Storia di Enrico

Lo zio EnricoHo già pubblicato nel 2004, qui e su Nazione Indiana, questo breve scritto su una “piccola storia partigiana”. Lo ripropongo con qualche modifica – la mia scrittura di qualche anno fa oggi mi dà ai nervi – perché, anche se esistono gli archivi, sui blog le cose del passato rischiano lo stesso di scivolare nel limbo; perché per me è una storia importante, che riguarda le mie radici, la mia mia famiglia e la mia identità; perché oggi è il 25 aprile.

Così, nel Partigiano Johnny, Beppe Fenoglio descrive l’arrivo sui colli sopra Alba di un gruppo di trecento alpini disertori:
«Non avevano ufficiali, ed erano condotti da sergenti, come loro fratelli maggiori. I sergenti fecero formare quadrato e ordinarono il presentatarm. Poi vi fu la fusione e l’abbraccio. Johnny con Pierre si tuffò nel vortice, e vennero salutati, paccati, baciati e smorfiati tutto in reciprocation; commisurarono, in quel gorgo, le loro armi e divise, i disertori offrendo tutto di sé per aver di che cambiare in loco ed all’istante le loro vergognose assise fasciste, offrendo addirittura per spogliarsi anche parzialmente di quell’onta le loro stupende semiautomatiche tedesche per le toy-weapons della maggioranza partigiana. Parlavano e gridavano in schietto veneto, la dolcezza dell’inflessione violentata dall’altitudine del grido, ed un urlo di indignazione e vergogna scoppiò quando seppero che alpini veneti come loro presidiavano per i fascisti la città di Alba. Pregarono d’esser mandati istantaneamente addosso a quelli e di ucciderli, ucciderli tutti. – Tedeschi porci e repubblica anche più porca! – urlava un biondo di loro, incredibilmente giovane e massiccio, aerando la sua divisa come per sgombrarne il lezzo segoso e ferale delle baracche tedesche. – Semo fradeli, ostia! Come potevamo venirvi contro, fradeli! – Avevano uno strano stile d’insulto, non pareva insultassero, ma solo recriminassero e recriminando uccidessero. L’inflessione non gli consentiva il supremo insulto; pieni e maturi e perfetti erano, come voce, nell’esprimere amore».

Tra quei trecento alpini veneti c’era il mio prozio Enrico. Veniva dalle campagne di Treviso: il mio ramo materno è uscito da lì, da quelle famiglie contadine assurde, di tredici o quattordici figli. Era finito negli alpini, gli alpini erano finiti nella guerra.
Nel 1943 lo zio Enrico aveva 25 anni. Dopo l’8 settembre si trovò a dover scegliere. Poteva darsi alla macchia, tornare di soppiatto a casa e nascondersi in quella terra di nessuno in cui era cresciuto, tra il Livenza e il Piave, aspettare tranquillo che altri facessero il lavoro sporco, scommettere sul vincente, accodarsi. Poteva andare a ingrossare le fila dei repubblichini, magari approfittarne per darsi alla macelleria sulle Apuane.
Decise altrimenti. Disertò e si unì alle Brigate autonome del colonnello Martini Mauri – il comandante Lampus del romanzo di Fenoglio. Partigiani badogliani. Probabilmente partecipò alla presa di Alba. Sicuramente si trovava su quelle colline, nel piovosissimo ottobre del 1944.
Lo zio Enrico, mi hanno detto, era un tipo allegro, gioviale, uno di quei «bellissimi ragazzi, sani e diretti, settentrionali ma accesi», per dirla ancora con Fenoglio. Un contadino veneto, uno semplice, non istruito, senza retroterra ideologico. I campi, la grappa, la polenta. Eppure seppe scegliersi la parte, dietro la Linea Gotica.

Io non l’ho mai conosciuto, lo zio Enrico. È morto due anni dopo la Liberazione, in maniera banale e assurda, per una specie di beffa atroce del destino.
Si era trasferito con suo padre e sua sorella – mia nonna – ad Abbiategrasso in provincia di Milano, aveva trovato casa, un posto in fabbrica. Un giorno un suo collega è arrivato sul lavoro con una rivoltella. Chissà, forse voleva farsi bello con i propri compagni, forse voleva solo prezzarla. Capire se era ancora buona. In questi casi cosa fai? Vai da uno che di armi ne ha usate, ne ha dovute usare, che se ne intende. Ad Abbiategrasso non è che si fosse sparato più di tanto, gli uomini s’intendevano probabilmente di più di donne e biciclette. O forse quel tale si è solo messo a giocarci come un coglione. Di sicuro non ha pensato che un proiettile potesse essere rimasto in canna. Invece il proiettile c’era, e ha fatto inaspettatamente il suo dovere di proiettile. È partito, ha centrato lo zio Enrico dritto in pancia.
Ucciso da un colpo di arma da fuoco in tempo di pace, dopo essere sopravvissuto a due guerre mondiali e alla lotta contro i nazifascisti. Dopo aver schivato chissà quante pallottole.
Mia mamma dice che era un bel ragazzo. Dice che era il fratello prediletto di mia nonna.
Sulla pagina di cronaca del giornale locale che mia nonna ha conservato in una scatola fino alla sua morte e che ora conservo io in un’altra scatola, si legge che «per 14 mesi aveva valorosamente combattuto nell’Astigiano e nelle Langhe» e si parla di funerali solenni e molto partecipati, a dimostrazione dell’affetto e della stima che circondavano «il diligente lavoratore ed eroico combattente».
Sulla foto, lo zio ha i baffetti alla Errol Flynn e le stesse irresistibili orecchie a sventola del mio bisnonno.

Questa è solo una piccola storia partigiana, non di quelle particolarmente mirabolanti o degne di chissà quale onorificenza ufficiale. Però secondo me dice molte cose, dice già quasi tutto. Avevo voglia di raccontarla perché – in questi tempi fangosi, fascistoidi, e in un clima di generale e feroce revisionismo – si finisce per dimenticare i piccoli, sconosciuti eroi di quasi settant’anni fa, grazie ai quali oggi possiamo non vergognarci totalmente della nostra storia, del nostro Paese.

[Nella foto: Enrico Col (1918-1947), contadino, operaio, soldato, partigiano.]

Lo zio Enrico

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4 risposte a Storia di Enrico

  1. anonimo ha detto:

    Che bello leggere questa storia, Sergio, e tanto più ora che sono in partenza direzione Treviso, Vittorio Veneto, festa dell'ANPI. Buon 25 aprile!

    elos

  2. anonimo ha detto:

    Bella. Storie come quella di tuo zio mi fanno sentire un po' più attaccato a questo Paese. Un attimo dopo mi domando che cosa si sia perso, da allora…
    Federico

  3. razgul ha detto:

    Una domanda destinata a suscitare amare riflessioni.

  4. Pingback: Trenta | Bruciare nel buio

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