La Steppa

È andata così. Due, tre pagine buttate giù per un estro improvviso ma passeggero, intitolate provvisoriamente “La steppa”. Nient’altro che un incipit, un abbozzo di descrizione di paesaggio post-industriale, ispirato ai luoghi che attraversavo la mattina presto, in inverno, per andare al lavoro. Una terra desolata o un “hinterland di Dio”, come amavo chiamarla un tempo, fatta di terrains vagues, quartieri industriali, capannoni, gru e orribili superstrade con svincoli che sembravano partoriti da Escher in acido. Era la fine di dicembre del 2007.

Per qualche anno quelle paginette sono rimaste chiuse in un file, infognate in una cartella del pc. Ogni tanto le aprivo, le rileggevo e mi dicevo “Peccato, lo spunto non è male, ma davvero non ne esce niente, non mi riesce di spremere fuori nient’altro”. Tornavo a dimenticarmene.
Poi, un giorno, dopo averle riscoperte per l’ennesima volta, qualcosa ha inopinatamente cominciato a germinare. All’epoca avevo una certezza: di tutti i racconti e i romanzi che avevo iniziato, non ero mai riuscito a portarne a termine nemmeno uno. Tutti progetti arenati dopo poche pagine o a metà. Ero assolutamente certo che neanche stavolta sarei riuscito a farlo. Eppure ho continuato a scrivere, con fatica e con molte pause anche lunghe, di mesi, durante le quali non avrei scommesso un centesimo sulle probabilità di riprendere un filo che pareva irrimediabilmente spezzato. Invece no.
Per molto tempo ho proceduto alla cieca; quasi, mi verrebbe da dire, a tentoni. Non sapendo letteralmente chi o cosa mi sarei trovato di fronte alla pagina successiva, a ogni a capo.

 Mi è capitato più volte di finire impantanato senza speranza. Allora uscivo, mi mettevo a camminare, anche solo per andare a prendere la prole all’asilo, e di colpo la soluzione arrivava, lampante, perfetta, ovvia: non come un’ingegnosa invenzione elaborata per risolvere uno snodo narrativo, ma come – letteralmente – se qualcuno mi stesse sussurrando nell’orecchio eventi già accaduti che ignoravo, come se la storia che andavo scrivendo fosse già accaduta e io stessi semplicemente scavando nel terriccio per riportarla alla luce: “Scemo! È andata così! Non l’avevi ancora capito?”. Sembra un’esagerazione, detta così, invece è vero. Anche per me, se devo essere sincero, è stata un’esperienza strana, che ho vissuto con grande stupore.

Ci sono state molte interruzioni, molti momenti in cui mi sono perso e ho creduto di essere finito in un vicolo cieco. Eppure alla fine ce l’ho fatta a terminare. Ci ho impiegato quattro anni e mezzo, e molti di più se conto il tempo a partire da quelle prime paginette di cui ho detto all’inizio.
Le ultime pagine, quelle che aprono il libro a mo’ di prologo, le ho scritte di getto sul mio taccuino in un pomeriggio soleggiato di maggio del 2014, seduto su una panchina del parchetto con le giostrine vicino a casa mia, nel frastuono gioioso dei bambini che giocavano, circondato da mamme, nonne e tate sudamericane, russe, ucraine, romene, singalesi. Chissà cosa avranno pensato di quel tizio barbuto che, anziché dare un’occhiata alla figlia intenta a vorticose evoluzioni sull’altalena o trovarsi altrove, magari in qualche ufficio per guadagnarsi onestamente e rispettabilmente la pagnotta, se ne stava chino a scribacchiare compulsivamente in una calligrafia sghemba e indecifrabile da mancino…

Il titolo è rimasto quello cechoviano sotto cui tutto è nato. Il romanzo è diventato un libro. Lo si può comprare e leggere, per vedere se ha un senso e una consistenza quello che ho scritto con fatica, esaltazione e – appunto – stupore.
La copertina è questa:

Steppa Cover 500

 Adesso mi tocca ricominciare a imparare a scrivere. E vedere se posso andare ancora un po’ più avanti, con le parole.

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