Una specie di arrivo-ripartenza

Primo novembre 2013. Mattina meravigliosa, qui a Milano (anche se mentre scrivo queste righe già si sta rannuvolando). Il cielo è limpido, l’aria fresca e pulita, la temperatura mite, persino troppo per la stagione. La luce ha la stessa qualità e lo stesso nitore di certi giorni di primavera, o tutt’al più degli inverni estivi ad Antibes. I marciapiedi sono tappezzati di foglie gialle. Sono uscito a fare un giro verso le nove e, siccome è festa, le strade erano quasi deserte. Tutto ancora semiaddormentato, poche macchine, radi passanti, gente con il corriere e la gazzetta sotto braccio e il cane al guinzaglio o corridori a dieta. Ho bevuto il solito caffè lungo al solito bar del cinese, quello gentile, con la testa grossa e l’italiano perfetto, appena colorito da una lieve inflessione meneghina. Poi ho camminato senza meta per i viali alberati del quartiere, al sole, come mi è stato detto di fare per accelerare la guarigione. Ho cercato di svuotare la mente, di non pensare a nulla: solo uno sguardo in tralice, automatico, ogni tanto, ai miei piedi per evitare di pestare qualche merda.
Non saprei descrivere il mio stato d’animo, ma per una volta il mondo intorno a me appariva dolce e pacificato.

A un certo punto ho pensato che potevo approfittare di questa pace e di questa dolcezza per fare di questo giorno sospeso un momento di svolta. Una specie di arrivo-ripartenza. Mi rendo conto che non è questione di volontà, che certe cose accadono da sole e mai quando le cerchiamo o le chiamiamo. Tuttavia vorrei provarci.
L’autunno scorso ho cominciato a soffrire di diversi disturbi di salute, più fastidiosi che seri, nessuno dei quali o quasi ho veramente ancora risolto; e questo mi ha portato a vivere per un anno in una specie di bolla. Ho come messo da parte le mie ambizioni e i miei progetti, e sono sprofondato in riflessioni non proprio allegre. Roba seria, anche, non solo semplici contorcimenti depressivi o pensieri parassiti. Ma le meditazioni sui massimi sistemi vanno bene finché non si mangiano tutto il resto. E nel mio caso davvero si stavano prendendo tutto.
Stamattina, mentre passeggiavo incespicando sulle radici dei tigli nascoste sotto l’asfalto crepato e rigonfio, mi sono detto che ne avevo abbastanza. Che un anno trascorso così era più che sufficiente e che, malato o guarito, era ora di uscire da questa bolla.
In un certo senso, mi pare che la guarigione consista proprio in questo: nell’essere sani anche nonostante gli acciacchi.

In fondo, proprio come tutti, non so che fine farò, e dove e quando e come. Ma finché resto qui, perché mai dovrei smettere di andare avanti?
Ho quarant’anni ma sinceramente me ne sento al massimo trenta e qualcosa, la barba è sempre meno nera e comincio a perdere i capelli sulla chierica, come mio padre, ma sono passabilmente snello e mi capita ancora che la gente si riferisca a me chiamandomi “il ragazzo”. Non sono una mente eccelsa, anzi intellettualmente sono davvero mediocre (la mia dannazione è che ho un’intelligenza elastica ma superficiale e molto volubile), ma sento di avere ancora delle buone idee da mettere per iscritto e so che riesco a scrivere bene, quando mi ci metto. Le persone che mi sono care invecchiano e non esiste nulla al mondo che possa restituirci il tempo passato, ma ho tutti i giorni a che fare con una figlia di cinque anni che ha già una personalità ben definita, profonda e terribilmente complessa.
Insomma, la condizione umana è crudele ma tutto è ancora aperto, tutto è ancora possibile.

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