Il lavoro della memoria (musicale) #1

Sergio è un mio omonimo vecchio amico (vecchio nel senso che ci conosciamo dalla terza elementare) che tiene un blog ricco di spunti interessanti, illuminazioni, domande laconiche eppure sostanziose. Siamo coetanei, condividiamo credo la stessa inclinazione per il ricordo, e per di più siamo cresciuti a cinquanta metri di distanza, quindi con lo stesso reticolo di strade e quartieri a modellare la nostra mappa cerebrale. Perciò è forse inevitabile che molte delle cose che scrive, soprattutto se legate all’infanzia, all’adolescenza e alla prima giovinezza, trovino una risonanza particolare in me.
Com’è successo per esempio qualche giorno fa, quando il Sergio (mi perdonino i lettori non lombardi, ma quando sono trent’anni che ti riferisci a una persona usando l’articolo determinativo, è davvero impossibile farne a meno) ha postato un pezzo in cui, partendo dall’inopinata resurrezione dei suoi vecchi vinili, finiva per parlare di momenti della vita e colonne sonore.

Penso che tutti associno nella memoria determinate fasi o episodi del proprio passato a un certo tipo di musica o canzone. Talvolta sono addirittura canzoncine, cose invereconde di cui in teoria dovremmo vergognarci – noi che ascoltiamo solo Stockhausen, ma prima della svolta commerciale – e che pure continuano contro ogni logica a sprigionare un fascino struggente e persino a lacerarci l’anca dell’anima con lancinanti fitte di malinconia, proprio in virtù del loro legame con i nostri trascorsi. Un legame geneticamente casuale, ma divenuto necessario e indissolubile con la fissazione nella memoria mitologicizzata di quella data epoca o avventura della nostra esistenza.
Ecco, il pezzo di Sergio mi ha fatto venir voglia di ripercorrere la mia colonna sonora personale. Quella più importante perché impressa più in profondità nel tessuto epiteliale della memoria.

1. Lotta per l’umanità

Le prime “musiche” che mi hanno trapanato il cervello sono quelle dei cartoni animati giapponesi che verso la fine degli anni Settanta hanno cominciato a inondare la televisione. Quasi ognuna delle loro sigle rappresenta una madeleine che, in spregio di ogni ridicolo, è capace ogni volta di terremotare i miei ricordi con esplosioni sinestetiche che manco l’LSD. Una specie di debolezza sentimentale che condivido (basta fare un giro tra i commenti su YouTube per verificarlo) con un sacco di gente della mia generazione.
Tra i cinque e i tredici-quattordici anni ho consumato cartoni animati con la stessa voracità di un’idrovora, tanto che a volte mi domando come riuscissi a trovare il tempo per fare tutte le altre cose che pure facevo con grande impegno e passione (sfogliare enciclopedie, costruire con i Lego, andare in bici, disegnare Alien, adorare le persone care). Ma forse il segreto sta nel fatto che in quell’età il tempo si dilata quasi a piacimento.
Perciò se scegliessi una sola di queste sigle farei torto a tutte le altre. Così, pars pro toto, menzionerò solo la prima in assoluto che la sera del 4 aprile 1978 uscì dagli altoparlanti dei televisori italiani, compreso il mio. Goldrake è stato il primo anime trasmesso in Italia. Seduto in cucina davanti al televisorino c’ero anch’io, quel giorno. Non avevo ancora cinque anni, ma la visione di Actarus seduto sotto un albero e intento a strimpellare malinconicamente una chitarra folk nel buio della notte (più o meno al minuto 2’32” di questo video) mi si stampò a fuoco nelle pupille e nel comprendonio, tanto che a tutt’oggi resta uno dei miei ricordi visivi più antichi.
E – vabbè – non credo esista qualcuno che non conosce la sua sigla d’apertura, scritta ed eseguita (tra gli altri) da Ares Tavolazzi, il leggendario bassista degli Area (sto semplicemente parlando del più grande gruppo rock della storia italiana, cosa vuoi che sia?). Magari, ecco, a qualcuno sarà sfuggita la citazione da Grease (Summer Nights: «Uh-huh-uh-huh-uh»)…

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3 risposte a Il lavoro della memoria (musicale) #1

  1. Sergio. ha detto:

    Non posso che ringraziare & dirmi onorato. :-D
    E poi come dimenticare Goldrake?
    (Posseggo tra l’altro la riedizione in cd dell’album Atlas Ufo Robot, dieci canzoni tra sigle e brani ispirati al cartone, il tutto in perfetto stile ’70 tra disco-music ed echi di prog. Il tutto prima che Cristina D’avena coprisse di melassa le sigle dei cartoni dei successivi trent’anni)

  2. Sergio Baratto ha detto:

    Shooting Star è ben più che un’eco del prog, Venusia è la perla nascosta, Vega è discomusic allo stato puro…

  3. Pingback: Il lavoro della memoria (musicale) #2 | Bruciare nel buio

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