Gli anni novanta e il pendolare addormentato

Un post del mio amico e omonimo mi ha fatto tornare indietro con la memoria ai miei “lunghi” anni da pendolare: un decennio imperfettamente incastonato negli anni Novanta, dall’autunno 1992, quando iniziai a fequentare la Statale, alla primavera del 2001, quando mi sono finalmente trasferito in pianta stabile a Milano.

Dieci anni di pullman, tram e treni, di viavai lungo la Milano-Mortara, risaie e poi campi e poi terrains vagues, e poi i bordi sfrangiati dell’hinterland, e infine – in diretta dai finestrini – la dismissione dell’industrialismo, lo smantellamento fisico delle grandi fabbriche che nei decenni precedenti avevano caratterizzato Milano e la sua banlieue. Al loro posto, sempre in diretta dai finestrini, l’erezione cementizia dei condomini a torre, a falesia, la bolla dell’edilizia e lo sboom.

Lungo i corridoi del treno, invece, si susseguivano le mode e le stagioni. Il grunge, il brit pop, la jungle, le camicie a quadri, le adidas gazelle. Beverly Hills, Non è la RAI, Avanzi. Mani Pulite, forza italia, il centrosinistra. La fine dell’Urss, le guerre nel Golfo e nell’ex Jugoslavia, i pompini alla Casa Bianca. “Cuore” ogni lunedì, “Il Manifesto” dal martedì, la chiusura di “cuore”…

Dieci anni spesso molto brutti, costellati di piccoli e grandi vuoti, di disagio e inesperienza, di fatica spirituale, ma durante i quali non ho mai smesso di imbrattare quaderni e fogli A4, con esiti quasi sempre deprimenti. Intorno alla metà del decennio, poi – se rileggo soprattutto i miei tentativi poetici (ma anche le cose che scribacchiavo a mo’ di diario) me ne rendo conto chiaramente e con un po’ di imbarazzo -, ho letteralmente toccato il fondo, sia dal punto di vista psicologico che da quello (diciamo così) “letterario”.

Sarà anche per questo sprofondamento claustrofobico se, di quel periodo compreso grosso modo tra l’inizio del 1994 e l’inizio 1997, serbo sì parecchi e per lo più sgradevoli ricordi intimi ma quasi nulla che riguardi il mondo esterno, gli eventi della vita collettiva. È come se avessi attraversato quella breve ma interminabile epoca come un pendolare addormentato con la fronte appoggiata al finestrino grondante di condensa e gli occhi chiusi su sogni e – soprattutto – incubi del tutto autoreferenziali.

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6 risposte a Gli anni novanta e il pendolare addormentato

  1. Mariasole Ariot ha detto:

    I miei anni ’90 avevano le scarpe troppo grandi per falsare il piede, rivedere le proporzioni scheletriche, imitare un fratello. C’erano ancora i pranzi di Natale, i pandori a cui strappare il bordo di zucchero, i regali orfani. Mia nonna ripeteva il mio nome ovunque, con orgoglio, come se fosse un bel voto a scuola (e io a quel tempo lo detestavo): dicevo nonna, dài, ti sentono tutti. Appunto! Rispondeva.

    E aveva le superga fuxia sulle calze color carne, ci preparava gli oro saiwa mini con un sacco di marmellata all’albicocca, camminavamo nei boschi che non erano boschi d’estate – non conoscevamo ancora le montagne – e in centro ci si andava solo ogni tanto, forse mai. Gli anni delle biciclette per tornare a casa da scuola, dei diari con il lucchett, dei “mi odio-ti odio” scritti in rosso, i ti amo in un’altra lingua, un codice che anche oggi conosco solo io, i diari che passavano di mano in mano, le ragazzine già donne, le prime parole sospirate e non dette. Sigarette al mentolo, orribili, nascoste nei cassetti, primo bacio con la lingua strappata, l’albero delle ciliegie che ancora fruttificava.

    Un giorno mia cugina è volata a Tonezza. La tenevamo per mano io e la nonna, si è alzata la bufera, il suo corpo era troppo fragile, e i piedi si sono sollevati. Alcuni testimoni della storia non ci sono più, e a noi dicono che non è vero.
    La prima poesia era sul pagliaccio-verde-e fumo scritta nel diario di Lupo Alberto.

    Giocavo ancora con le bambole e i gatti, detestavo le Barbie, avevo almeno cinque valigette del dottore, perdevo pezzi ovunque, costruivo seggiovie da un lato all’altro della stanza, muovevo Zack McKracken con le freccette – prendi, muovi, mangia, togli, usa sushi nella boccia con cavatappi, togli sushi, vai verso aeroporto, sali autobus, usa scoiattoli a due teste con pane, usa pane con scoiattolo – ma avevo 11 anni, e le compagne già si truccavano: i giochi erano proibiti. L’imperativo era: nascondere almeno un po’.

    C’era lo zio cappuccino, che rientrava a casa tutte le sere dopo le scatole gialle scatole rosse, diceva prego signorina posso sposarla, poi gettava gli occhiali, poi compilava le cartoline dei giornali, quelle al centro, quelle del compila e avrai informazioni. Anni 36, sesso maschile, residente in via Boschetti numero 14. E noi non capivamo le sue cento voci, e lui non capiva le nostre. La sera toglieva la dentiera.
    Io appiccicavo le figurine in un diario a parte, mi rivolgevo al diario lasciando alcune righe vuote, scrivevo : “se ti va di rispondermi, non preoccuparti, ti leggerò solo io” – ma non ha mai risposto, e ogni tanto quando lo riapro arrossisco e mi dico che in effetti ero parecchio scema. Ma c’è una lettera scritta in corsivo in cui chiedo in regalo una bacchetta magica per il compleanno, per avere poi il dono dell’invisibilità e non essere vista da nessuno. E in fondo, mi accorgo che da allora non è poi cambiato così tanto.

  2. Sergio Baratto ha detto:

    (E’ incredibile come, fino a una certa età, otto anni di differenza cambino totalmente la percezione di una stessa epoca.)
    Mi piacerebbe che tu riuscissi a mettere questo commento su Les Miroirs.

  3. Mariasole Ariot ha detto:

    E come poi, anche se l’epoca era altra, io pochi anni dopo sia scivolata là dove tu eri pochi anni prima.

  4. Teo Lorini ha detto:

    Non ho colto tutto: ad esempio, chi è il tipo con quell’orecchia gigante a 1’34”?

  5. Sergio Baratto ha detto:

    Non saprei: come ho detto, in quegli anni ero assente. Bisognerebbe chiedere ai nati – che so? – nell’81…

  6. msariot ha detto:

    Teo Lorini, Sergio, vengo in vostro aiuto: Steve di Beverly Hills 90210. Io lo odiavo.

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