Bilancio provvisorio 2014

Nel 2012 ho pubblicato un libricino in cui raccontavo la breve stagione dei movimenti altermondialisti dal mio punto di vista, timido e discosto ma partecipe, di militante semplice e disarmato. Parlavo di Genova, ovviamente, ma anche di tutto ciò che è successo intorno a noi e a noi in quegli anni fugaci (così mi paiono adesso, ma forse è un’impressione applicabile a qualsiasi porzione di passato) e terribili: gli attentati terroristici, la destra al potere in America e in Europa, le guerre, la mobilitazione emotiva collettiva nel senso dell’odio e della guerra di civiltà…
Nel mio libro registravo anche, con sconforto e dispiacere, il progressivo venir meno di quell’altra mobilitazione, volta al bene e al sovvertimento rigenerante della realtà, di cui per troppo poco tempo ma con un coinvolgimento totale e un bisogno di dedizione assoluto mi ero sentito parte.

I ricordi collettivi e personali si mischiano e si intrecciano. Nel 2008, mentre negli USA finalmente le canaglie neoconservatrici cedevano il posto a un bonus imperator, sono diventato padre. Il privato mi ha lentamente assorbito, fino a prendersi pressoché tutte le mie energie. Una specie di riflusso personale? Non so. So che intorno a me, uno dopo l’altro, svanivano tutti i punti di riferimento ideale cui mi ero appoggiato negli anni precedenti. La delusione per una realtà politica sempre più asfittica e normalizzata – non solo in quella piccolissima, meschina porzione che si svolge a Palazzo, ma anche in quella esterna, antagonista, extraparlamentare, come si sarebbe detto un tempo – era grande, quasi insopportabile. Mi sono dedicato ad altre cose, anche se ho continuato a occuparmi di quanto accadeva intorno a noi e alle nostre vite. A scriverne, come in una specie di disperata forma di resistenza e testimonianza, sulla piccola rivista di cui facevo (faccio) parte.
In Italia, per esempio, tanto per restare nei dintorni, la destra innescava una campagna xenofoba destinata a toccare picchi di infamia non più visti nel nostro paese dai tempi delle leggi razziali, e quel che è più terrificante, con il consenso più o meno silenzioso di un’ampia fetta di opinione pubblica. Non fatta di sola propaganda, ma di precisi interventi legislativi. Impronte digitali prese a minorenni di etnia Rom, criminalizzazione degli immigrati clandestini, sostegno alle ributtanti pretese reazionarie della Chiesa…

Mia figlia cresceva, lentamente e velocemente. Gli anni Zero sono finiti, è iniziato un nuovo decennio. Ho chiuso con la musica, il gruppo con cui suonavo dall’alba dei tempi si è sciolto, ho appeso il basso a un chiodo. Berlusconi, anima nera dell’Italia, funestatore per vent’anni della vita sociale, ha imboccato il viale del tramonto (si spera in modo definitivo), peraltro senza che il canagliume cresciuto sotto le sue ali protettive subisse particolari tracolli.

Quando il mio libricino è uscito, per me è stato come porre l’epitaffio su un’epoca personale e collettiva ormai definitivamente chiusa. Dieci anni mi separavano dal me stesso del libro, eppure a me pareva che fossero il doppio, o il triplo.
Più o meno nello stesso periodo ho cominciato a non stare bene. Una lunga e noiosa sequela di disturbi di salute che mi ha poco gentilmente accompagnato per quasi due anni e che mi ha spinto sempre di più a chiudermi in me stesso, a disinteressarmi del mondo intorno a me, a vivere da recluso volontario nel piccolo insieme della mia vita privata.
Ho letto molto, ho lavorato, ho fatto il padre. Sono andato avanti e indietro dagli ospedali. Niente di serio, solo tante piccole stronzate fastidiose.
Non è stato asfittico come può sembrare. Prima di tutto perché la mia vita interiore, tutto sommato, si ostina a nutrirsi di roba buona, di poesia, libri, film, musica, vuole ancora farsi bella ogni mattina. E poi perché in silenzio, tagliando tutti i rami e quasi tutti i ponti, ho racimolato un po’ di tempo per scrivere un altro libro. Che non so se vedrà mai la luce, che magari è una bruttura, ma che comunque mi ha accompagnato per tutti questi ultimi anni, nelle ore strappate alle incombenze quotidiane, e ha contribuito in maniera enorme a dare un senso alle mie giornate, al mio calcare i piedi su questa terra.

Insomma, ho tagliato tutto il tagliabile. Anche in termini di rapporti sociali ( già prima non è che fossi un compagnone, ma da un certo punto in poi, mi rendo conto di essere diventato piuttosto selvatico).
Ma così facendo mi sono scollegato dal mondo.
Ho smesso di tenermi informato. Anche perché ogni volta che provo a farlo, il disgusto e l’angoscia che mi colgono – delle vere e proprie sensazioni fisiche – mi spingono immediatamente a smettere.
Prima mi tenevo aggiornato, sempre meno con i giornali e sempre più sul Web. Del resto non ero io stesso un “attivista” della scrittura in rete? Eppure c’è stato un momento a partire dal quale ho staccato la spina anche lì.
Da anni non compro né sfoglio più un giornale. Non lo dico con orgoglio, semmai con una punta di vergogna. Perché così facendo ho comunque rinunciato a interrogarmi/informarmi. Ho ignorato le catastrofi umanitarie africane, le crisi ucraine, le guerre mediorientali. È sbagliato, lo so, ma è andata così: ho scelto, per una volta nella mia vita, di seguire ciò che il mio istinto mi dettava. Di assecondare un bisogno forte e insistente dell’anima.

Mi coglie una sensazione strana, se provo a sovrappormi al me stesso di una decina di anni fa o poco più. Allora prendevo il Manifesto, come da copione, e ogni settimana avevo appuntamento fisso con quella rivista altermondialista tanto amata e tanto detestata che si chiamava “Carta”.
Il Manifesto esiste ancora, ma da quel poco che ne so vive un lentissimo crepuscolo agonico. Le poche volte che l’ho sbirciato, in questi anni, l’ho trovato di una pochezza sconcertante. Quanto a “Carta”, non esiste più da tempo.
Allora protestavo contro la guerra in Iraq e al mio balcone penzolava la bandiera della pace. Adesso non provo un’oncia di amore in più per le bombe, eppure le posizioni dei pacifisti mi sembrano così pateticamente fuori dal mondo, così inette, così obsolete, autoreferenziali e – lo dico? Sì, lo dico – paracule che mi manca il fiato e provo lo spiacevole impulso di attaccar briga e prendere qualcuno a schiaffi.
Cos’è successo? Di chi è la colpa? Sono io che sono cambiato? Cammini differenti? O qualcuno è rimasto fermo mentre il mondo intorno si muoveva?

Tra questa primavera e questa estate credo di aver toccato l’apice (o il fondo, a seconda dei punti di vista) di questa specie di ritiro o clausura interiore. Ho cominciato a non parlare più nemmeno con me, a lasciarmi andare per lunghe ore a un’assenza da me animalesca o vegetale (a finanche minerale). A desiderare di fermarmi su quei sentierini di montagna su cui non passa quasi mai nessuno. Di rompere anche gli ultimi legami di amicizia o comunque di consuetudine.
Sì, confesso che ho accarezzato l’idea di tagliare tutto. Di buttare via tutto. Di salvare solo il nucleo indivisibile della mia vita, che è la mia famiglia, la manciata di persone che amo. Di costruirmi una vita nuova ancora più appartata, invisibile. Lontano da un mondo che mi spaventa e ancora di più mi fa incazzare. Dico “mondo”, ma è sbagliato: dovrei dire piuttosto umanità, o collettività, o società. “Consorzio umano”, per usare un’espressione d’altri secoli.
Perciò forse è ora che mi fermi, e che con uno sforzo dia una sterzata alla mia traiettoria, verso un altro punto non previsto, non avvistato, nello spazio aperto dell’esistenza.
È dura.

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