Glossopoiesis saved my life

Organizzatrice e ordinatrice del caos, igiene e purificazione del pensiero, droga mentale rilassante e lenitiva: come sempre mi accade nei momenti di forte inquietudine, angoscia o entropia spirituale, la linguistica mi fa da àncora di salvezza. Mi blandisce, mi ristora, dirotta le mie riflessioni in un campo neutro, algido e pulito come una vasta pianura innevata, lontano dai tumulti della vita e del mondo. È per me – che di matematica non ho mai capito niente, che ho sempre sofferto nei suoi confronti di un totale e insormontabile deficit cognitivo – la cosa più simile alla matematica, in quanto ad astrazione e purezza, cui la mia ottusità riesca ad avere accesso.

A volte è la linguistica diacronica, mio grande amore fin dalla tarda infanzia (quanti pomeriggi a tredici o quattordici anni trascorsi in biblioteca sfogliando il dizionario etimologico per trascrivere su agende e quaderni radici ed esiti in altre lingue, meglio se esotiche).
Altre volte, invece, è la costruzione della lingua artificiale che ho cominciato a immaginare e a inventare da ragazzino in concomitanza con la scoperta della linguistica e per merito o colpa dei libri di Tolkien.

È curioso, ma forse lo stesso JRRT ne sarebbe compiaciuto (visto che soffriva della stessa malattia o “vizio segreto”, come lo chiamava lui), che la lettura appassionatissima del suo ciclo cosmogonico-mitologico-epico mi abbia lasciato soprattutto questo amore per il linguaggio umano e per la creazione di lingue artificiali, laddove in molti altri suoi lettori (non in tutti, per fortuna) – soprattutto in Italia – ha prodotto colossali e luttuose scempiaggini ideologiche.

Comunque sia, volendo intorno ai tredici anni imitare Tolkien e creare a mia volta un universo mitico, con il suo corpus di leggende, la sua geografia e la sua storia millenaria, mi trovai naturalmente a dover creare una lingua (meglio ancora avrei fatto a fabbricarne diverse, ma sarebbe stata un’impresa sovrumana) per i suoi abitanti. Ciò che feci, con molta approssimazione e dilettantismo, e che ho continuato a fare nel corso degli anni, anche quando a un certo punto ho smesso di giocare con la creazione di mondi e le saghe fantastiche (mi rifiuto di usare il termine “fantasy”, che identifica un sottogenere di pseudo- o paraletteratura che ho sempre aborrito).

Così l’epos è scomparso, ma la lingua immaginaria è rimasta, passando attraverso innumerevoli trasformazioni. In altre parole, ho rinunciato (forse) alla mitopoiesi, ma non alla glossopoiesi.
A volte la abbandono, anche per anni; ma prima o poi arriva sempre il momento in cui riprendo in mano fogli e appunti e ricomincio a lottare con i problemi che di continuo nascono e si frappongono tra le mie grossolane e approssimative competenze in materia (sono sempre stato un dilettante) e il compimento della costruzione linguistica. Una regola fonetica produce cambiamenti radicali, una scelta morfologica o sintattica si ripercuote su tutta la struttura… Ogni volta, spostare anche solo un mattoncino, vale a dire modificare un fonema, una consonante, una vocale, significa terremotare impalcature pazientemente edificate in anni e anni.
Il tutto è aggravato dal fatto che nel praticare il mio vizio segreto non mi sono posto limiti o freni: la mia lingua immaginaria deve esistere su più livelli cronologici, ovvero deve esserci una protolingua, una forma arcaica, una classica e diversi esiti successivi. Inoltre la protolingua era probabilmente ergativa e agglutinante, mentre in uno stadio antico della sua evoluzione è divenuta una lingua accusativa flessiva, ovviamente con enormi ripercussioni sul sistema morfologico…

In queste settimane, dopo anni di battaglie quasi disperate, mi pare di essere finalmente riuscito a “domare” una delle bestie peggiori, cioè il sistema verbale. Certo ci sarà ancora molto da sgrossare, aggiungere, cambiare ecc., ma questa volta sento di aver imboccato la strada giusta.

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2 risposte a Glossopoiesis saved my life

  1. aitanblog ha detto:

    É vero che ogni cambiamento si ripercuote sul sistema; ma le lingue sono piene di eccezioni che, si usa dire, confermano la regola (come i politici che entrano dove non si può entrare con il grimaldello del “lei non sa chi sono io”; ma forse questa è più una sottoregola.)
    Non ho mai letto Tolkien, ma fin da bambino parlavo con mio padre una lingua infarcita di parole familiari, molte delle quali venivano da suo padre. E mi è sempre piaciuto inventare poesie in lingue o dialetti inesistenti (ogni poesia col suo proprio codice).

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Epperò di solito anche le eccezioni i casi particolari – paradosso? – seguono una norma! Insomma, nelle lingue anche le irregolarità sono regolari…

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