La prima guerra

Ogni volta, ogni volta la stessa penosa scenetta: “Abbiamo le prove! Abbiamo le prove!”, agitando qualche fiala piena di piscio o sulla scorta di qualche non meglio identificata incontrovertibile inconsultabile testimonianza.
Ma perché dovrebbe rendersi necessaria questa ipocrisia? Tanto lo sanno tutti, che non è così! L’hanno capito tutti! Avessero almeno l’onestà di dire: “Attacchiamo perché ci va, perché è inevitabile, perché ci fa comodo, perché è un dovere morale, perché ce l’ha detto Sauron”…

“Ah, meno male! Allora sei un pacifista!”

Poi ci sono quelli che su siti di controinformazione autorevoli quanto un teorico del complotto plutogiudaico scrivono pezzi di alta geopolitica dall’incipit folgorante: “Ora vi racconto ciò che sta succedendo veramente in Siria [il luogo è ovviamente intercambiabile a seconda degli eventi] e che nessuno vi spiega”.

E ci sono quelli che assolutamente not in my name, Obama = Bush, Israele = Nazi, abbasso i porci imperialisti. Poi giri per i loro blog, leggi di straforo i loro profili Facebook rigorosamente e inavvertitamente settati sulla modalità “pubblico”, e scopri che gli sotto sotto gli piacciono un sacco gli Assad, i Gheddafi, i Putin, i Khamenei…

“Ah, ma allora sei anche tu a favore della guerra! Sei un filo-imperialista!”

Ah, e invece quello della Russia e dell’Iran non è imperialismo?

No, per te gli imperialisti sono sempre e solo gli yankee e i sionisti, i sonisti e gli yankee. Non esiste per te altra forza oscura all’infuori di quel sinolo. Sei un monoteista: il potere plutogiudaico è per te onnipotente, onnipresente. Nella tua teologia è l’unico artefice della storia, fa e disfa a suo piacimento, muove tutti i fili del mondo ed è invincibile.

Mi dispiace per te, ma non è vero. Perciò piantala di ridurre il mondo alla tavoletta del Risiko per farla coincidere con le tue tre idee preconcette in croce. Il mondo non è semplice, la storia non è semplice. Non sei in una puntata di Godrake, in un film di Ken Loach, in una canzone dei modena city ramblers.

[La prima guerra è quella della complessità contro la semplificazione. È una guerra disperata e all’ultimo sangue per la liberazione dalla menzogna e per la verità.]

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2 risposte a La prima guerra

  1. Mariasole Ariot ha detto:

    Faccio mie le ultime righe: guerra della complessità contro la semplificazione. Per la liberazione dalla menzogna e per la verità. Le semplificazioni mettono il cuore in pace, permettono di schierarsi facilmente (e altrettanto facilmente riposizionarsi altrove : basta un passo). Come fare una diagnosi, essere nominalisti, dare un nome alle cose per poterle inserire nello schemino preparato con largo anticipo, credere di poter comprendere tutto, e quando non lo si comprende, inserire l’oggetto nell’apposito buco (apposito non perché lo sia ma perché pare inacettabile he non ci sia). E’ un bisogno disperato di fare ordine là dove un ordine è impossibile , incapacità di lasciarsi bruciare dagli eventi, spiazzarsi, rivedersi, aprire al nuovo, stupirsi. C’è questo goffo fraintendimento che ha completamente capovolto la ricerca della verità (che poi è la condizione stessa della verità): le risposte sono già preparate, ci si limita a trovare le giuste domande per poi rispondersi con ciò che ci si è già detti. Forse si tratterebbe invece di rinnovare l’importanza della domanda, predisporsi all’incertezza e al disorientamento generato dalla complessità. Ogni riduzionismo, ogni risposta ben confenzionata è un altro dei tanti modi proteggersi dalla solitudine: cercare altri simili che la pensano come te che la pensi come loro – o come una sorta di altro generico che si aggancia alla moda o alla contromoda del momento (o della questione). Più difficile arrischiarsi nelle zone d’ombra, nell’incertezza, nel non-già-dato, nel complesso, perché là, quasi sempre, ci si ritrova soli, dissimili, interstiziali.

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Verissimo.
    Mi colpisce molto quando scrivi che la semplificazione – oltre che una forma di riparo dal caos – è un modo per proteggersi dalla solitudine. Non ci avevo mai pensato.
    Ma è così. Del resto questo senso di solitudine l’ho sperimentato ogni volta che mi sono sforzato di rompere i miei schemi precostituiti.

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