L’internazionale del XXI secolo

Sono solo appunti. Li scrivo qui direttamente anziché sul quaderno. Sì, grazie, no, non sono un granché come teorico, lo so :-)
L’idea è di sviluppare man mano i punti che qui butto più o meno alla rinfusa. Chissà se avrò mai il tempo di farlo?

Il problema è – anche – che a nessuno viene in mente di mettere insieme i lavoratori italiani e quelli polacchi (filippini, thailandesi, bulgari, coreani, cinesi ecc. – ebbene sì, perché no? anche cinesi!) per prendere a metaforici calci nel culo – tra gli altri – i davide serra e i dirigenti di electrolux.

E’ una cosa difficile ma entusiasmante, che si costruisce con fatica e richiede uno sforzo collettivo immenso, innanzitutto morale e intellettuale, a partire da un’assunzione di responsabilità individuale. Non scaturisce per così dire naturaliter dalla dialettica storica, come mi pare sostenesse Marx, né tantomeno è una specie di “entelechia” del proletariato: piuttosto, credo, è un processo volontario, contingente e non ineluttabile. Da cui la difficoltà, l’incertezza, la vulnerabilità.
Però magari alla fine si scopre che funziona.
Lo chiameremo internazionalismo? Internazionale di specie?

Certo è che oggi dobbiamo fare i conti con una dimensione e una prospettiva enormemente più vaste rispetto a quelle su cui, per i due secoli precedenti, si è costruita ogni ipotesi di rivoluzione della società umana. A partire proprio da qui, da questo sostantivo e da questo aggettivo, “società umana” – ma per sfondarli.
Perché oggi non è più pensabile pensare una rivoluzione nei termini di un mero rovesciamento dei rapporti di produzione (anche se la questione dei mezzi di produzione, nella sua strutturalità, resta centrale); perché non è più pensabile pensarla nei termini di un puro e semplice scontro di classe; e perché non è più pensabile pensarla in termini di sola umanità, secondo un’ottica antropocentrica che ormai da tempo appare inesorabilmente superata, angusta, parziale e perciò tutt’altro che risolutiva.
Quanto alle illusioni storicistiche che il marxismo condivideva con tutte le declinazioni del positivismo, appaiono oggi più obsolete del telegrafo. Per non parlare dell’industrialismo e dell’ideologia dello sviluppo, che forse solo qualche patetico novecentista scongelato dal freezer della storia (razza in via d’estinzione ma che ancora, inopinatamente, sopravvive nelle zone periferiche della sinistra politica e sindacale, sia essa moderata, riformista, socialdemocatica o veterocomunista) ancora si ostina a voler rianimare.

Oggi ogni pensiero rivoluzionario non  può prescindere:
dal fallimento del socialismo reale;
dall’inadeguatezza teorica ma ancor più pratica del marxismo, ovvero del suo hegelismo e del suo positivismo;
dal discorso femminista;
dalla nascita dell’ecologismo e dal fallimento teorico e concreto dell’ecologismo politico;
dagli studi e dalle proiezioni dell’Ipcc sulla catastrofe climatica globale determinata dalle attività umane.

Nel 2014 è impossibile prescindere da questi dati. Soprattutto dall’ultimo, che appare come il figlio paradossale del vincitore e dello sconfitto: cioè sia del liberismo devastatore sia delle ideologie anticapitaliste sorte nel XIX secolo e clamorosamente, tragicamente fallite nel XX.

Da cui si evince come, in fondo, il nemico non sia (più) solo e semplicemente il capitalismo/liberismo.
Che tuttavia è davvero ancora, come rilevava Marx nel Manifesto del partito comunista più di centocinquanta anni fa, l’unico vero internazionalismo realizzato:
«Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni.
Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell’industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale.
Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza».
Capitale globale.

Dunque una rivoluzione che non sia solo politica, che non sia solo sociale, che non sia solo umana. Che inglobi queste dimensioni pur importanti, ma trascendendole. Antonio Moresco ha voluto marcare lessicalmente questo “salto di specie” del concetto di rivoluzione, quando nel 2007 ha pubblicato sul primo numero della rivista “Il primo amore” un editoriale che è a suo modo già un atto fondativo del pensiero rivoluzionario del XXI secolo:
«Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura nuova, impensato, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti. Perché anche pensare non basta più. Abbiamo bisogno dell’impensato, dell’inconcepito. Ci vuole qualcosa di infinitamente più profondo di una rivoluzione: ci vuole una rigenerazione».

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