Cinque feste della città di A.

(Fine settimana di caroselli, zucchero filato e autopiste al paese. Così metto qui un racconto non-racconto che avevo postato sul Primo amore qualche tempo fa.)

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Quand’ero piccolo, nella casa in cui vivevano i miei nonni e mia zia trovavo la salvezza e un paradiso. Era un appartamento in affitto al primo piano in Corso XX Settembre, con il balcone del salotto affacciato su Piazza Cavour come un palco d’onore. Dettaglio non trascurabile, perché in ottobre, durante la festa del paese, la piazza si riempiva di giostre e allora da lassù potevo dominare la scena come un principino feudale. Poi, quando ero sazio di contemplazione e i muscoli cominciavano a vibrare per l’euforia, mi bastava scendere una rampa di scale, uscire dal cancelletto e lasciarmi rapire da quel turbine che era proprio come ci si può immaginare: aria pungente, la sera ormai lesta a calare, profumi di zucchero filato, frittelle e caldarroste, fiumane di famiglie a passeggio, ragazzini solitari, bande di adolescenti, luci ovunque e su tutto un’irresistibile cacofonia di voci, urla di imbonitori, scampanii, melodie d’organetto, jingle elettronici.
Le bancarelle costeggiavano su entrambi lati tutto il viale fino all’altra piazza, dove si trovavano le giostre più imponenti e pericolose, quelle per i grandi, calcinculo, tagadà, autoscontri, piovre giganti, da un certo anno in poi addirittura una sala giochi. Passando di bancarella in bancarella, quand’ero piccolo, cercavo avidamente con gli occhi quelle stipate di giocattoli plasticosi. Cominciava una contrattazione, con mio padre o più spesso con mia zia. Me lo compri? No, non vedi com’è brutto? Ma a me piace! Come fa a piacerti quella schifezza? E il dinosauro Made in Macao o Made in Hong Kong finiva nelle mie mani, e a lungo sulla via del ritorno, mentre gli adulti si rifornivano di torrone che avremmo sgranocchiato compulsivamente prima e dopo cena, l’avrei tenuto stretto e annusato, inspirando per assorbirne il più possibile l’irresistibile aroma di gomma.
Proprio sotto il balcone della nonna, appena al di là della strada, c’era un carosello particolare, sempre lo stesso e sempre nello stesso punto, diverso da tutti gli altri. Tanto quelli erano vistosi, con loro cavalcature improbabili dai colori smaccati – lombrichi fluorescenti, personaggi dei fumetti, astronavi con luci intermittenti – quanto questo era elegante e severo, di una bellezza d’altri tempi. I cavallini erano vere e proprie riproduzioni in miniatura di cavalli, avevano finimenti in cuoio e code di crine. Forse proprio per quella sua bellezza antiquata, così eccentrica rispetto alla rutilante pacchianeria da luna park che lo circondava, piaceva molto alla nonna, che non smetteva di lodarlo, e forse proprio per lo stesso motivo piaceva meno di tutto il resto a noi bambini, che lo disertavamo volentieri. Era una giostra inattuale, sopravvissuta abbastanza a lungo da entrare di soppiatto nell’era dei cartoni animati giapponesi, ma troppo poco seducente per la nostra estetica in fasce, che cresceva nutrendosi di televisione commerciale, spot pubblicitari e meravigliose sorprese di polivinilcloruro in ogni confezione. E troppo fuori sincrono per poter resistere ancora a lungo in quell’angolo di piazza. Qualche anno dopo è scomparsa, in un anno che non saprei identificare. Non so di preciso quando, perché all’epoca non ci ho fatto caso, preso com’ero dal mio lento crescere e cambiare, distratto da tante altre cose e dai piccoli sommovimenti della mia carne e del mio cervello.

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A un certo punto il mondo è cambiato. Gli adulti intorno a me hanno smesso di comprare il torrone o hanno cominciato a comprarlo controvoglia, come un obbligo e uno stanco dovere d’obbedienza a un’usanza ormai sorpassata che procura solo tedio. Hanno smesso di portarmi a vedere le bancarelle, hanno smesso di portarmi sulle giostre. È successo impercettibilmente, con un procedimento distribuito nell’arco di anni. Eppure a un certo punto, in un certo anno, il cambiamento è diventato percettibile, anzi persino evidente.
Ho cominciato ad aggirarmi da solo tra le giostre, da una piazza all’altra, fingendo una disinvoltura che pensavo potesse mascherare la timidezza, lo spaesamento, la solitudine. Mia sorella era troppo piccola, i grandi erano troppo vecchi e non avevo amici della mia altezza con cui condividere il turbine di luci e di rumori. La festa del paese era un dolore insopportabile, un vagabondaggio disperato, un rimuginio silenzioso con i piedi sospesi tra due epoche della mia vita. L’odore di gomma dei dinosauri e i giocattoli plasticosi attiravano ancora la parte della mia carne e del mio cervello che era rimasta bambina, ma l’aureola di pelucchi nerastri intorno al pene, il sudore sempre più cattivo sotto le ascelle e gli sbalzi di voce dicevano chiaramente che in me un’altra carne e un altro cervello stavano crescendo. Allora andavo a rinchiudermi nella sala giochi, facendomi largo tra giubbotti più grossi di me, facce butterate dall’acne di adolescenti attaccabrighe, teppistelli in erba del Bronx locale. Mi aggrappavo ai joystick, scappavo da squali elettronici, sparavo a dischi volanti di pochi pixel, sfrecciavo per poche decine di metri virtuali su macchine futuribili, sempre maldestro e privo di talento, sempre affetto da spaventose emorragie di gettoni.

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Gli anni sono passati, travolti dalla piena degli anni, ammucchiati gli uni sugli altri eppure infiniti, e tutto intorno a me continuava vertiginosamente a cambiare. Gli adulti non compravano più il torrone, non ci si vedeva più spesso tutti insieme come un tempo intorno al tavolo del salotto che dava sulla piazza per sgranocchiarlo compulsivamente prima o dopo cena. La casa in Corso XX Settembre stata affittata a qualcun altro che l’aveva usurpata, scacciando mia nonna in un appartamento più grande, lontano e privo di ricordi, in cui lei si aggirava smarrita come un’esule in terra straniera. L’aria era sempre satura di caldarroste, fumo, olio di frittura, zucchero bruciato, sigarette, ma i giocattoli avevano un aspetto alieno, i bambini continuavano a sporgersi oltre il bordo delle bancarelle a sbirciarli con occhietti pieni di libidine e invece a me non dicevano nulla, non erano nemmeno lontanamente paragonabili ai robot di plastica della mia infanzia, non avevano l’odore inebriante dei miei dinosauri di gomma, che adesso giacevano in qualche scatolone in garage o in cantina, mutilati, smangiati, scoloriti. Nessuno più ci giocava e di certo non ci avrei più giocato io, che ero troppo grande, troppo furbo, troppo preso dall’aroma di fica, mentre con i miei amici mi aggiravo tra le due piazze con aria da principe feudale, armato di pettinatura oscena e scarpe oscene, e deodorato sotto il giubbotto osceno per coprire il cattivo odore della pubertà. E attraversavo la festa come un mozzo acheo in perenne stato crepuscolare. Il branco si fa forte del suo numero e avanza, ottuso, idiota, sedicenne, con la forza dei muscoli e degli ormoni. Aspira l’odore di fica e si guarda intorno con occhi da vitello triste che non può ancora copulare.

***

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Poi ho smesso di partecipare alla festa. La nonna era morta da anni e gli adulti avevano altre storie in ballo, altri problemi. Invecchiamo, dicevano, e se ne stavano a casa a guardare la televisione o andavano via per il fine settimana con le amiche. L’unico torrone che girava per casa era quello morbido in offerta all’ipermercato. Le persone con cui avevo razzolato tra le due piazze continuavano ad aggirarsi in mezzo alle giostre e a bazzicare gli autoscontri, sempre con gli occhi bovini e le narici protese in cerca di odore di fica, ma sempre più grandi e ingombranti e patetici.
Preferivo restare solo, soffrire da solo. In quei giorni, quando le auto intasavano il mio suburbio di solito così spopolato e sonnacchioso, correvo in bici alla stazione, salivo sul primo treno e fuggivo verso la metropoli che era il mio Oriente. Dal finestrino, sporgendomi, la vedevo nereggiare all’orizzonte sotto una cappa grigia e viola di smog. E una volta là, protetto da un rassicurante anonimato, su una panchina di marmo scrivevo storie morbose sulla festa del paese.
«Non vedrò l’ora di uscire finalmente all’aperto e di mescolarmi alla folla. Con gli abiti eleganti che indosserò, oserò persino pensare di ammaliare le ragazze più carine… Poi, di pomeriggio, preparandomi, non riuscirò a trovare il cappello nuovo che mi è stato regalato e che vorrei mettermi. Mia madre alzerà le spalle e negherà di averlo toccato, così dovrò credere che me l’abbia preso mia sorella, che me l’abbia perso lei. Comincerà un litigio breve e appiccicoso, si farà tardi, i miei abiti non mi sembreranno più tanto eleganti e anzi, goffo e impacciato, mi limiterò ad aggirarmi timidamente tra le bancarelle più periferiche senza comprare né torrone né zucchero filato.»

***

04

Nel dormiveglia cammini o sei immobile, inerme, senza scampo. È difficile distinguerlo. Perciò non avrei saputo dire con certezza se le mani verdi di un’ondina stessero cercando il mio ventre per immergervi un pugnale di legno imputridito o se mi trovassi ancora sulla via del ritorno. Può darsi che non si trattasse nemmeno della strada verso casa, perché c’era molta nebbia e non ricordavo alcuna partenza, alcun distacco, alcun addio, e se si è via da sempre non esiste alcun luogo da cui separarsi o a cui tornare. Dev’essere stato così. Non c’era nemmeno la strada. Solo la nebbia della notte terminale o del mattino presto, prima della prima luce, un marciapiede, muri e cancelli dalle bocche cucite. C’erano foglie secche che si sbriciolavano sotto le mie scarpe, c’era un silenzio grande e preistorico in cui mi sembrava persino di riuscire a sentire il respiro delle lucertole acciambellate nei rifugi sotterranei, il crepitio con cui la loro pelle squamata si tendeva e si distendeva intorno ai toraci come piccoli mantici.
Andavo avanti alla cieca, ma non è detto che non fossi invece nascosto da qualche parte lì vicino, dietro una finestra chiusa, nell’ombra, sognante o rannicchiato su una sedia in una postura da fuco vicino alla fiamma azzurrognola del fornello su cui sobbolliva l’acqua per il tè, con le orecchie tese a ogni minimo scricchiolio di passi sulle foglie.
Il mondo prima dell’alba era livido e tempestato di fosfeni. C’erano sassi, radici e cassonetti della spazzatura. Macchine parcheggiate, glassate di polvere nera, abbandonate da ere immemorabili. Quanto dovevano ruminare, ancora più sotto, i taciturni eserciti dei lombrichi? Quanta poltiglia di sabbia e reliquie dell’ordoviciano stava attraversando i loro tubi digerenti da una bocca all’altra? Quali minuscoli e immani spostamenti di masse minerali, quali furtivi smottamenti di zolle tettoniche? E perché non cadevo, perché non sprofondavo? Ma forse in quel momento ero disteso, al riparo tra le valve della mia conchiglia di cotone e piumino sintetico, e muovevo le gambe o i tentacoli per un semplice disordine chimico cerebrale.
I bagliori sono aumentati e l’aria si è riempita di buffi suoni. Sembravano pezzetti di melodie spiaccicate contro i vetri o soffiate dentro bolle di gelatina. Andavo avanti nel brusio crescente o forse ero fermo e ogni cosa si muoveva verso di me. La nebbia si è aperta e mi sono ritrovato davanti alle giostre.
Doveva essere la piazza del paese, sebbene il buio mi impedisse di distinguerne i contorni. Tutto quel vagare senza meta, ho pensato, per finire qui un’altra volta, come quand’ero piccolo…
C’erano il carosello dei cavallini e quello delle astronavi, l’autoscontro, il calcinculo e la piovra gigante. Nella piazza ero solo, ma sulle giostre e sulle piattaforme era radunata la piccola folla dei morti. Se ne stavano zitti nella palta di luci e musica, e avevano occhi miti e spenti.
Mi sono avvicinato piano piano alla giostra dei cavallini. La nonna mi ci portava sempre, quando veniva la festa. Diceva che era la più fine. Dovevano avermici portato anche ora, perché mi sono riconosciuto, seduto su un puledro baio, bianco in viso in mezzo agli altri morticini come me. Eravamo tutti intabarrati in giacche a vento di una o due taglie troppo grandi. Avrebbero davvero patito tanto freddo, altrimenti, i nostri piccoli corpi dal sangue stagnante.
Sono rimasto per un attimo in disparte a osservarmi trottare con aria compunta, quasi accigliata. Tra le mani stringevo un dinosauro di gomma e indossavo il mio vecchio passamontagna rosso.
Il giro è terminato. I corpicini bianchi sono scesi dai cavalli, chi da solo, chi con l’aiuto dei genitori. Mio papà e mia zia sono andati a prendermi, facendosi largo tra gli altri morti. Lui mi ha afferrato per le ascelle con le mani opalescenti, lei mi ha sistemato la sciarpa intorno al collo. Tra le labbra appena rosate stringeva una lunga sigaretta.
Anche la musica è finita. I morti si sono sparpagliati in silenzio ai quattro lati della piazza e sono scomparsi nel silenzio più grande. Ho seguito con lo sguardo la danza del puntolino ardente tra le labbra di mia zia finché non si è smarrito in lontananza.
Poi le luci si sono spente, e la nebbia e l’oscurità hanno inghiottito ogni cosa.

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