480 mesi

Oggi compio 480 mesi. Non mi dedicherò un’orrida poesiola come quando ne ho compiuti 360, ma – come ho già scritto qui da qualche parte, mi pare – mi fa una certa impressione pensare che quando ho aperto questo blog ero ancora, seppure per poco, un ventinovenne, e che dunque tra il me d’allora e quello che oggi sta pestando i tasti davanti allo schermo è trascorso più di un decennio. All’epoca vivevo a Milano da un paio d’anni, oggi sono addirittura un pater familias (si fa per dire).

Ho letto nel libro di un luminare della medicina che l’età percepita non sempre coincide con quella anagrafica ed è anzi molto più significativa nel determinare il grado reale di giovinezza/maturità/invecchiamento del nostro organismo (corpo e mente).
Il mio quarantesimo compleanno cade in un momento particolare. Ci arrivo dopo un inverno e una primavera difficili dal punto di vista della salute, e in effetti senza ancora aver risolto il problema (o i problemi). Quindi, dal punto di vista fisico, c’è poco da festeggiare ed è meglio che eviti di fare calcoli sull’età effettiva della mia carrozzeria.
Tuttavia, angosce e preoccupazioni a parte, devo confessare che raramente mi sono sentito così vivo dal punto di vista mentale e intellettuale. Sto attraversando una fase in cui la mia vita interiore è intensa e creativa. Magari passerà presto, probabilmente non darà alcun frutto duraturo, ma per il momento me la godo. E in questo caso sì, posso testare la veridicità della teoria sull’età percepita.

Ci pensavo l’altro giorno mentre tornavo a casa dopo la seduta di fisioterapia. Era un bel pomeriggio di sole (finalmente), e mi sono sorpreso a ricordare come vivevo e come mi sentivo a venti, venticinque anni. Non so perché: forse qualcosa nella strada che stavo percorrendo o negli odori di cui era impregnata l’aria ha funzionato come una madeleine. Significativamente non ho provato alcuna nostalgia, ma al contrario una specie di sottile orrore. A trent’anni stavo incomparabilmente meglio che a venti. E adesso, a quarant’anni, mi sento decisamente meglio che a trenta. È curioso? È strano? Non so, ma è così.

Anzi, nelle mie percezioni riesco a essere addirittura più preciso.
A vent’anni mi percepivo come un quarantenne. Ed effettivamente ero vecchio, vecchio dentro. Intorno ai venticinque ho avvertito un lieve ringiovanimento e ho cominciato a sentirmi come un uomo nel mezzo del cammino, cioè sulla trentina. A trenta-trentacinque avevo la buffa ma nitida impressione di aggirarmi tra i venticinque e i trenta. Adesso, oggi, a 480 mesi compiuti di fresco, la mia percezione è più complessa. Da una parte, proprio per il fermento interiore che sto vivendo, a sprezzo del ridicolo mi spingerei persino a dire che mi sento un ventenne. Dall’altra sento chiaramente di aver perso per strada almeno una piccola porzione della stupidità dei vent’anni, anche se continuo a sottoscrivere in toto il verso finale dell’orrida poesiola di cui sopra: “Sarà maturo quando sarò morto”. Ma la novità è che non me ne frega più niente della mia età anagrafica, a differenza di vent’anni fa.

Insomma, per dirla in poche parole, la carcassa si sta deteriorando (speriamo riescano a ripararla) ma di testa mi sento di gran lunga più giovane di ieri. E man mano che invecchio ringiovanisco. Come cantava Bobby Dylan, “Oh, but I was so much older then, I’m younger than that now”.

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