Il fienile onirico

il fienile CUT miniQualche anno fa avevo trascritto su questo blog un ricordo della mia prima adolescenza che, dopo essere rimasto sepolto in un angolo dimenticato della mia memoria, era improvvisamente riaffiorato superficie, ma circondato da un alone di indeterminatezza tale che avrei persino potuto credere – se non fossi stato proprio sicuro di averlo vissuto davvero – a una storia soltanto sognata e solo in seguito, senza volerlo, incorporata come un apocrifo tra i ricordi reali. Si trattava del ricordo di una serata trascorsa in campagna intorno ai quindici anni.
Il post in questione è del settembre 2011. Eccolo, lo rimetto qui:

«Domenica scorsa ho rincontrato per caso una persona – potrei definirla grosso modo un amico – che non vedevo più da vent’anni. In un certo modo è stato toccante, anche se soprattutto per l’improvvisa e prepotente riemersione di molti brandelli di ricordi relativi a un periodo molto breve e luccicante della mia prima giovinezza.

In effetti, se torno indietro col pensiero a quell’epoca e a quel me stesso di allora, che per molti versi (non tutti) è distante dal me stesso attuale quanto la Nube di Magellano, devo confessare che, malgrado una situazione familiare spesso complicata e nonostante la perdita di un’amica cara, tra i quindici e i diciassette anni sono stato spesso molto felice.

Di quell’epoca fugace ho un ricordo che è rimasto a lungo sepolto in un punto nascosto e molto profondo della mia memoria. Non ne ho mai parlato né scritto, anzi per molto tempo, addirittura, me ne sono completamente dimenticato. Poi, all’improvviso, qualche anno fa, è tornato alla luce. E’ un “oggetto” strano, qua e là consumato fino alla trasparenza onirica. Non so più neppure situarlo con esattezza: può risalire alla tarda primavera dell’89, e di sicuro non supera quel limite temporale; ma è più probabile che risalga all’anno prima, forse all’inizio o alla fine dell’estate 1988.

Si tratta di una scampagnata serale che ho fatto con un gruppetto di coetanei con cui di lì a poco e per i due anni successivi avrei fatto comunella – gente che frequentavo sia a scuola sia all’oratorio, dato che in una realtà di strapaese come quella di Abbiategrasso le due cose spesso si sovrapponevano: vicini di quartiere, spesso provenienti da famiglie già legate da reciproca conoscenza (frase ricorrente di mia madre: “Sua mamma era in classe / veniva in parrocchia con me”), compagni di banco e di cresima e così via. Dico “di lì a poco e per i due anni successivi” perché, più ci penso, più sono orientato a situare il ricordo in qualche punto dell’estate ’88.

(Perché insisto tanto su questa piccola incertezza cronologica? Perché, a differenza di adesso, all’epoca anche solo tre mesi rappresentavano interi evi, per la velocità con cui si cambiava e si cresceva: figurarsi un anno. Nel giugno del 1988 ero un ragazzino molto diverso dall’adolescente che sarei stato poco tempo dopo, a settembre, di ritorno a scuola; e nel giugno dell’89 ero una cosa addirittura aliena.)

Comunque sia, quella sera andammo in bicicletta per i campi, per qualche strada di campagna. Forse quella per la Ca’ di Biss, o forse quella che passando per Ozzero si perde nei prati verso Morimondo. Qui la memoria si è pressoché cancellata. Eravamo maschi e femmine insieme, ma per qualche strana magia non c’era alcuna tensione ormonale, quella sera, contrariamente al solito: solo – si fa per dire – una grande e tranquilla schiettezza di rapporti, quasi una specie di cameratismo gentile (uso volutamente questo termine evocativo della gentilezza stilnovista).

Nel mio ricordo confuso e ormai inestricabilmente mescolato al sogno, a un certo punto scoppiò un temporale e noi trovammo riparo in un fienile, con il permesso del proprietario. Poi, mentre spioveva e il cielo al calar del buio si imbluiva e la terra esalava i suoi profumi umidi e i suoi rumori d’insetti, passammo il tempo allungati sul fieno, conversando e strimpellando pigramente la chitarra.

Tutta questa scenetta bucolica sembra inventata, zeppa com’è di situazioni archetipiche (la chitarra, il temporale, il fienile, l’allegra brigata di giovani imberbi e fanciulle in fiore…), o scopiazzata da qualche film di Rohmer. Eppure, salvo qualche dettaglio, sono sicuro di averla vissuta veramente.

Ora, mentre la trascrivo qui (e perché, poi? Per chi? A chi altri oltre a me può interessare questo ricordo? Questo è lo stupido meccanismo esibizionista del blog che ciclicamente ritorna), mi domando irresistibilmente se si sia impressa così solo in me, se io sia veramente l’unico essere in tutto l’universo a serbarne il ricordo, o se qualcosa è rimasto sepolto nella memoria di qualcun altro tra i miei compagni e le mie compagne di quella sera. Adolescenti che adesso sono uomini e donne, estranei gli uni agli altri, incastrati dentro vite diverse e in lenta corsa lungo traiettorie divergenti.»

Perché ci torno su? Giovedì pomeriggio, complice una scappata a casa dei miei, approfittando della bella giornata mi sono fatto prestare una bici e me ne sono andato a fare un giro nelle campagne verso il Ticino. Ho imboccato via Cassolnovo, sono passato di fianco al vecchio Mulino, alle case rurali, alle risaie, e mi sono inoltrato in quel paesaggio agreste fischiettando il tema di Atom Heart Mother (non a caso: mucche ed erba tutt’intorno). Poco prima della Ca’ di Biss, all’improvviso, con la coda dell’occhio ho scorto una sagoma nei campi alla mia sinistra. Era un fienile isolato. Chissà quante volte nel corso degli anni ci ero passato di fianco senza farci caso… Ho proseguito per qualche metro prima che nella mia mente gli ingranaggi cominciassero a ruotare e mi rendessi contoche… Ho inchiodato la bici. Sono tornato indietro. Sulla stradina non c’era nessuno. Rumore di miriadi di cicale, rane, ronzio di bombi e di trattori in lontananza. Ho guardato meglio. Cazzo! ho esclamato irresistibilmente, mentre con la mano mi schiaffeggiavo la fronte. Eccolo lì, il mio fienile onirico!

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