Idioletto famigliare #11. «Brüscìtt»

La famiglia è anche il luogo della convivialità e della condivisione del cibo (o se vogliamo il luogo dell’incubo della convivialità – ma questo è un altro discorso), perciò è fatale che parecchie voci di questo mio idioletto famigliare siano nomi di cose che si mangiano.

I brüscìtt, per esempio. Una parola dal suono non già lombardo ma addirittura lombardissimo, con quella vocale turbata che ti costringe a piegare le labbra in una smorfia tra il borbottone e l’ingrugnito che è, di fatto, un ottimo riassunto mimico-facciale del carattere collettivo tradizionalmente associato al cliché dell’aborigeno lombardo (da non confondere con il cliché del milanese, il baüscia spocchioso e un po’ arrogante che strascica le “a” e le “e”). Sia detto per inciso: il baüscia esiste davvero, ma è solo uno dei tanti tipi umani che popolano la metropoli meneghina. Insomma, com’è ovvio non esiste il milanese, né come carattere né come aspetto, tanto più che – caso unico in Italia – milanesi si diventa (impossibile, al contrario, diventare romani, napoletani, fiorentini o veneziani: bisogna nascerlo).

Invece mi azzardo ad affermare che il lombardo esiste: o meglio esiste una tipologia umana assai diffusa in Lombardia, ancora chiaramente visibile non appena si esce dalla cintura dell’hinterland e ci si inoltra nella polpa della Padania Infelix, nei paesi dai nomi che finiscono in “-ate” e in “-ago”, o tutt’al più in “-asco” (che sembra testimoniare la persistenza di un sostrato ligure o comunque pre-indoeuropeo: d’altronde cos’erano probabilmente gli Insubres, se non un ibrido celto-ligure?); riconoscerla caratterialmente, come si è detto, è facile: diluvio di vocali turbate e lamento perenne (lo scavo del comune per cambiare il tubo del gas sul marciapiede, un lavoro fatto male da operai terroni che non sanno usare la ruspa; gli uffici comunali han fatto su un casino come al solito e bisogna perdere una settimana a inseguire le pratiche, colpa degli impiegati terroni che non hanno idea di cosa significhi “lavorare”, ça va sans dire); ma individuarla somaticamente è se possibile ancora più semplice: mascella imponente, labbra strette, tempie larghe, cranio mesocefalo, statura media, complessione robusta. Et voilà gli Insubri – che a detta di Polibio dormivano sullo strame e avevano costumi barbari – così come dovettero apparire già agli occhi dei Romani (che peraltro, a giudicare dalla statuaria latina, tanto diversi non dovevano essere: forse appena un po’ più scuri per via dell’influsso mediterraneo). Volete un esempio? L’allenatore Giovanni Trapattoni.

Ma torniamo ai nostri brüscìtt, pietanza tipica delle brumose giornate autunnali e invernali. I gourmands e i campanilisti da bar vi diranno che i veri brüscìtt sono originari dell’Alto Milanese, del Varesotto o della zona di Busto Arsizio (dove si chiamano addirittura brüscìtti, con la -i finale – ma si sa che i bustocchi nulla humana loquuntur lingua sed oris sonum trucem emittunt), tutti luoghi dove ancora oggi vigono costumi barbari. Lasciateli parlare. I brüscìtt sono di tutti e non sono di nessuno. Comparivano regolarmente in tavola quand’ero piccolo, e grazie al cielo non sono né di Busto né di Varese; ma ancora oggi li mangio spesso e volentieri, soprattutto in virtuosa associazione con un buon mezzo quintale di polenta fumante. Così buoni, così goduriosi, e pensare che non sono nient’altro (e dici poco!) che carne trita di manzo cotta con chiodi di garofano o semi di finocchio, un po’ di burro e un bicchiere di vino rosso. Se proprio si vuole, al posto del burro la trita si può far rosolare in olio con un battuto di cipolla, sedano e carotine; oppure le si può aggiungere un filo di salsa di pomodoro. Ma a me, personalmente, ’sti barocchismi meridionali mi convincono mica troppo.

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