Idioletto famigliare #1. «A»

«A» come il pronome enclitico che ho sempre sentito usare dai miei quando si esprimevano in vernacolo e che ho sempre usato a mia volta: sempre con naturalezza inconsapevole, come è giusto che sia quando si parla una lingua madre (o padre). Finché non ho preso le distanze dal vernacolo e cominciato a osservarlo con gli occhi acuti ma un po’ morti del linguista. È stato solo allora che mi sono accorto di quella vocale bella e timidissima che precedeva i verbi e per così dire li spingeva avanti, sulla ribalta.

Il milanese di città, il meneghino “colto” (esiste, sì, esiste eccome), l’ha abbandonata da tempo e non se ne ricorda più; ma fuori cinta, là dove la campagna sempre più trapuntata di tralicci e sempre più stuprata dai cementificatori si riprende un po’ di rivincite inutili intestardendosi a far crescere prati e a far scorrere rogge, per esempio dalle parti dove son nato, il pronome enclitico fa ancora capolino rotolando fuori dalla bocca dei vecchi parlanti aborigeni. E ogni volta che la sento mi si derva il cuore glottologo.

«A sun andaa dal prestiné», dirà mio padre rientrando con un sacchettone pieno di stirati, ciabattine, modenesi e – talvolta ancora si trovano – michette.

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