Idioletto famigliare #6. «Belé»

Gioia, gioiello, bellezza nel senso di “thing of beauty” e perciò, spesso, “bel bambino”.
“Belé” è una parola milanese che nella mia famiglia veniva usata pressoché esclusivamente dalle donne: linguaggio femminile, dunque, e della più pura acqua. Quand’ero piccolo e ancora bello, anzi bellissimo, mamma, nonna e zia mi apostrofavano sovente così, con uno scoppiettante «Ciao Belé!», oppure mi si rivolgevano con un ammirato «Va’ che belé che ta seet!» o ancora con un entusiastico «Ta see propi un belé!» allorché, tutto agghindato secondo le loro insindacabili inclinazioni vestimentarie, mi apprestavo a compiere il rituale giro in centro (Corso XX Settembre, Piazza Marconi, Streccioeu, Corso Matteotti, fontana del Castello, parco, allée anzi Allea et retour), convinto a fatica e soltanto dietro la promessa della coppetta all’amarena o del cono tutta panna montata che avrei lappato in attesa di discendere in quella meravigliosa trincea onirica ch’è stata, è e sempre sarà, in tutte le sue metamorfosi e ipostasi, la Fossa Viscontea.

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