Idioletto famigliare #9. «Bìroli»

Ci sono misteri insoluti e probabilmente destinati a rimanerlo. Il Bloop mante volte registrato dal NOAA durante l’estate del 1997 nelle profondità dell’Oceano Pacifico fu prodotto da sommovimenti criogenici in Antartide o da un gigantesco essere vivente? La prima ipotesi è la più rassicurante, la seconda – ammettono gli scienziati a denti stretti – la più probabile. Ma se così fosse, aggiungono controvoglia, la creatura che l’ha emesso dovrebbe essere molto ma molto più grande della balenottera azzurra, che con i suoi 30 metri per 180 tonnellate è l’animale più grande di sempre…
Ma forse il Bloop è mal scelto, come esempio di mistero irrisolto, perché esiste un indizio importante, per la sua soluzione: il fatto è che apre una prospettiva talmente spaventosa da indurre qualunque studioso a rimuovere il tutto, onde non precipitare in una dimensione da incubo dove gli orrori superano ogni immaginazione. Sì, perché il punto abissale da cui il Bloop è giunto corrisponde pressoché esattamente all’ubicazione della città sommersa di R’lyeh, dove secondo Lovecraft «il morto Cthulhu sogna e attende».

Sia come sia, per restare in tema di immersioni e misteri, una fitta nebbia circonda l’etimologia della parola «bìrolo», che sembrerebbe di origine dialettale ma della cui storia nessun linguista diacronico sembra essersi mai interessato. Io stesso me n’ero dimenticato, prima che mia sorella me la rimembrasse, perorandone giustamente l’inserimento tra le voci del mio idioletto famigliare. Sì, perché io e lei vi ricorrevamo di frequente allorquando, bambini, venivamo gettati nella vasca da bagno per il consueto lavacro. Gettati insieme – è bene specificarlo –, perché la vasca era piuttosto lunga e noi due eravamo ancora piuttosto corti. Del resto, solo venti mesi separavano la mia nascita dalla sua. Posti l’uno di fronte all’altra (a me toccava la parte della vasca più scomoda, con il tappo e il pomello di chiusura, forse perché ero il più vecchio o forse perché il maschio la tempra la cavalleria ecc.), mentre le mani del genitore o della genitrice sfregavano vigorosamente le nostre epidermidi per liberarle dal sozzo impasto di sudore, sabbia e nutella che le ricopriva, noi ci godevamo lo spettacolo dei playmobil divorati dal nostro squalo – anzi dal nostro megalodon – di gomma, indi mi esibivo nel numero dell’emersione del sommergibile (e lascio a chi legge il compito di indovinare cosa adoperassi per simulare il periscopio). Quello era il segnale che l’abluzione era finita. Il pomello veniva fatto ruotare, il tappo si solevava. Ci alzavamo in piedi e a turno venivamo estratti dalla vasca per essere asciugati.
Ecco dunque che ce ne stavamo lì in attesa, con i piedi ancora in ammollo, e mentre l’acqua che veniva risucchiata giù nello scarico creava un piccolo maelstrom sopra il tappo guardavamo con stupore i grumi di schiuma biancastra che ne ricoprivano la superficie rimanendo via via sedimentati sul fondo della vasca nonché – lo ricordo ancora con un brivido di repulsione – sui nostri corpi. «Guarda quanti bìroli!» ci dicevamo con stupore misto a raccapriccio, domandandoci da dove mai provenissero, cosa mai li avesse generati, visto che, quando eravamo entrati, l’acqua era limpida. Era un mistero che le sbrigative spiegazioni scientistiche dateci dai nostri genitori – è il sapone, è la pelle secca, è il sapone più la pelle morta più lo sporco – non riuscivano minimamente a intaccare. Sì, perché ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn!

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