I Torbidi

(Appunti sparsi, monchi e sbigottiti)

Su proteste e rabbia, qui si possono leggere due brevi riflessioni estrapolate da un mio lungo intervento uscito l'anno scorso sul n. 5 della rivista del Primo amore.

Altri due nterventi molto condivisibili: qui e qui.

Quando ti hanno chiuso in un angolo cieco, con le spalle al muro, non puoi fare altro che cercare di buttarti in avanti a testa bassa.

Quando sono dieci anni che ti sputano in faccia – i potenti, i politici, i preti, i padroni e le pecore che gli fanno da servi -, quando, non paghi di averti devastato il presente e sottratto il futuro, ti deridono e ti sgridano, pretendendo che tu te ne stia buono nel tuo buco di merda senza protestare, pretendendo anzi che tu sia loro grato perché ti tirano la loro merda da mangiare, quando non c'è nessuno che raccolga la tua disperazione e la tua rabbia, allora può succedere che la voglia di spaccare tutto prenda il sopravvento su ogni considerazione sulle tattiche migliori o le strategie più intelligenti. Quella violenza cui allora ti abbandoni può benissimo non essere intelligente, rivelarsi controproducente, e certamente non è né brutta né bella, o giusta o sbagliata: è naturale.

Lo spettacolo indecente, immorale, della fossa biologica che è il parlamentarismo.
La constatazione terribile, ogni giorno, della massa di indifferenza e incattivimento che grava sull'anima collettiva. La plebe, nel senso dato alla parola da Hannah Arendt (***).

Eppure, nonostante la sua evidente autoeferenzialità, la fossa biologica che è il nostro parlamento non mi sembra – come dicono alcuni – avulsa dalla vita reale del Paese. Mi sembra al contrario perfettamente rappresentativa della sentina morale che è diventato il Paese.

Maggioranze e minoranze, essere nel popolo o fuori dal popolo… quanta retorica fasulla – per il potere fa parte del popolo solo chi non rompe i coglioni, chi gli dà carta bianca, la massa ovina degli obbedienti, conformisti e consenzienti. Il popolo, per il potere, è esclusivamente questo insieme, di cui sono disposto ad ammettere che costituisca la maggioranza, percentuale o elettorale che sia.
Questa operazione di rimozione strumentale di una parte della cittadinanza è necessaria al potere per legittimarsi, e per legittimare la repressione: "per il bene e la sicurezza del popolo, noi schiacciamo e perseguitiamo i corpi estranei che parassitano il popolo".
Di volta in volta, i corpi estranei all'interno del presunto corpo sociale sano sono gli zingari, gli islamici, i cittadini di origine straniera e non di pelle bianca, di provenienza non "occidentale", i "comunisti", i "giovani dei centri sociali" e così via.

Ma gli studenti che s'infuriano sono forse un corpo estraneo alla cittadinanza? Lo erano forse i cosiddetti no-global, cioè i quasi trecentomila dissenzienti che conversero su Genova nel 2001?

Per quanto ce la si racconti, vittorie di pirro o vittorie aritmetiche e via dicendo, un dato mi sembra chiaro e incontrovertibile: b. e il potere da lui rappresentato, dichiarati morti per l'ennesima volta, per l'ennesima volta hanno schiacciato i propri avversari.

Tutto può ancora accadere, certo: anche che i Torbidi di questo periodo terminino con un punto di svolta nella repressione e nella restaurazione. E che ci aspetti un altro decennio di regime, con un altro governo b., leggi razziali sempre più feroci, censure, conformismo di massa, repressione violenta del dissenso e stupro della Costituzione. Che alla fine di tutto questo gorgo ci aspetti la trasformazione dell'Italia in monarchia non ufficializzata, travestita da repubblica federale presidenziale. Che b. riesca a diventare presidente di questa repubblica stuprata.
Questa prospettiva, com'è ovvio, è disperante.

Alle situazioni disperate non resta che opporre una strenua ancorché disperata resistenza.

Se si renderà necessario, nel caso estremo, bisognerà trarre le dovute conseguenze.
I patrioti partigiani del Risorgimento e della Resistenza ci hanno insegnato che i tiranni e gli usurpatori, gli stupratori del presente e del futuro, le canaglie al potere non tolgono mai spontaneamente il disturbo: si finisce sempre per doverli cacciare a rischio della propria vita e in modi terribili.

Modi per non farsi annientare dalla rassegnazione:
organizzarsi dal basso.
Creare reti minime di dissidenza.
Partecipare.
Condividere il rischio.
Contrapporre la profondità alla superficialità, la complessità alla semplificazione.
Rifuggire dai tic mentali, logici, ideologici, verbali.
Leggere.

Questo che segue è un elenco dei libri che nella mia vita mi hanno salvato nei momenti in cui la disperazione minacciava di diventare paralizzante: il mio consiglio è di leggerli, nell'ordine che si vuole, senza dirsi "chissà che mattoni" e senza paura di non farcela:

Leopardi: tutto.
Victor Hugo, I miserabili
Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario
Erodoto, Le storie
Senofonte, Anabasi
Tacito, Storie e Annali
Ts'ao Hsueh-ch'in, Il sogno della camera rossa
Murasaki Shikibu, Storia di Genji il principe splendente + La signora della barca/Il ponte dei sogni



(***) H. Arendt, Le origini del totalitarismo: «Se è un errore comune del nostro tempo immaginare che la propaganda possa ottener tutto e convincere la gente di qualunque cosa, purché si presentino gli argomenti con sufficiente abilità e si gridi abbastanza forte, l'errore di quel periodo era pensare che, "voce di popolo, voce di Dio", il compito di capo fosse (…) quello di seguire supinamente quella voce. Entrambe le opinioni derivano dallo stesso errore fondamentale, quello di identificare la plebe col popolo invece di considerarla come una sua caricatura.
La plebe è composta da tutti i declassati. In essa è rappresentata ogni classe della società. Perciò è così facile confonderla col popolo, che pure comprende tutti gli strati. Mentre nelle grandi rivoluzioni il popolo lotta per la guida della nazione, la plebe reclama in ogni occasione l'"uomo forte", il "grande capo". (…) I plebisciti, con cui i dittatori moderni hanno ottenuto così eccellenti risultati, sono quindi un vecchio espediente degli uomini politici che capeggiano la plebe. (…)
L'alta società e i politicanti della Terza repubblica avevano alimentato con una serie di scandali e di frodi la plebe francese a cui, in un'epoca che non conosceva ancora la disoccupazione come fenomeno di massa, erano affluiti i ceti medi travolti dalla rovina economica. Essi provavano, per questo prodotto del loro malgoverno, un sentimento di paterna condiscendenza, misto ad ammirazione, coscienza sporca e paura. Il meno che la società potesse fare per la plebe era proteggerla verbalmente. E mentre la plebe aggrediva gli ebrei per la strada, e prendeva d'assalto i loro negozi, il linguaggio dell'alta società faceva apparire la violenza fisica un innocente gioco da ragazzi.»

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Una risposta a I Torbidi

  1. faronascosto ha detto:

    L'ultimo non lo conosco, ma cercherò di rimediare. 
    Bravo, il tuo post sarebbe da stampare in milioni di copie…

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