Il papa cattivo

Ancora su Ratzinger, e quasi dalla sua parte: un mio pezzo lungo lungo sul “Primo amore”.
Ma sì, via, lo lascio anche qui sotto. Eccolo.

RATZINGER

Il crucco brutto e cattivo

Ratzinger, il detestabile Ratzinger.
Persino a certi cattolici, abituati al robotico carisma del suo predecessore, non piaceva proprio: “È troppo tedesco!”.
Già. E l’aspetto non lo aiutava di certo. Non aveva né il faccione bonario da contadino bergamasco di Giovanni XXIII, né l’allure aristocratico-ascetica di Paolo VI, né tanto meno il testone rotondo da contadino slavo pronto a tutto pur di difendere la Madonna di Częstochowa dai sacrileghi stalinisti di Giovanni Paolo II. Con quella faccia da cattivo di Guerre stellari, quell’accento teutonico da ufficiale della Gestapo, a chi mai poteva piacere? A Oriana Fallaci, forse, che non era credente ma faceva il tifo per le forze della reazione internazionale ovunque fossero, purché in chiave antislamica. Pare che alla notizia dell’elezione dell’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede si sia buttata in ginocchio davanti al suo televisore newyorkese alzando i pugni al cielo come si fa quando la nazionale italiana segna un goal decisivo durante la coppa del mondo (se dobbiamo credere ai pettegolezzi, è andata proprio così).
Poi c’era il confronto – fatale per chiunque, figuriamoci per uno con la faccia di cui sopra – con il suo predecessore, così (a mio avviso immeritatamente) amato, così universalmente adorato, tanto da riuscire a entrare in paradiso per direttissima, dalla porta principale e con tutti gli onori, sulla spinta di una portentosa mozione popolare: santo subito!
E poi, appunto, era il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: vale a dire (semplifico un po’), nonostante il cambio di denominazione, il capo della Santa Inquisizione.
Insomma, un algido inquisitore tedesco. Il pensiero corre ai romanzi storici di Umberto Eco, a certi inquisitori medioevali di leggendaria crudeltà come Bernard Gui o Konrad von Marburg (che già dal nome sembra una figura inventata da Valerio Evangelisti: un tedesco che si chiama con la K e come un micidiale filovirus della stessa famiglia dell’Ebola).

Le forze della reazione ci assediano!

Nel 2005 anch’io sono inorridito per quella nomina, che mi sembrava il degno coronamento côté Eglise catholique del trionfo mondiale del potere neocon e teocon. Non ci si dimentichi di cosa succedeva in quegli anni: Bush e la sua cricca rieletti a capo dell’Impero USA dopo una guerra d’invasione ingiustificabile e catastrofica, in Italia fatte le debite proporzioni l’egemonia politica e culturale di un berlusconismo che solo nelle illusioni di certi editorialisti appariva in declino. In Occidente un’ondata allucinante di bigottismo feroce e destroide, fuori dai confini imperiali, secondo le cronache degli annalisti, un’ondata analoga, opposta ma speculare. Wahhabismo jihadista contro Novus Ordo Teoconservatore. Spazio per pensieri terzi non dabatur, secondo tutte le apparenze.
In quel contesto, soprattutto in un paese come l’Italia spesso in posizione prona davanti alle ingerenze politiche vaticane, pareva che l’elezione di Ratzinger, noto come esponente di punta dell’ala conservatrice della Chiesa, portasse a compimento un ideale accerchiamento. “Siamo circondati da ogni parte!” veniva voglia di gridare.

Questa visione non rendeva giustizia alla complessità.

La Chiesa cattolica in Italia durante gli anni del berlusconismo al potere – vale a dire per tutto il decennio Zero – si è comportata spesso in maniera spregevole. “Ingerenza” non rende l’idea. Gli esempi sono tanti, ma basta pensare all’orribile campagna montata intorno al caso di Eluana Englaro. Già quella dice tutto.
Eppure tutto ciò è da ascriversi più alla Conferenza Episcopale Italiana che non al pontefice, sovrano assoluto di uno stato e quindi al centro di una rete di respiro molto più internazionale.
Inoltre: quanta parte di responsabilità è da attribuire ai politici italiani, più cinici che bigotti, e alla loro alleanza interessata con i vertici della CEI? E quanta è da attribuire ai fedeli (non tutti, è giusto specificarlo)? A quella massa di pecorelle ottuse e incattivite per cui secondo me non bisognerebbe parlare tanto di obbedienza, che in fondo è assolutoria, quanto di complicità e adesione?

Fotografie fasulle di papi nazisti

Di fatto, Ratzinger era il capo di questo blocco reazionario, di questa struttura piramidale plurimillenaria che, secondo Dostoevskij, fin dagli albori della sua esistenza ha abbandonato Cristo per passare al servizio di Satana e sgravare così l’umanità dal fardello intollerabile della libertà.

Tuttavia, non senza sconcerto, ho cominciato a valutare in modo più sfaccettato quella figura.

Inizialmente si è trattato di un moto impulsivo di simpatia umana. Io stesso me ne sono stupito: perché mai provavo quel sentimento, dato che odiavo sinceramente quella struttura di potere che chiamiamo Chiesa cattolica (non intendo la comunità dei credenti, ovviamente, ma la gerarchia) e che ero convinto della verità sostanziale della visione dostoevskiana di una Chiesa al servizio del male (la storia di duemila anni offre abbondanti esempi a puntello di questa tesi)?

Un moto impulsivo di simpatia è irrazionale per definizione. Preso atto della mia inaspettata e anche un po’ vergognosa irrazionalità, ho cercato di capire da dove venisse.

In parte, e soprattutto all’inizio, lo confesso, è stata una appunto semplicemente una reazione istintiva a tutta quell’ondata troppo facile di denigrazione: il crucco con la faccia da cattivo, l’ex nazista, l’inquisitore che occulta gli scandali di pedofilia…
Per esempio: girava (gira ancora) una foto in bianco e nero in cui si vedeva un ancor giovane padre Ratzinger mentre faceva il saluto nazista in abiti talari. Ebbene, è un falso. La foto è tagliata in modo da rimuovere l’altro braccio. Nella foto, Ratzinger non sta facendo alcun saluto hitleriano, ma compie il gesto puramente cattolico e liturgico di imporre le mani.
Questo è solo un piccolo esempio: se si vuole criticare un avversario, bisogna farlo con strumenti degni, con la forza della verità: non con le balle, le falsificazioni d’accatto. Solo il primo modo di procedere è faticoso, mentre il secondo è facile, a buon mercato e di sicuro e più vendibile effetto.

Il discorso di Ratisbona, ovvero dell’inadeguatezza

Poi c’era un altro elemento, che secondo me molti non hanno colto ma che a me pareva così palese, ed era l’inadeguatezza di Ratzinger al ruolo supremo di potere che gli era stato conferito.
Un’inadeguatezza morale, in un certo senso. L’ufficio di sovrano assoluto della teocrazia vaticana richiede doti politiche, machiavellismo, pelo sullo stomaco.
Ratzinger, che fino a quel momento era stato ritenuto un campione di queste doti (del resto, si diceva, non è mica facile diventare cardinali, se non si è fatti in una certa maniera) amorali, ha cominciato a comportarsi in modo totalmente sfasato. Come un elefante in una cristalleria, diremmo. Con un’ingenuità persino sconcertante, come nel caso della lectio magistralis di Ratisbona che tanto fece imbufalire il mondo musulmano per quell’accenno (ampiamente travisato) alla violenza dell’Islam.
Insomma: Wojtyla, il buon Wojtyla, il santo Wojtyla, il furbissimo, scaltro Wojtyla non avrebbe mai commesso un simile errore, un errore così naif. Perché, appunto, Wojtyla era l’epitome del politico scafato (con in più, a renderlo invincibile, una poderosa corazza di sincero zelo cattolico vecchio stile: il massimo, insomma, un politico consumato ma nello stesso tempo fanatico, abilissimo a ramazzare soldi sporchissimi per la santa causa senza apparenti patemi di coscienza eppure sinceramente convinto della veridicità del dogma dell’immacolata concezione!).
Improvvisamente, Ratzinger mi appariva molto diverso, rispetto a come lo si dipingeva.

Duro con i rossi, morbido con i neri

A costo di spararla grossa, mi spingo a dire che questa inadeguatezza molto umana, che mi costringe ad ammorbidire il mio giudizio sul vituperato “pastore tedesco”, traspare persino da una vicenda oggettivamente vergognosa come il reintegro in seno alla Chiesa dei vescovi scismatici lefebvriani.
Figure allucinanti, persino antisemite! Il tutto rimane disgustoso, c’è poco da sfumare: dopo aver ampiamente perseguitato i teologi della Liberazione per il loro marxismo, il Vaticano imbarcava senza remore dei fanatici nazistoidi?
Eppure tutta la questione è molto più complicata che in apparenza. A quanto sembra, Ratzinger si è lasciato trascinare in una specie di trappola e i veri artefici dell’operazione sono da cercare altrove, nella fazione – assai potente in Vaticano – dei diplomatici di matrice wojtyliana: un gruppo di alti prelati dalle posizioni reazionarie (semplifico), di cui sarebbe membro eminente il cardinale Sodano (non a caso l’eminenza grigia di Wojtyla).
Non starò qui a sciorinare le fonti da cui traggo questa ipotesi, ma pare che Benedetto XVI si sia mosso in buona fede, per motivi che non approvo ma posso arrivare a capire: il timore di un allargamento e di una sclerosi insanabile dello scisma, in un momento molto delicato per la Chiesa, profondamente ferita dagli scandali sessuali; e che questo timore sia stato usato da alcuni alti prelati di differenti tendenze ma uniti tatticamente e dalla stessa visione ultraconservatrice per compiere un’operazione del tutto diversa, con altri fini, giocata di concerto con i tradizionalisti lefebvriani.
Se questa ricostruzione è vera, costoro – in nomi più in vista sono quelli del cardinale Angelo Sodano (ex segretario di Stato Vaticano ed eminenza grigia di Wojtyla) del suo collega Dario Castrillon Hoyos (il cardinale ultraconservatore e vicino all’Opus Dei che ha diretto i negoziati con i lefebvriani) – sono riusciti a spostare il baricentro ideologico e politico della Chiesa ancora più a “destra”, nel contesto di una più generale strategia anticonciliare di restaurazione liturgica e dottrinale di cui lo stesso Ratzinger è certamente parte in causa, ma in maniera di gran lunga più morbida (verrebbe da dire che è fautore di una “restaurazione moderata”). E, soprattutto, sono riusciti a farlo nascondendosi dietro la figura del pontefice: comodo bersaglio unico, a quel punto, di ogni eventuale discredito.

Un’altra prova di ingenuità, ma anche un’altra smentita del ritratto di Ratzinger come un freddo calcolatore dedito alle più ciniche trame. Un freddo calcolatore non si lascia infinocchiare così!

Quando il polverone si sarà posato, potremmo scoprire ciò che in fondo è sempre stato lampante: che Ratzinger è un teologo, e non un politico. E che non si può essere grandi teologi e politici navigati. Aut aut.

I Legionari di Cristo

Nonostante la vulgata anticlericale racconti il contrario, per via dell’approssimazione e della superficialità che sono sue tipiche (due mali di cui l’ateismo militante è ampiamente provvisto, e che rappresentano una vera catastrofe per il laicismo), basta un minimo di approfondimento per scoprire come in diverse situazioni Ratzinger si sia mosso in maniera più che dignitosa. Talvolta persino con coraggio.
Poi, certo, ovviamente non si sta parlando di un rivoluzionario, ma di un funzionario integrato in un sistema che a in certo punto ha cercato di correggere alcune macroscopiche aberrazioni di quel sistema (la pedofilia e lo sviluppo malsano di gruppi interni di potere separato). Che lo ha fatto, o ha cercato di farlo, in modo deciso ma pur sempre improntato alla cautela. Una cautela direi ovvia, imprescindibile, quando si agisce all’interno di un sistema di cui si accettano le premesse, e non per abbatterlo ma per ripararlo.

Ciò è particolarmente evidente nel caso dei Legionari di Cristo. Nel corso del XX secolo, questa organizzazione religiosa cattolica fondata dal sacerdote cileno Marcial Maciel Degollado, fortemente connotata in senso reazionario, ha conquistato la ricchezza e guadagnato posizioni di potere all’interno della Chiesa, insediando suoi uomini in posizioni fondamentali della gerarchia e influenzandone le decisioni. Giovanni Paolo II ne era un sincero estimatore. Qualcuno dice che si era fatto abbindolare: evidentemente anche i più scafati a volte sonnecchiano.
Sì, perché nel frattempo si moltiplicavano le testimonianze sulla presunta perversità del leader carismatico dei legionari. Quel padre Maciel che Wojtyla tanto apprezzava, veniva accusato da molti suoi ex discepoli delle peggiori nefandezze. A quanto pare era un tossicomane, aveva relazioni con diverse donne e un numero imprecisato di figli illegittimi. E fin qui il nostro spirito laico può anche soprassedere, fatto salvo il disgusto per l’ipocrisia di chi fornica predicando la continenza e promettendo il fuoco eterno per i fornicatori. Sennonché, le accuse comprendevano una lunga serie di abusi sessuali su minori. Insomma, si sospettava che padre Maciel fosse un pedofilo seriale. Come si è saputo in seguito, questi sospetti corrispondevano a verità.
Le accuse arrivarono in Vaticano. Giovanni Paolo II ne fu informato, ma preferì ignorarle. Non si sa se per convenienza, per un rimozione freudiana o per sincera incredulità.
Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, le prese invece sul serio e cercò di avviare un’inchiesta. Fu stoppato. Da chi? Da Wojtyla e da Sodano, dicono i più informati.
Ma, a quanto pare, Ratzinger è un uomo tenace. All’epoca obbedì: come funzionario di primo rango fedele al sistema, come avrebbe potuto fare altrimenti? Ma non appena eletto pontefice, nel 2005, è tornato sulla questione. E l’ha risolta con una decisione che verrebbe voglia di definire “giustamente spietata”. Ha imposto a padre Maciel l’esilio, un ritiro molto simile a un confino perpetuo. Ha dichiarato che costui era un “falso profeta” e che aveva condotto “una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso”: un giudizio durissimo, se si pensa che è stato espresso pubblicamente dal capo della Chiesa in persona. E ha di fatto decapitato l’intero movimento, anche se nella langue de bois ecclesiastica si preferisce dire che l’ha “riformato”. Oggi i Legionari di Cristo sopravvivono, ma sono un’ombra della potenza che sono stati.

Del resto, è difficile pensare che un teologo di solida formazione come Ratzinger, un “cattolico ortodosso al cubo” come lui, possa vedere di buon occhio questi movimenti carismatici, che in fondo sono così carenti proprio dal punto di vista teologico – al contrario dei “vecchi” ordini tradizionali che la Chiesa ha sviluppato nei secoli, dai domenicani ai gesuiti – e che, nello stesso tempo, mostrano tendenze settarie più o meno latenti.
Eppure l’era di Wojtyla e di Sodano ha visto il trionfo di questi movimenti. Dei Legionari, ma anche e soprattutto dell’Opus Dei.

L’Opus Dei, che da più parti è sospettato di costituire una sorta di “massoneria bianca” all’interno della Chiesa cattolica, si è dimostrato meno attaccabile. Il suo fondatore Escrivà era sì un franchista e un sacerdote come minimo controverso, ma non era un criminale psicopatico. Tuttavia non si può ignorare che una delle prime iniziative di papa Benedetto XVI è stata la sostituzione del portavoce vaticano Joachim Navarro Valls, uomo dell’Opus Dei, con un gesuita. Non sfugga il dettaglio: è risaputo che i gesuiti sono per l’Opus Dei come il drappo rosso del matador per il toro.

Lo scandalo pedofilia

Gli scandali legati alla pedofilia costituiscono un problema gigantesco per la Chiesa, perché potenzialmente in grado di metterne in pericolo l’esistenza. Sono una valanga che rischia davvero di travolgere tutto. In Italia se ne parla relativamente poco, ma in altri paesi a forte presenza cattolica è stato e continua a essere un vero e proprio terremoto.
Va da sé che Ratzinger, in quanto esponente membro dell’alta gerarchia, condivide con i suoi pari la responsabilità morale del vergognoso comportamento della Chiesa, dei silenzi e degli insabbiamenti con cui per decenni essa ha cercato di nascondere questo scandalo. È un segno di infamia che porterà su di sé fino alla morte, più per il suo passato ruolo di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede che in quanto pontefice.
Come pontefice, in effetti, Benedetto XVI ha cercato di affrontare lo scandalo in modo molto più deciso e responsabile del suo predecessore (dei morti non si sparla, ma un giorno bisognerà pure far prendere aria all’armadio di Giovanni Paolo II e a tutti i poveri scheletri impolverati che vi giacciono).
Come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, si può dire come minimo che non ha deviato di un millimetro dalla prassi della Chiesa: lentezza, segretezza, eventuali panni sporchi lavati esclusivamente al buio nello scantinato di casa. Ma siamo sicuri che il prefetto Joseph Ratzinger godesse di tutta quella libertà d’azione che siamo portati ad attribuirgli? Quale fu il ruolo di Giovanni Paolo II, che volenti o nolenti aveva l’ultima parola su ogni questione? Si è già visto come, nella vicenda dei Legionari di Cristo, Ratzinger e Wojtyla abbiano tenuto due comportamenti opposti. Non è illecito pensare che la stessa meccanica si sia ripetuta anche nel caso dei dossier sugli abusi sessuali.

Anche la famigerata lettera De delictis gravioribus con cui nel 2001 l’allora “inquisitore capo” Ratzinger ha aggiornato e in parte rivisto le norme procedurali da seguirsi in caso di delitti sessuali commessi da sacerdoti (stabilite nell’altrettanto famigerato documento riservato chiamato Crimen sollicitationis approvato da Giovanni XXIII nel 1962) si presta a chiavi di lettura discordanti.

Nell’accresciuto ruolo di controllo e decisionale del Vaticano (e segnatamente della Congregazione per la Dottrina della Fede) a discapito delle diocesi si può infatti vedere un perfezionamento dei meccanismi di insabbiamento dei crimini commessi da ecclesiastici, nonché un rafforzamento della volontà di evitare in tutti i modi il coinvolgimento della giustizia civile.
Ma l’esigenza di accentrare a Roma le indagini e la tendenza a sfilare la competenza nei casi alle diocesi (ciò che, peraltro, appare perfettamente in linea con la visione centralizzata della Chiesa propria anche dello stesso Benedetto XVI) può anche testimoniare, al contrario, della diffidenza e dei dubbi crescenti nei confronti dell’operato spesso ambiguo e non disciplinato dei vescovi diocesani. Insomma – sembra aver ragionato l’allora prefetto Joseph Ratzinger –, se gli insabbiatori sono sul terreno, solo riducendo la loro libertà e autonomia d’azione è possibile sottrarre gli eventuali crimini al pericolo di un occultamento.

Persino in questo allucinante, abnorme scandalo, insomma, ci sono elementi che lasciano trasparire una storia sommersa di aspri scontri interni, di ferocissime battaglie incruente consumate nei felpati corridoi della Santa Sede. Di tutto questo, ciò che traspare all’esterno è quasi nulla. Ancora una volta il papa, l’ex inquisitore, è il più esposto, il bersaglio più facile. Troppo facile.
Bisogna leggere con attenzione tra le righe della cronaca, degli ingessatissimi comunicati stampa vaticani. Si scoprono allora tasselli interessanti (inquietanti) del mosaico.
Per esempio si scopre che, nel 2010, l’arcivescovo di Vienna cardinale Schönborn (un pezzo da novanta, mica una seconda fila) ha attaccato senza troppi giri di parole il collega Sodano (sempre lui!) per aver ostacolato ai tempi di Giovanni Paolo II l’opera di pulizia condotta dall’inquisitore capo Ratzinger contro il già citato padre Maciel e l’allora arcivescovo di Vienna Groër (un altro pedofilo seriale tristemente celebre: secondo un’inchiesta giornalistica, avrebbe abusato di oltre duemila bambini e ragazzi!). E che un inferocito Sodano ha chiesto e ottenuto che Benedetto XIV costringesse Schönborn (per inciso, un “allievo” di Ratzinger) a un umiliante – seppure ovviamente privato – mea culpa. L’esito del battibecco avrà forse fatto cadere nel dimenticatoio le accuse di Schönborn. Ma sarebbe interessante se qualcuno, magari meno diplomaticamente vincolato di un vescovo alla cautela (o all’ipocrisia) tornasse ad affrontarle nel merito.

Dunque può darsi persino che in futuro ci si debba in parte ricredere e, ammesso che un’oncia di verità possa mai filtrare attraverso la fittissima cortina fumogena delle versioni ufficiali, e si sia costretti a rivedere il giudizio sul comportamento di Ratzinger anche in questa obbrobriosa vicenda. Potremmo addirittura scoprire che la sua condotta è stata relativamente più pulita e dignitosa di quella mediamente tenuta dalle alte gerarchie.

Incompatibilità morale

Insomma, sul filo degli anni e mio malgrado, mi sono fatto un’opinione molto più sfaccettata e meno monoliticamente negativa di Ratzinger. Continuo a ritenere che molte sue posizioni, soprattutto in materia di costumi sessuali, siano vergognose e persino disumane. Tuttavia non riesco proprio a considerarlo personalmente disumano: ciò che invece mi riesce assai facile (chissà perché) con molti dei suoi sodali.
Sono consapevole che quanto sto dicendo potrebbe attirarmi gli insulti di quelli che da anni si battono – giustamente – contro l’oscena propaganda sessuofoba, omofoba e misogina con cui la Chiesa cerca di imporre alla società le proprie idee malate. Spero che la mia posizione in materia sia chiara: su queste questioni sono fermamente dalla parte di chi combatte il cattolicesimo reazionario.
Tuttavia non posso nascondere che mi è parso di intuire una specie di dirittura morale in quell’uomo così vituperato, così abissalmente lontano da me, dalla mia natura, dalle mie idee. Da certe parole e da certi atti ho creduto di cogliere un’esigenza autentica e profonda di purezza, in quell’essere umano che a un certo punto, in una città nella città incistata nel cuore del mio paese, si è ritrovato a dover dirigere l’enorme, decrepito, traballante vascello della Chiesa cattolica. Un’esigenza di limpidezza non così consueta né così scontata, per il capo di un monoteismo ierocratico.
Devo dire che in seguito, approfondendo la vicenda, di lettura in lettura, mi sono trovato quasi costretto a constatare che i fatti tendevano ad avallare quella mia intuizione.
Magari mi sbaglio, ma non credo.

Ancora. Più sopra ho parlato di inadeguatezza alla carica di pontefice. Mi pare che la decisione di Ratzinger di abbandonare la carica, di scendere dal soglio di Pietro – decisione che, per quanto la si voglia rigirare, resta sorprendente e clamorosa – ne costituisce una specie di conferma. Ma forse sbaglio termine, e piuttosto che di semplice inadeguatezza dovrei parlare di vera e propria incompatibilità morale. Un’incompatibilità, cioè, dovuta alla moralità dell’individuo in questione, a una moralità che appare drammaticamente inconciliabile con le caratteristiche che oggi costituiscono la sostanza di quella carica.

Scendere dalla croce

Le dimissioni di Ratzinger mi hanno colpito non perché siano un atto eroico, ma perché sono un atto dirompente. Un vecchio teologo che è stato per decenni in cima alla piramide si sottrae improvvisamente al suo peso, che forse per una perversione della legge di gravità si esercita in modo altrettanto forte al suo vertice. Spariglia le carte. Rompe le regole, introduce l’imprevisto in seno a un sistema che non tollera e non prevede alcun imprevisto. Cosa inaudita! E com’è stata a suo modo esemplare, infatti, la reazione dell’ex segretario particolare di Wojtyla, il cardinale Dziwisz: “Dalla croce non si scende!”. Come a dire: “Devi restare lì! Non puoi non obbedire, tu che sei il capo!”.

Invece Ratzinger ha disobbedito. Con un atto che è anche una dichiarazione di stanchezza, di debolezza: sono vecchio, non ho più le forze, non sono più in grado di combattere contro le storture che dilaniano il sistema di cui sono stato per tutta la vita un fedele custode.
È anche, forse, una dichiarazione di sconfitta da parte di un uomo – come si è detto – inadeguato, “troppo teologo e troppo poco politico”, che si è ritrovato sostanzialmente solo a dover fronteggiare rivalità incrociate, trame, piccoli e grandi maneggi, guerre e guerricciole di potere, con tutti gli schizzi di fango e letame del caso. Inviso ai “progressisti” ma ancor più ai reazionari. Scomodo. Goffo. A volte francamente odioso (o irresponsabile, come sulla questione preservativo – AIDS).

Eppure, per quanto assurdo possa sembrare, le dimissioni di Benedetto XVI potrebbero alla lunga – concediamoci questa fantasticheria – persino contribuire a innescare quella riforma del papato che nessuno ancora menziona a voce alta ma di cui si sussurra da tempo tra gli uomini della Chiesa rimasti fedeli allo spirito del Concilio Vaticano II.
Dunque ci troviamo oggi a fronteggiare il paradosso di un (ex) papa conservatore osteggiato da una parte della gerarchia ecclesiastica molto più conservatrice di lui; di un restauratore che si è trovato forse anche suo malgrado a fare da argine alla restaurazione; di un rappresentante della vecchia concezione autocratica della dignità papale che potrebbe persino rivelarsi il suo primo demolitore.

Tutto questo, ripeto, ci tocca vederlo messo in opera non da un riformatore, da un progressista mosso da intenti palingenetici, come forse ci si sarebbe potuto aspettare, bensì, ripeto, da un guardiano dell’ortodossia del sistema: un teologo conservatore che ha sempre difeso con coerenza una Chiesa, centralista, gerarchica, autoritaria, miope e aggrappata alla traballante impalcatura del Magistero (un coacervo di contraddizioni che si reggono in equilibrio su un baricentro sempre più ristretto, sempre più precario).
Una visione che non condivido, che personalmente – da laico e non credente che vive in una realtà ancora fortemente condizionata dal cattolicesimo – trovo vecchia, superata, macchiata di colpe indelebili e persino tragicamente sbagliata nei presupposti. Ma che trovo stupido liquidare ignorandone la complessità, i moventi, le forze anche conflittuali che la agitano.

Opinioni

Infine è bello che la realtà mi prenda in contropiede e si faccia beffe delle mie opinioni.

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2 risposte a Il papa cattivo

  1. Stefano ha detto:

    Grazie, veramente ottimo. Anch’io ho fin da subito provato una irrazionale (e per me sorprendente) simpatia per Papa Benedetto. Mi fa piacere sapere di non essere l’unico non-cattolico ad averla provata. Credo dipenda molto dalla pessima qualità dell’odio nei suoi confronti, come hai messo bene in evidenza.

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Grazie a te per la lettura. “Pessima qualità dell’odio” è una definizione davvero calzante.

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