Les Pink Floyd c’est comme les cochons…

…Plus ça devient vieux plus ça devient con

le cochon

Le cochon

Avvertenza: questo post parla di Pink Floyd. Chi non li ama non lo troverà di nessun interesse, chi li ama potrebbe irritarsi e provare il desiderio di malmenarmi.

Roger Waters aveva ragione, quando a metà degli anni Ottanta sancì di fatto la fine della carriera dei Pink Floyd definendoli “una forza creativa spenta”. Era così. L’ultimo guizzo, quasi postumo, era stato The Final Cut, album controverso, imperfetto ma sui generis magnifico, cupo e cinereo come un epicedio. Waters, che dei Floyd costituiva da anni il principale motore creativo, era uomo dai molti difetti, ma in quel caso vide giusto.

Quattro giovani pallonari scapigliati

Quattro giovani pallonari poco vestiti

La battaglia che oppose Waters a Gilmour e il suo esito processuale sono noti agli appassionati fino alla nausea. Il marchio PF passò nelle mani del chitarrista, che nel 1987 pubblicò un buon anzi ottimo album solista intitolato A Momentary Lapse Of Reason e abusivamente (almeno dal punto di vista artistico e ideale, quantunque non da quello burocratico) intestato ai Pink Floyd.

Questo episodio sarebbe dovuto restare quello che era: un unicum da non ripetersi. Con tutti i limiti, i momenti di stanca, i filler e i suoni invecchiati precocemente invecchiati, bisogna riconoscere che resta a tutt’oggi il miglior lavoro solista di Gilmour e quello che più si avvicina, per atmosfera, al sound dei tardi Floyd (quelli tra Animals e The Wall, per intenderci).

Invece no: i PF ricostituiti in trio (apparente: in realtà si trattava di una piccola orchestra di turnisti di vaglia diretta da Gilmour e con la partecipazione più che altro nominale di Mason e Wright) gli fecero seguire una serie di faraonici tour in cui la magniloquenza dell’apparato non riusciva a nascondere la dura realtà: e cioè che si trattava della peggior stagione live del gruppo, ridotto a una specie di tribute band di sé stessa, tanto impeccabile nell’esecuzione quanto frigida nell’impatto emotivo.

Non a caso la telecaster

Non a caso la telecaster

Per rendersene conto, è sufficiente ascoltare il penoso doppio live che da quei tour fu ricavato, Delicate Sound Of Thunder. Dove Gilmour metteva in scena una specie di rassegna antologica luccicante ma plasticosa e museale. Dov’era finito il timido musicista che, pur dotato di un timbro naturalmente dolce e vellutato, a un certo punto aveva saputo tirare fuori dal proprio strumento anche il grido, il dolore, la rabbia, e trarne suoni strazianti, allucinati, capaci di esprimere l’incubo della contemporaneità (Animals, The Wall)? In che punto della storia era stato sostituito da quel mestierante sempre più grasso e strafatto di coca?

Purtroppo Gilmour non si fermò qui, a questo punto che pure si situava già parecchio al di là del buon gusto e dell’intelligenza. Con la partecipazione un po’ più vivace e attiva dei due comprimari, temporaneamente usciti dal confortevole ottundimento in cui vegetavano da un decennio abbondante (anche se forse sarebbe stato meglio se ci fossero rimasti, almeno a giudicare da “Wearing The Inside Out”, la dimenticabile canzonetta che rappresenta il principale contributo creativo del compianto Richard Wright), il chitarrista pubblicò nel 1994 un album di abissale bruttezza, The Division Bell, che sta nella discografia dei Floyd come una rasoiata su una tela di Van Gogh: uno squarcio irredimibile, una macchia indelebile.

All’orrido The Division Bell, di cui si salvano la copertina (di Storm Thorgerson, impeccabile come quasi sempre) e una canzone (la struggente “High Hopes”), seguirono inevitabilmente un altro tour, se possibile ancora più magniloquente dei precedenti, e un altro doppio live. Il cui unico pregio, per quanto mi riguarda, è l’inopinato recupero di uno dei capolavori dei Floyd barrettiani, “Astronomy Dominé”.
Una copertina, una canzone e una “cover”. Un po’ pochino.

Tre vecchi pallonari vestiti di merda

Tre vecchi pallonari vestiti molto male

Perciò, pur conservando intatta l’ammirazione per l’inestimabile contributo creativo di David Gilmour nei quindici anni di attività dei Pink Floyd dal 1968 al 1983, da molto tempo non riesco più a seguirlo come artista (e sinceramente provo parecchia pena e un po’ di fastidio per la bimbominkizzazione del culto dei Floyd e di Gilmour che vedo dilagare sui social network – ma tant’è: lo dico qui a mo’ di inciso).
Gilmour è liberissimo di tornare a suonare a Pompei e di far pagare 350 euro il biglietto; ma io mi sento altrettanto libero – anche nei confronti della mia antica e mai spenta passione per i Floyd – di affermare che per me e per la mia sensibilità, per il modo in cui vivo la musica, quella roba lì, quel dinosaurismo musicale perfettamente borghesizzato, non c’entra niente con il rock e persino con i Pink Floyd. Quelli veri, intendo.

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