” (che è in soldoni la griglia interpretativa di tanti antimperialisti, per cui tutto è indistintamente buono purché sia antiamericano e antisraeliano: chavismo, iraniani, gheddafi, assad, putin…) oppure “America = bene / nemici dell’America = male (e quanti ne abbiamo sentiti dir così, qui da noi, ai tempi della guerra in Iraq, e raccontarci che Bush, Cheney, Rumsfeld e Blair erano i baluardi della civiltà contro la barbarie nel momento in cui questi criminali gettavano le basi del caos a venire), tenderemo a scegliere questa o quella narrazione, questa o quella propaganda. Anche perché così ci evitiamo l’imbarazzo di dover affrontare le contraddizioni che inevitabilmente la complessità del mondo porterebbe a galla.

C’è un modo, credo, per cercare di sottrarsi a questo infernale meccanismo di riduzione a zero della complessità. Consiste nel non temere le proprie contraddizioni; consiste nel cercare di informarsi su più fronti, da diverse fonti, incrociando le informazioni; consiste infine nell’applicare, in questo vaglio della realtà, non le nostre idee preconcette o ideologie, bensì quel nucleo basilare di valori che riteniamo fondamento della civiltà e del bene: per me, questi valori risiedono nel rispetto della dignità e della libertà umana. Niente di particolarmente originale, no? In un certo senso, la particella elementare su cui dovremmo fondare i nostri giudizi si riduce a quello slogan di Vittorio Arrigoni, quel “restiamo umani” che paradossalmente non mi è mai piaciuto (soprattutto per l’abuso che se ne fa come frasetta perugina paracula da applicare a intermittenza solo quando ci fa comodo).

Vagliamo le fonti, dunque. Preferiamo gli inviati di guerra non embedded, leggiamo le pagine degli esperti di geopolitica che non vanno in televisione, seguiamo ciò che scrivono gli esponenti della società civile siriana in esilio.
Le fonti, le fonti… Sono più o meno attendibili, certo, e dire se lo siano più o meno è spesso difficile. Tuttavia, a volte basta un po’ di buon senso: non è che tutto ha lo stesso peso, lo stesso valore. È più autorevole un giornalista siriano laico e progressista che vive a Roma ma è in contatto diretto con i suoi compatrioti, o un giornalista che da anni va dicendo che tutti gli attentati terroristici in Europa, da Parigi a Nizza passando per Bruxelles, sono false flag operations organizzate dalla massoneria rettiliano-giudaica che controlla gli USA?

E cosa dice l’Unicef? Cosa dice l’Onu? Cosa dicono le organizzazioni internazionali, da Amnesty a MSF? Sono tutti al soldo della solita plutocrazia giudaica di cui sopra? Possibile che tutta questa messe di testimonianze che ci raccontano le atrocità del regime siriano pesino meno delle agiografie putiniane di cui sono infarcite fianche le pagine di quotidiani comunisti nati da compagni che non accettarono la repressione della Primavera di Praga?
Possibile che molti esperti attenti e preparati, da Lorenzo Declich a Mattia Toaldo, da Lorenzo Trombetta ad Amedeo Ricucci (tra l’altro in molti casi persone di idee progressiste, quando non esplicitamente di sinistra, e senz’altro non allineate alla propaganda occidentale) concordino nel sottolineare l’enorme e sostanziale responsabilità del regime di Assad, e nell’indicarlo come il principale responsabile del macello siriano? Sono tutti stipendiati dalla Cia?
E se fossero quegli altri, invece, a essere stipendiati dal Cremlino? Quelli che ci raccontano dell’eroica liberazione di Palmira dal cancro jihadista da parte di Putin, omettendo di raccontarci che Palmira è stata rasa al suolo dai cannoni di Assad?

Però, oltre alle fonti, più o meno attendibili, esistono come dicevo prima anche una serie di fatti incontrovertibili.
Ci sono i numeri. I numeri. I numeri.

whos-killing-civilians-in-syriaMa, certo, anche il Syrian Network for Human Rights è di parte. Sarà senz’altro stipendiato dal Pentagono, che vi devo dire.

Restano i civili di Aleppo. Quelli, purtroppo per loro, non riusciamo a farli rientrare in alcun ragionamento geopolitico. Sono lì, vivi, finché non vengono maciullati dalle bombe DI ASSAD E DEI RUSSI.
Io penso che, a questo punto, non ci sia nulla che possa essere fatto per loro che non scateni altro sangue. L’ONU ha le mani legate, l’Europa non ha una voce, ed è troppo occupata a costruire muri, fare trattati con Erdogan per tenere i profughi fuori dai coglioni e coltivare i regimi fascisti che stanno crescendo al suo interno. L’America non può intervenire, a meno di scatenare una escalation con la Russia che ci riporterebbe ai giorni della crisi missilistica di Cuba. E questo è un pensiero che mi riempie di sgomento.
Io non ce fa faccio a fare il cinico o il disincantato, a dire come se niente fosse “la storia ci presenterà il conto”. È vero, ce lo presenterà, ma come faccio ad accettare questo pensiero e continuare a vegetare nella mia comoda ancorché precaria quotidianità come se niente fosse?

E ne ho piene le scatole di tutte queste fredde elucubrazioni fatte roboticamente, come se in fondo vivessimo in un altro mondo; sono stomacato dal cinismo e dal rifiuto di affrontare questi nodi e queste contraddizioni. Mi tortura l’afasia dei pacifisti, a fianco dei quali ho marciato convintamente nel 2003, perché è l’afasia di chi non sa più come gestire una realtà che non rientra nel suo mondo fittizio confezionato ad arte con tutte le caselline al loro posto. E quando trovo chi, come in questi giorni Adriano Sofri, nelle sue parole esprime un tormento umano, un sentimento di calore umano e disperazione non di facciata, allora non m’importa che lo faccia su un giornalaccio come il Foglio.
Peccato per il Manifesto, giornale che è stato per anni il mio quotidiano e che oggi preferisce pubblicare articoli indecenti, che non reggerebbero alla prova logica di un bambino, di laudatori dei criminali bombaroli cui si dà voce solo perché sposano specularmente un imperialismo uguale e opposto.
Ma sposare in chiave antiamericana un progetto imperiale analogo, fingendo di non vedere che è altrettanto repressivo e autoritario, significa sposare un’ideologia di destra. Ecco, questo è un altro fatto che mi pare lapalissiano e che invece pare sfugga a tanti compagni. O forse sono io che parto da posizioni libertarie e ingenuamente, nonostante le numerose e severe lezioni della storia contemporanea, non riesco a concepire che possa esistere una sinistra autoritaria.

Ad ogni modo, con buona pace proprio per niente.

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Una risposta a La Siria, i morti a peso variabile, i fascisti rossi

  1. elosairamtoira ha detto:

    Grazie. Niente da aggiungere, solo da riflettere. Mi viene in mente una frase di Laing che diceva ” Non sempre l’uomo ha bisogno di sbarre per costruire gabbie. Anche le idee possono essere gabbie”.

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