Il mestiere reloaded

Visto che, devo dire con mia sorpresa, più persone mi hanno chiesto lumi sul mio post(icino) dell’altro giorno, l’ho riletto (avendolo scritto di getto, senza ragionarci sopra, appena prima di pranzo, mentre la cotoletta veniva pronta). Ebbene, in effetti rileggendolo mi sono accorto che è scritto in modo infelice, perché si presta a fraintendimenti. A partire dal “tono”, che a qualcuno è suonato incazzato mentre invece era molto tranquillo, almeno nelle mie intenzioni, così come ero tranquillo io nello scrivere.

Il post non è scaturito da alcun evento particolare. È nato semplicemente mentre riflettevo sull’iter di tanti giovani scrittori – di cui non discuto il valore – che si ritrovano a partecipare a questa specie di gavetta prestabilita, fatta di partecipazioni a progetti antologici, contributi commissionati a collettanee di piccoli e medi editori, iniziative più o meno sfigate o fighette, raccoltine a tema curate da bertante-vasta-lagioia (tre nomi a caso) ecc. Oppure che vengono cooptati da questo o quel raimo-lagioia-scurati per partecipare come seconde file a incontri destinati a far discutere il web culturale per qualche settimana o qualche mese…

Pensando a questa specie di predestinazione, ho provato una sensazione di soffocamento. Mi sono chiesto: “Ma io mi ci troverei bene, a mio agio, in questa specie di gavetta a tempo indeterminato? Soprattutto, il mio mestiere di scrivere ne uscirebbe rafforzato o depotenziato?”. E mi sono riposto senza esitazione che no, mi ci troverei con grande angoscia e temo che la mia scrittura non avrebbe più tempo di crescere in potenza, in quella girandola di diversioni.

Tutto questo mucchietto di riflessioni grezze, ripeto, non ha a niente a che vedere con il valore di un racconto che dovesse comparire in questa o in quella antologia, o con la validità o addirittura con la dignità dei giovani scrittori di cui sopra. È solo l’espressione del mio senso di estraneità rispetto a un iter che sono certo vivrei con molta fatica. E soprattutto con la paura di rimanere risucchiato in un sistema che – anziché servire da trampolino di lancio – rischia di fagocitare uno scrittore e di condannarlo a vegetare, per tutto il tempo in cui dura la sua esistenza letteraria, in una specie di mediocre e fatuo limbo: rubrichetta su un quotidiano o su un settimanale, collaborazione con qualche collana cool di qualche editore di nicchia e d’assalto, un raccontino per AgenziaX, un posticino nella redazione di Nuovi Argomenti, un romanzetto salutato come un capolavoro da un gruppo facebook appositamente creato dai quattro amici al bar e recensito entusiasticamente su Carmilla o su N.I o su alfabeta2.it da un giuggenna, un delorenzis – ma solo se è noir e wuming-style – un danielegiglioli o stroncato da una gildapolicastro prima di sprofondare comunque nell’oblio… e magari un po’ di autopromozione egotica sui social network tramite la pubblicizzazione periodica dei libri – rigorosamente in english – ordinati su Amazon e delle ricette culinarie personalmente inventate nei pomeriggi d’ozio operoso…

Insomma, il meccanismo non solo mi provoca ansia per i miei limiti soggettivi (sono timido, mi blocco se mi succede di dover parlare in pubblico, sono ignorante e ho sempre paura di non riuscire a capire le domande, non riesco assolutamente a scrivere su commissione, non sono brillante…), ma mi pare oggettivamente strutturato per sottrarre le forze vitali allo scrittore, per vampirizzarlo anziché aiutarlo a potenziare la sua essenza – che è lo scrivere.

Tutto ciò, in parte, può anche derivare dal fatto che mi trovo in un periodo molto delicato. Dopo aver percepito molto intensamente che il mio apprendistato letterario era giunto il termine e che era venuto il momento di mettermi alla prova, sono stato travolto da una serie crescente di incombenze, da cui la mancanza quasi totale di tempo libero per scrivere che mi tormenta da qualche mese e che mi fa vivere ogni “deviazione” dal lavoro di scrittura con fatica intollerabile e indicibile angoscia.

Tuttavia anche questa lunga parafrasi, più dettagliata rispetto al post da cui è nata (dove oltretutto accosto queste considerazioni a un accenno polemico ai critici dei giornali – sbagliando, perché così facendo s’ingenera un cortocircuito tra due campi di riflessione che invece hanno poco da spartire), è ancora ampiamente fallace, perché mi rendo conto che, tra l’altro, potrebbe anche sembrare, come nella favola della volpe e dell’uva, la reazione livorosa e il malcelato rosicamento di un aspirante scrittore escluso dallo scintillante beau monde dei suoi sogni. Il che non è: ma dall’esterno, se cerco di estraniarmi nei panni di uno che mi legge, mi pare di poter dire che sarebbe un’interpretazione legittima.

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2 risposte a Il mestiere reloaded

  1. Cordless ha detto:

    Se scrivi di essere ignorante allora qualcuno ti prende in giro davvero. Sul resto hai ragione. Tutta questa spettacolarizzazione dello scrivere con infinite presentazioni a tema e musicali e recitate nonché giocare al valletto di contorno, riempitivo di uno spazio vacante temporaneo, è davvero insopportabile. Però scrivere lo si può fare comunque sottraendosi da tutto il resto. Scrivere e basta senza aspettative. L'unico problema che resta credo sia il tempo che non si ha più. Si fa presto a dire ritagliati uno spazio quando sei stremato e l'unica aspirazione è sprofondare nel sonno. Prima bisogna liberare il tempo poi ragionare sul da farsi credo.

  2. razgul ha detto:

    Ma è vero, io sono ignorante e in più ho grosse lacune che cerco inutilmente di riempire con conoscenze raccogliticce ed enciclopediche; inotre sono un dilettante in quasi tutto. Detto così può sembrare falsa modestia, invece ho deciso di aprire una nuova stagione del blog, all'insegna del "viva la sincerità" (-:

    A parte le sciocchezze, dio sa quant'è vero quello che scrivi sulla difficoltà pratica di ritagliarsi degli spazi a fronte della sicumera teorica di chi ti esorta a farlo come se fosse la cosa più semplice e ovvia.

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