Il lavoro della memoria (musicale) #2

2. The Age of Paninari

[La prima “puntata” qui.]

Nel 1985, o al più tardi nei primi mesi dell’86, in quello che doveva sicuramente essere un sabato pomeriggio e che nel mio confusissimo ricordo era affetto da cielo grigio e atmosfera malinconica (ma non saprei dire se fosse davvero così) entrai dal Selva, l’ottico sotto i portici di Piazza Marconi che vendeva anche musicassette. O forse sarebbe meglio dire che sgattaiolai all’interno del negozio di soppiatto, tutto ingobbito per non farmi vedere da eventuali conoscenti di passaggio, vergognandomi a morte come se stessi entrando in un sordido retrobottega noto per vendere giornali porno. Va’ a sapere perché: all’epoca ero timidissimo, ancora più di adesso, cioè in pratica ero timido e vergognoso a livelli patologici, e per qualche oscura turba mentale mi ero convinto che l’atto cui mi ero risolto (e che mi apprestavo a compiere) fosse impuro e peccaminoso.

In realtà dovevo comprare una cassetta. Una cassetta in particolare, che avevo ben presente. Ma, se la mia memoria non falla, a determinare quel senso di colpa e di vergogna non era tanto l’oggetto particolare – che pure l’avrebbe meritato tutto! – quanto l’atto in sé di acquistare una musicassetta. Lo sa solo Dio, adesso, perché dovesse sembrarmi così.

Fatto sta che, da perfetto cattolico, mi tenni ben stretto il mio senso di colpa e commisi peccato.

Comprai un obbrobrio oggi giustamente scomparso dalla memoria del mondo, intitolato Deejay Time Colour.

Perché, in nome dell’Onnipotente, un dodicenne avrebbe dovuto comprare una compilation di hit commerciali più o meno recenti registrata dal vivo alla discoteca After Dark di Milano? Ma perché il pezzo d’apertura era nientemeno che “The Wild Boys” dei Duran Duran!
E perché quello era il momento d’oro della Duran Duran mania e di quel “movimento” paninaro di cui la band inglese era un po’ l’orifiamma. O meglio: in realtà entrambi i fenomeni, giunti al culmine in quel pazzesco ’85 che davvero era ed è rimasto il nucleo duro del decennio, stavano già sommessamente entrando in una fase di declino, ma in provincia, a Biegrass, dove le cose arrivano in ritardo come oggetti portati dalla risacca, chi cazzo poteva accorgersene?

Non io, che timido e spaventato e inviso al genere umano (almeno così credevo) attraversavo come tutti la mia breve stagione di sudditanza alle mode correnti. E siccome ero pur sempre uno sfigatissimo dodicenne abbiatense dalle scarsissime finanze familiari, dal punto di vista dell’abbigliamento mi andava malissimo: niente Timberland, niente Burlington a rombi, niente Americanino Coveri Armani Uniform, niente El Charro, niente Best Company, niente piumino Moncler. Perciò ero costretto a ripiegare sulla musica.

E siccome i Duran andavano alla grande, siccome il video di “The Wild Boys” mi era parso una figata inarrivabile e siccome le ragazze sbavavano per i Duran, anche se non avevo la minima possibilità di assomigliare a John Taylor desideravo follemente possedere quella canzone.

La cassetta ce l’ho ancora, infognata da qualche parte in qualche scatolone. Va da sé che, passata la fugace fregola pop commerciale, per anni l’ho disprezzata e vilipesa. L’idea che avessi potuto comprare una simile patacca, io che mi ero votato alla religione di Syd Barrett e ai misteri orfici psichedelici, mi faceva sprofondare. Nessuno doveva sapere di questa mia macchia, di questo mio obbrobrioso scheletro nell’armadio.

Eppure c’era dentro anche roba buona: i Tears For Fears, un David Bowie forse crepuscolare ma sempre elegante, i Bronski Beat che oggi non si fila più nessuno ma che allora con la faccia sghemba di Jimmy Sommerville mi parevano di veri figli dell’inferno… (Gli Eurythmics invece non mi sono mai piaciuti: né allora né adesso).

E poi c’erano gli Spandau Ballet: i famigerati nemici acerrimi dei Duran. Con un canzone, “Gold”, che all’epoca del mio acquisto era già vecchia d’un paio d’anni, che è come dire decrepita. Scelgo lei perché piaceva tanto a una mia cara amica che è morta tanti anni fa.

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4 risposte a Il lavoro della memoria (musicale) #2

  1. Giacomo Giuntoli ha detto:

    Ti fa onore rammentare questo capitolo apparentemente sinistro del tuo apprendistato musicale. Essendo anche io un Barrettiano ti avrei perdonato a prescindere, anche se magari dentro alla compilation c’era qualche brano italo-disco più imbarazzante. Shout (notevolissimo il primo disco dei Tears…) e Gold però meritano di essere salvate da una mediocrità paninara che in quel 1985 aveva contagiato quasi tutte le band, contagiate da un suono di plastica bieco (vogliamo parlare di Doctor and the medics?. Soprattutto Gold, che nonostante tutto ha una sua sontuosa atmosfera malinconica. E’ certo il brano più bello degli Spandau…

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Quel suono plasticoso di cui parli non si può proprio sentire… E, sì, Shout e Gold molte spanne sopra le altre. Le riascolto volentieri anche oggi (in effetti c’è stato un periodo tra la seconda e la terza media in cui Tears For Fears mi piacevano davvero un sacco). Gold ha una sua sontuosa atmosfera malinconica: verissimo.

  3. Sergio Baratto ha detto:

    Che miniera il link che mi hai messo qui, Teo, che miniera! Sono in lacrime, spaccato in due dalla commozione (cerebrale?). Grazie!

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