Not hollow, not yet

Rileggere i miei deliranti, ridicoli, patetici diari dei diciassette-diciott’anni è penoso ma anche istruttivo, anzi benefico. Perché, tolta la cianfrusaglia, le chiacchiere, le pose, gli artifici puberali, tolto il rimpianto per ciò che sarei/sarebbe potuto essere e non sono/è stato, tolta la nostalgia per quello che è stato e non è più o per ciò che sarei potuto essere più decisamente e che invece sono stato solo debolmente, vorrei dire quasi vigliaccamente, tolto il dispiacere per tutte le strade che non ho imboccato, per tutte le esperienze che ho scansato, per tutte le occasioni che ho mancato, tolto tutto questo novantanove per cento, riascoltare la mia vocetta di merda e ripercorrere la mia vita di allora mi aiuta a ricordarmi una cosa che a volte gli affanni quotidiani rischiano di seppellire e nascondere e soffocare: e cioè che allora, a diciassette-diciott’anni, ho compiuto una scelta fondamentale in accordo con ciò che istintivamente sentivo conforme ai più profondi bisogni della mia anima; ho scelto di vivere in eccedenza rispetto al nudo esistere, avendo come faro e orizzonte qualcosa di più grande e più alto. Qualcosa – che la si chiami bellezza, che la si chiami poesia o letteratura, tutte parole messe qui a caso che non rendono manco per il cazzo l’idea di quel che vorrei dire – che nessuna routine per quanto ottundente e dispotica può cancellare.
Allora ho scelto così, seguendo per una volta l’impulso della mia anima e non prestando ascolto alla mia paura da bestia pavida. Non devo scordarlo. E soprattutto devo tenere presente che anche adesso, anche a quaranta e passa anni, com’era a diciotto, così deve essere la mia vita.
Lo è sempre stata, in effetti. La consapevolezza del permanere in me di questa eccedenza c’è sempre stata, anche nei periodi più bui, magari in modo inconsapevole, acquattata nell’ombra. Ma ogni tanto è bene che io me ne ricordi. Anche perché senza questa eccedenza e la sua imprevedibile ostinazione a voler sopravvivere in me, sarei ben poca cosa. Forse solo un uomo vuoto –
«figura senza forma, ombra senza colore,
forza paralizzata, gesto senza moto».

***

Sì, sì, è così. Se ci penso, tutti i momenti e i periodi migliori della mia vita – quelli in cui, a prescindere dalle circostanze esterne e della routine quotidiana, ho percepito questa salvifica eccedenza del mio essere e tutto intorno al mio essere – hanno coinciso con la percezione che la poesia (in senso lato, come capacità percettiva/espressiva dell’anima) scorresse forte in me.
Perciò, se e finché è viva in me questa fiamma o fiammella, la cui presenza è indipendente dalla mia volontà (mentre il suo spegnimento sarebbe mia responsabilità), il moto imperfettivo della quotidianità più soffocante non può svuotare la mia vita.
Finché conservo questa eccedenza, non sono ancora finito.

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Una risposta a Not hollow, not yet

  1. Mariasole Ariot ha detto:

    E’ per quell’eccedenza (che ho visto a partire dalla mia, di quei miei piccoli anni appena passati) che ti guardo sempre, ancora, sempre: come fratello. Che porta la lingua di quando taccio – o quel bruciare saggio ora urlato ora sacrale, ma che oltrepassa. E se non si sente è per sottrazione (la differenza tra il convesso e il concavo : ma fuori dall’angolo piatto). Mai nudo esistere. Mi permetto la presunzione di credere di saper riconoscere quell’eccedenza là dove è. Dove mi riconosco. Anche nella ferita che quell’eccedere indipendente dalla volontà provoca – e tutta la sua bellezza.
    Se dice l’etimo : ritirarsi, e indi camminare, andare

    ta souer

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