Al termine della catena

«Budapest (Ungheria), 21 settembre – Il Parlamento dell’Ungheria ha approvato una legge che autorizza il governo a dispiegare l’esercito per contribuire alla gestione della crisi migratoria ai confini, con la possibilità di utilizzare forza non letale, cioè per esempio proiettili di gomma, granate stordenti, gas lacrimogeni e pistole lanciareti. La misura è stata approvata con 151 voti a favore, 12 contrari e 27 astenuti. Il Parlamento è composto da 199 membri.» (Fonte: Reuters/LaPresse.)

Proiettili di gomma, granate stordenti e pistole lanciareti. Sì, proprio quelle che si usano per catturare le bestie feroci in fuga. Qui però, in Ungheria, Unione Europea, nell’anno del Signore 2015, serviranno a fermare chi tenterà di varcare il confine e a entrare nel paese senza permesso, magari scavalcando o aggirando l’osceno muro di filo spinato che il governo ha fatto erigere e il cui danneggiamento può costare fino a tre anni di prigione.

Fonte: Repubblica http://tinyurl.com/od5byl6

Mi capita talvolta di domandarmi cosa avrebbe pensato Primo Levi del ritorno sempre meno in sordina dell’antisemitismo, veicolato da deliranti teorie del complotto o mascherato da ipocriti proclami antisionisti, come un cancro metastatizzato e mai del tutto debellato, o delle pulsioni xenofobe che stanno attraversando sempre più impetuose e sempre meno carsiche il corpo sociale, in Italia come in altri paesi. O ancora cosa avrebbe detto di questa Europa politica ottusa, cattiva e meschina che sembra opporre solo indecenti balbettii, proclami vacui, ignominiosa indifferenza o cannoni ad acqua, manganelli, granate stordenti e muri di filo spinato se appena bussano alle sue porte poche decine di migliaia di esseri umani in fuga da guerre, dittature, terrorismo e miseria, uomini donne e bambini che attraversano deserti e mari tra angherie, pericoli e sofferenze, giocandosi davvero il tutto per tutto, rischiando davvero di perdere tutto – la vita – pur di darsi e dare ai propri cari una possibilità in luogo della morte certa.
Ci pensavo anche oggi, rileggendo la sua prefazione a Se questo è un uomo.

«A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager.»

Fonte: Common Dreams http://tinyurl.com/pgtrk5f

Io credo che anche oggi avrebbe usato parole forti, che non si sarebbe trattenuto dal chiamare le cose con il loro nome. Perché mi pare che Levi sia tutto fuorché un memorialista: è piuttosto un testimone che ci interpella nel presente e sul presente, che indicando il passato ne vede i possibili sviluppi e le possibili connessioni con il futuro. Una voce che dà l’allarme. Che continua a darlo.

«[Il Lager] è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.»

Fonte: Common Dreams http://tinyurl.com/pgtrk5f

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