Rejoice

Le mattine di primavera soleggiate mi fanno venir voglia di essere altrove, di riavere quindici o sedici o diciassette anni, insomma di ridiventare adolescente ma senza le turbe adolescenziali e senza compiti in classe di matematica, solo con il buono dell’adolescenza, corpo snello e sodo, poche responsabilità, molto tempo davanti, innumerevoli futuri, infinite possibilità, mi fanno venir voglia di andarmene a spasso senza meta come allora, con Jukebox all’idrogeno nello zaino e lo sguardo ormonale, e poi al tramonto di tornarmene a casa e mettere su il vinile di Aoxomoxoa, quello preso da Supporti Fonografici, con la puntina che salta sempre all’inizio di “St. Stephen”, oppure tutto After Bathing at Baxter’s a un volume agghiacciante, dalla Ballata di me e te e Pooneil a “Saturday Afternoon”, e poi di sera tirerei tardi a commentare lungamente con l’amico chitarrista le acrobazie elettriche di Jorma Kaukonen nel flamenco acidissimo di “Spare Chaynge” o l’incedere erotico del canto di Grace Slick e del basso di Jack Casady in “Rejoyce” davanti a un bicchiere di Porto o di birra dolciastra posato su una tovaglia rossa, ruvida e spessa tutta buchi di vecchie sigarette, in quelle notti primaverili di provincia in cui il cielo si mangia tutto.

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