La visita ufficiale del sommo sacerdote Anna a Cafarnao

Un giorno, mentre Gesù e i suoi passeggiavano per le vie del centro, inghiottiti tra la folla dei fedeli, passò su un carro blindato il sommo sacerdote Anna in visita ufficiale. Lo scortavano due ali di legionari loricati. Schiacciato dall’età e dagli acciacchi, Anna faticava a restare in piedi, e per reggersi in piedi il più delle volte doveva ricorrere all’aiuto di un servitore. Era molto vecchio e curvo, e salutava la gente agitando piano a destra e a sinistra la sua lunga barba grigia.
Gli apostoli scossero la testa e confabularono tra loro a bassa voce.
Filippo disse che lo disgustava vedere tutto quello sfoggio di ricchezza, tutti quegli anelli d’oro alle dita di quella vecchia cariatide incartapecorita, e che il pastorale incrostato di gemme colorate come un leccalecca per signori gli pareva il simbolo definitivo dell’arroganza di un potere che non aveva più nulla di religioso. Il popolo soffriva la fame e vegetava sotto il tallone dell’invasore, eppure accorreva a osannare proprio quelli che ne perpetuavano le sofferenze. E la gente si inginocchiava con le pezze al culo e baciava le mani alle gerarchie, e le gerarchie continuavano a vivere nel lusso, predicando la povertà e l’obbedienza a Dio tra un banchetto coi Romani e un intrigo di palazzo tra fazioni per la conquista della maggioranza relativa al Sinedrio.
E Simone di Giona gli rispose brusco come sempre che doveva solo avere un po’ di pazienza, che presto loro avrebbero rovesciato il sistema, che bisognava avere fiducia nel Maestro, perché aveva previsto tutto e spiegato tante volte fase per fase il cammino per il quale la loro rivoluzione avrebbe trionfato. Adesso erano poco più di una decina, ma la gente cominciava a dare retta alle loro parole, era sempre più interessata, più attenta, e le loro idee pian piano si stavano diffondendo, non hai visto come gli sbirri del Sinedrio hanno cominciato a seguirci, a starci alle calcagna? È perché hanno paura, perché hanno capito che siamo pericolosi e che saremo la loro rovina. E quando avremo abbattuto il Sinedrio, quando saremo noi il Sinedrio, non ci saranno più né ori né pietre preziose né scorte armate e centurioni.
E mentre Simone di Giona predicava così, Gesù prese a parlare con sé stesso ad alta voce, e disse: “Eppure non riesco a non provare pietà per quel vecchio stanco che ciondola su quel carro proprio come un condannato a morte”. E Giuda Iscariota lo sentì e rispose: “Però tu sai benissimo, Maestro, che quel vecchio stanco si è condannato da solo, che tutta la sua vita e la sua carriera hanno avuto come meta finale quel carro…”.
Rispose Gesù: “Eppure io so che di sera, nel buio della sua stanza, sente un peso insopportabile, e i fruscii di passi nei corridoi e i bisbigli dei cospiratori che si contendono la successione, e vorrebbe non trovarsi lì, ma in qualche piccola sinagoga della sua infanzia, lontano, in  un paese periferico ignoto allo stradario. Ma non può dire o fare niente di diverso da ciò che dice e fa, perché crede che quel potere e quel sistema che nello stesso tempo patisce e governa siano la sola realtà e l’unica salvezza del suo popolo”.
“Vedi dunque, Maestro, che come ti dicevo si è imprigionato da solo? Il carceriere di sé stesso lo fa in piena coscienza!”
“Anche per questo provo pietà per lui.”
E gli altri apostoli origliarono la discussione e rimasero imbarazzati, perché parve loro che quella pietà meritasse miglior oggetto e che Giuda avesse ragione da vendere.

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