Comin’ back to the sea #1

La bella e amabile illusione dei dì anniversari

Se io fossi un conduttore radiofonico di piccolo culto e tenessi un blog impregnato di esprit de contradiction ovvero di spocchia, scriverei così: che gli anniversari da noi si basan sul sistema decimale, ch’è solo uno dei possibili sistemi di interpretazione della realtà, e dunque hanno un valore simbolico solo per l’appunto all’interno del sistema che li produce. Un po’ come lo zodiaco. se io sono nato il 18 giugno sarò dei gemelli per un americano o un francese o un australiano, ma non per un cinese, che mi considererà come un nato nell’anno del bue.
In una società basata su un sistema binario o ottale di computo, per esempio, un decimo anniversario o un centenario non avrebbero alcun senso.
Perciò, celebrare un anniversario come se fosse un giorno oggettivamente diverso dagli altri – mentre invece lo è solo algebricamente e solo se si è prescelta quella specifica regola algebrica – è in termini oggettivi tanto intelligente quanto adorare un sasso, un prepuzio mummificato o una divinità. Cioè è un atto totalmente insensato.
 
Tuttavia non sono un volterriano in sedicesimo affetto da bisogno patologico di posare da bastian contrario, e penso che non si possa dire niente di sensato se non considerando ogni fenomeno in relazione con il suo contesto. Io stesso come potrei spiegarmi se mi rimuovessi da tutto ciò in cui mi trovo immerso?
Insomma, per fare violenza alla terminologia marxista, direi che per me la sovrastruttura è almeno altrettanto imprescindibile della struttura (anzi confesso che a volte personalmente mi interessa di più, mi sembra addirittura più importante…).
 
Si può vedere in un fenomeno tutto il suo portato d’illusione, persino di fola, eppure non per questo vederne sminuito o annullato il valore?
Leopardi, come in tante altre cose, mi fa da maestro:
«Bella ed amabile illusione è quella per la quale i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell’anno, paiono avere con quello un’attinenza particolare, e che quasi un’ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde è medicato in parte il tristo pensiero dell’annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto. Come trovandoci in luoghi dove sieno accadute cose o per se stesse o verso di noi memorabili, e dicendo, qui avvenne questo, e qui questo, ci reputiamo, per modo di dire, più vicini a quegli avvenimenti, che quando ci troviamo altrove; così quando diciamo, oggi è l’anno, o tanti anni, accadde la tal cosa, ovvero la tale, questa ci pare, per dir così, più presente, o meno passata, che negli altri giorni. E tale immaginazione è sì radicata nell’uomo, che a fatica pare che si possa credere che l’anniversario sia così alieno dalla cosa come ogni altro dì (…). Ed ho notato, interrogando in tal proposito parecchi, che gli uomini sensibili, ed usati alla solitudine, o a conversare internamente, sogliono essere studiosissimi degli anniversari, e vivere, per dir così, di rimembranze di tal genere, sempre riandando, e dicendo fra sé: in un giorno dell’anno come il presente mi accadde questa o questa cosa» (Pensieri, XIII).
 
Ora io non so quantificare la qualità né qualificare la quantità della mia sensibilità, ma posso umilmente confermare che sono usato sia alla solitudine sia a conversare internamente. E che sono, se non studiosissimo, di certo per temperamento molto sensibile agli anniversari; che ne ritengo molti, soprattutto (ma non solo) personali; e che vivo, per così dire, anche di queste rimembranze, poiché davvero si dà il caso che sovente io dica fra me: “Nel tal giorno del tal anno tale mi accadde questo o quello”.

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