Le voci dalla pancia

Una cosa che il governo Monti ha messo in luce è la sostanza di ciò che in Italia si concepisce come “destra”.
Mi spiego meglio: per la prima volta da tempo abbiamo in Italia un governo – quello guidato da Monti, per l’appunto – che tenta di applicare una politica di centrodestra, liberale e liberista, così come la si intenderebbe in un qualsiasi paese democratico dell’Europa civilizzata.
Ebbene, in Italia succede che la parte di opinione pubblica che si autodefinisce (è) di destra reagisca rabbiosamente proprio a questa politica di destra. Perché evidentemente in Italia la “destra” si identifica non con il liberalismo conservatore, ma con la sempiterna poltiglia ideologica populista, demagogica, pataccara, violenta che in altra epoca ha prodotto il fascismo storico e nell’ultimo ventennio ha originato fenomeni politici e sociali come il berlusconismo e movimenti neofascisti come la Lega.

Lo sperimento ogni giorno da settimane, in quel minuscolo ma interessante punto d’osservazione che è il mio posto di lavoro: i colleghi che per dieci anni hanno assistito senza fare una piega alla devastazione totale della politica, della civiltà della polis, da parte di forze politiche estremiste e feroci che del resto avevano ricevuto il loro convinto avallo elettorale, che hanno preso per buono ogni capro espiatorio indicato loro da un potere politico manifestamente malvagio e incapace, che hanno condonato ogni porcheria e inettitudine alla destra che loro stessi avevano contribuito a mandare al governo, ora improvvisamente si scoprono coinvolti (sconvolti) dalle scelte politiche del nuovo governo e reagiscono con una veemenza che mai hanno espresso prima, osannando le bombe a Equitalia, invocando stragi in parlamento, esecrando i privilegi dei politici, definendo l’esecutivo Monti “una dittatura”.
L’altro giorno una collega schiumando vaticinava terribili misure fiscali a venire contro la seconda casa al mare che lei e suo marito si sono costruiti con tanta fatica e sudore della fronte.

Questa gente ha votato per anni Berlusconi o Bossi, ha accettato o addirittura apprezzato le leggi xenofobe, le persecuzioni razziali. Non le è mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello che la schedatura antropometrica dei Rom voluta da Maroni fosse un allucinante ritorno alle persecuzioni xenofobe fasciste degli anni Trenta. Le stava bene così: o non le interessava o era d’accordo.
Questa gente non vedrebbe l’ora di inculare la collettività come fanno i grandi evasori e non lo fa solo perché non può. Si fa inculare dai datori di lavoro senza sapere come difendersi. Spera in San Gennaro e intanto cerca di arrangiarsi.
Questa gente ha sostanzialmente digerito senza profferire verbo (salvo qualche sporadico inoffensivo borborigmo) i “privilegi della casta” per gli scorsi dieci anni salvo scoprirli (e scoprirli intollerabili) all’improvviso solo adesso.
Questa gente prima o poi immancabilmente pronuncerà la madre di tutti i luoghi comuni: “Sono tutti uguali” eppure continuerà immancabilmente a votare gli stessi sporchi personaggi, perché a quanto pare sono più uguali degli altri alla sua piccola stronzaggine da suddito e servo.
Questa gente è il brodo microbico da cui scaturiscono i fascismi. Serve un fuoco per farlo sobbollire: quel fuoco è la crisi.

A volte, quando scrivo o dico così, menzionando i discorsi semplificatori e inaccettabili che sento fare intorno a me magari in sala mensa nella mezz’ora di pausa pranzo davanti alle patate coi cornetti e agli spaghetti al pesto del giorno prima riscaldati al microonde, vengo tacciato di snobismo, di elitismo, di separatezza dalla vita reale.
Per il solo gesto di registrare le voci provenienti dalla pancia del Paese – quelle poche che posso ascoltare con le mie orecchie, senza pretesa di generalizzarle e farne la voce maggioritaria -, divento una specie di signorino schizzinoso, il classico sinistroide che non ha problemi ad arrivare a fine mese, che non ha idea di quali siano i problemi quotidiani della gente comune, che non va a fare la spesa all’Essecorta di Vergate sul Membro.
Come se non esistesse alternativa e si potesse stare solo con la suburra o solo tra i patrizi. Come se poi davvero esistessero la suburra e i patrizi, anzi solo la suburra e i patrizi.
Soprattutto, come se non esistesse movimento possibile, possibilità di cambiamento.

Ma cos’è meno rispettoso di questi sempiterni “italiani medi”, lamentosi, fascistoidi, ideologicamente strutturati su cliché elementari (e che pure, vissuti da vicino, in quanto esseri umani hanno pregi e difetti e sono un coacervo di bontà e miserie, accecamento e perspicacia)? Affrontare le loro pulsioni oscure, cercando di farsi strada tra le loro granitiche certezze fatte di zingari ladri di bambini, comunisti affamati di tasse e perfide Albioni (o Germanie) come la goccia che scava la pietra, nell’assurda ostinazione a credere che le persone possano cambiare punto di vista e allargare la propria visione, oppure liquidare con giudizi sprezzanti ogni tentativo di circoscrivere la merda in nome della cinica più cinica generalizzazione (“il popolo”, “la gente”) e della non esplicitata certezza che questa plebe non possa che essere/restare plebe?

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7 risposte a Le voci dalla pancia

  1. Sergio the Owl ha detto:

    Mi hai davvero tolto le parole di bocca! Già che ci sono, buon anno.

  2. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Roberto Gerace ha detto:

    Ho letto la versione estesa di questo articolo sul Primo amore.
    Il pezzo è molto bello e dice cose sacrosante, a mio avviso. Sono soprattutto contento che si metta per una volta bene in chiaro che il governo Monti non è un governo tecnico, ma un governo politico di centro-destra. Mi sembra assurdo che a livello giornalistico si continui a parlare comunemente di “governo tecnico”, come se la tecnica non avesse tanti diversi modi politici di essere esercitata.
    Cosa pensi del fatto che molta gente di centro-sinistra si identifichi con questo governo?
    Secondo me da una parte agisce l’estremo bisogno di persone serie che da anni sentivamo in Italia, che è da Monti finalmente soddisfatto; dall’altra (soprattutto) bisogna osservare che l’uso dell’aggettivo “tecnico” in riferimento a un governo liberista implica un’accettazione totale del sistema politico-economico vigente, come se fosse l’unico possibile (- come se economista non fosse stato prima e soprattutto Karl Marx), che in fin dei conti riduce la politica ad amministrazione. E questa accettazione è stata interiorizzata da una grossa (forse grossissima) parte del cosiddetto elettorato di sinistra, proprio nel momento di maggiore debolezza storica del sistema capitalista ultraliberista ed ecocida!
    Se è almeno un po’ come dico io, allora bisogna ripetere con Nanni Moretti: “le parole sono importanti!”
    Scusa la prolissità, ma l’argomento è complesso e l’occasione di parlarne rara. Ancora complimenti per il post!

  4. Sergio Baratto ha detto:

    Ciao Roberto, grazie per la letta e scusa per il ritardo con cui ti rispondo.
    Un governo, che in quanto tale deve legiferare e prendere decisioni che influiscono sulla vita della “polis”, a me pare che sia e resti – appunto – “politico”. Se poi si preferisce chiamarlo “tecnico”, vabbe’.
    Per il resto penso che sia come dici tu. Del resto, in un certo senso, il cambiamento di “stile” dal berlusconismo a Monti è anch’esso un “contenuto” politico, e non – mi pare – una mera questione di forma e apparenza. Quindi posso persino capire (sebben non la condivida) l’istintiva approvazione di tante persone di centro-sinistra per il nuovo governo.
    E, certo, conta molto anche l’avere (il percepire) il sistema vigente come unico orizzonte possibile (o come unico spazio agibile). Si è dentro la stessa gabbia ontologica economicista, che si sia liberisti o (post)marxisti.
    Tuttavia non sottovaluterei, in questa – chiamiamola così – simpatia pro-Monti di molta gente di centrosinistra, il peso delle considerazioni di tipo pragmatico rispetto alla situazione reale, con una crisi globale gravissima che è ben lungi dall’essere “semplicemente” finanziaria, ma che coinvolge in maniera drammatica i fondamenti stessi dei sistemi politici e sociali sorti in Occidente nel secondo dopoguerra.
    Come mi diceva un caro amico, di una generazione più vecchio e di lunga pregressa militanza a sinistra, teniamo per il futuro come obiettivo strategico un altro mondo, assiologicamente alieno dal presente; tuttavia abbiamo i piedi posati in un presente che è ben diverso dalle nostre visioni, e non possiamo prescindere da esso quando muoviamo i nostri passi; e a volte l’emergenza è tale, e talmente peggiore e pericoloso quello che potrebbe derivarne, che si è costretti a difendere un esistente che non ci piace per nulla ma che rappresenta pur sempre la condizione minima preliminare per salvaguardare la possibilità di cambiare.

  5. Roberto Gerace ha detto:

    Penso d’aver capito cosa vuoi dire. Qualche tempo fa ho buttato giù una specie di poesia che diceva una cosa simile. Si chiudeva con: “Bisogna avere la fermezza / nella rivoluzione.” (Se ti interessa la trovi sul mio blog). Mi trovo molto d’accordo col tuo amico, che del resto – passami il pettegolezzo, anche perché non so trattenermi – ho il sospetto che sia la stessa persona che ha scritto i libri che studio in questi mesi per laurearmici sopra. Il problema da porsi a questo punto, secondo me, è in che modo fare presa concretamente sul mondo per assecondarne positivamente il cambiamento. Ma qui il problema comincia a diventare un po’ vastino, e per me al momento inaffrontabile. Grazie mille della lunga risposta, e in bocca al lupo per il blog! Vedrò di farti visita ogni tanto, e giuro che perseguirò la stringatezza :)

  6. Sergio Baratto ha detto:

    Diciamo che il “mio amico” è la somma di diverse persone con cui ho dicusso in questo periodo, e tra loro puoi certamente annoverare il tizio di cui hai letto i libri ;-)

  7. Pingback: «In basso a sinistra c’è il cuore». Lettera a Sergio Baratto | La ricerca della gravità

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