Stat Roma pristina nomine

6ea60447dfa008bb16e62c80b47f9b15_1M.png«Una visione del passato che si prefigga di eliminare ogni crisi, ogni declino, rappresenta un reale pericolo per il giorno d’oggi. La fine dell’Occidente romano vide orrori e disordini quali io spero sinceramente di non dover sperimentare, oltre a distruggere una complessa civiltà, facendo retrocedere gli abitanti dell’Occidente a un livello di vita tipico della preistoria. Prima della caduta di Roma, i Romani erano sicuri quanto lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato per sempre senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi saremmo saggi a non imitare la loro sicumera.»

Così lo storico Bryan Ward-Perkins sulla caduta dell’Impero d’Occidente. Mi piace questo suo piglio, e la sostanza delle sue parole mi ha fatto esclamare: finalmente, cazzo! Qualcuno lo dice forte e chiaro! Uno che se ne intende, beninteso, non un ignorante come me.

Circa il declino e la caduta dell’Occidente romano c’è una cosa che, da profano e da lettore appassionato ma dilettante di stori(ografi)a, mi ha sempre creato forti perplessità: la visione “negazionista” oggi largamente diffusa, dovuta in larga parte alle tesi dello storico Peter Brown. Secondo la vulgata attuale, non ci sarebbe stato alcun collasso repentino, e addirittura il fatidico anno 476 d.C., con cui si individua la data “ufficiale” della fine dell’Impero d’Occidente, sarebbe gravata di un peso simbolico del tutto posteriore, postumo, mentre i contemporanei non avrebbero avuto in realtà alcuna coscienza del crollo, dato che in effetti non di crollo bisognerebbe parlare, bensì di un processo graduale di trasformazione.
Una volta mi è persino capitato di sentire due conduttori radiofonici che commentavano il “mito” della caduta di Roma dicendo più o meno la stessa cosa (sì, mi rendo conto che detta così sembra una favola, ma davvero su Radio Popolare nel periodo degli esami di maturità capita di sentir parlare di questo e altro): all’epoca non se ne accorse nessuno, perché la decadenza (ma Brown parla di “rivoluzione religiosa e culturale”) era cominciata molto prima ed era un processo così lungo da sfuggire alla percezione dei contemporanei.
Insomma, l’Impero sarebbe caduto “senza rumore”, come scrisse Momigliano.

Io ho sempre pensato che non potesse essere andata proprio così, che in qualche modo il senso della fine di un mondo dovesse essere penetrato negli spiriti più colti o illuminati o attenti dell’epoca. Più in generale, dalle mie letture più o meno abborracciate ho sempre tratto l’impressione che, pur senza necessariamente sposare una tesi tout court catastrofista, fosse difficile non guardare al V secolo (e al successivo) come a un periodo travagliato e drammatico, quando non addirittura tragico, nella storia dell’Occidente latino e in modo ancora più specifico della Penisola italiana (che, del resto, di quella civiltà è stata per secoli la spina dorsale).

Analogamente mi è sempre parso che, per quella stessa area culturale, ai primi secoli dell’Alto Medioevo (diciamo grosso modo i trecento anni dal V all’VIII, oppure dal 24 agosto del 410 ovvero dal 4 settembre del 476 al 25 dicembre dell’800) si potesse attribuire senza fare un torto alla verità la nomea di “età oscura”.

Insomma, che la visione tradizionale, “apocalittica”, che per secoli ha dominato la storiografia, non avesse proprio tutti i torti?

E allora spostiamo pure la “data” del crollo, se vogliamo, da Romolo Augustolo al sacco di Roma. Non cambia nulla! Quando San Girolamo seppe che alla fine di agosto del 410 i Goti avevano devastato l’antica Caput Mundi, scrisse così: «Spenta è la più fulgida luce del mondo intero, in verità è stato decapitato l’impero romano. E la verità è che il mondo intero è morto insieme a una sola Città.» E chiamò Roma “la madre e la tomba di tutti i popoli”.
E cos’è questa, se non una lucida ancorché patetica coscienza della catastrofica fine (anzi la decapitazione!) di un mondo, di una civiltà, di un complesso sistema umano plurisecolare?

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