On Writing, Politics & Other Addictions

Leggere le notizie è deprimente, come sempre. La politica mi disgusta e mi spaventa, la cronaca mi angoscia, soprattutto le piccole tragedie con morti assurde di bambini, è strano ma è così, una volta nemmeno le leggevo, adesso a quanto pare da quando sono padre ho sviluppato una specie di ipersensibilità. So peraltro che così dicendo mi esporrò alle dure critiche del mio amico Gmurk, che mi rimprovererà elencandomi tutti i casi di cui è ideologicamente corretto interessarsi a livello emotivo, catastrofi naturali o indotte in pesi del terzo mondo, suicidi in carcere, aids infantile in Africa per colpa del papa che odia i goldoni, operai che muoiono sui posti di lavoro e basta, perché “si sa che la cronaca nera è uno dei modi con cui il Potere distrae e dirotta l’energia psichica della gente”.
 
*
 
La politica – una volta ne scrivevo di continuo, qui o sul Primo amore, tra l’altro non in termini particolarmente originali, più forse per il bisogno di dare sfogo all’angoscia, al disgusto e alla rabbia. Di certo non ho mai avuto velleità pasoliniane (ovviamente non ne ho la statura), né ho mai aspirato a fare il Travaglio (non saprei farlo e nemmeno mi interesserebbe).
Adesso, mi ha fatto il culo Gmurk (l’unico tra gli amici di un tempo che ancora si ostina a frequentarmi, anche se soprattutto per censurare la mia “tendenza patologica al deviazionismo”), non ne parlo più e mi sono rifugiato in una sorta di apatia – “che poi è proprio quello  che vuole il Potere: o l’obbedienza convinta o l’indifferenza docile o la sottomissione rassegnata”.
Forse è vero. Il fatto è che mi sembra di aver detto tutto quello che potevo dire. Ogni altra parola sarebbe una ripetizione di qualcosa che mi sono già sforzato di dire con le parole migliori e più chiare. Avrebbe senso aggiungere chiose?
 
*
 
Sono confuso e pessimista: i tempi sono quelli che sono, evidentemente non riesco a sollevarmi al di sopra del loro livello. Perciò mi domando anche, per esempio, che senso abbia scrivere articoli acuti e speculativamente chirurgici su – che so? – il tardo impero berlusconiano e la sempiterna crisi del centrosinistra (in Italia: fossimo in Islanda, il PD siederebbe alla destra dei conservatori) o l’imperscrutabilità dei meccanismi evolutivi dell’immaginario collettivo italico, sapendo che li leggerebbero quasi certamente solo i già convinti, i (per usare la categoria berlusconiano-leghista) “comunisti” – ammesso che qualcuno li legga?
 
E per chi, poi, ho scritto in passato certe cose? Per una manciata di lettori già tendenzialmente d’accordo con me? Perché Giuliomozzi avesse agio di smontare retoricamente un paio di passaggi magari più deboli del mio discorso e qualche suo commentatore ex antiquario monzese mi consigliasse di appendere la tastiera al chiodo e darmi all’ippica?
 
E poi, chi sono io per pretendere che mi si dia attenzione? Quale autorità, quale attestato di autorevolezza posso esibire?
 
*
 
Tuttavia proverò a rispondermi.
 
Non scrivo per convincere. Scrivo innanzitutto per me, come ho detto, per dare voce al grumo di passioni che mi agitano. Quindi scrivere è un’urgenza, e come tale ha senso in sé, che siano zero o mille poi i lettori non importa.
 
Inoltre, se anche scrivessi solo per i già convertiti, non perché io pre-scelga in anticipo i miei destinatari, ma perché le persone di un certo tipo difficilmente entrano in contatto con i media su cui scrivo, lo stesso il mio scrivere avrebbe – almeno in potenza – un senso: infatti le menti e le coscienze hanno bisogno di tenersi allenate, di alimentarsi con regolarità, i neuroni dell’indignazione e della consapevolezza hanno bisogno di movimento, di attività dinamica. Che poi le mie parole sappiano esercitare questa propulsione, dipende solo da me e dal mio talento: poco, tanto o nullo che sia – ma questo è un altro discorso.
 
Quanto agli attestati di autorevolezza, io non posso esibirne alcuno. Non sono uno scrittore pubblicato o un giornalista di professione, cioè non sono “autorizzato”.
Questa è una debolezza, probabilmente, ma nel corso degli anni ho imparato a non darle peso. Penso che esita un’altra specie di autorevolezza che nasce dall’interno, da dentro, dalle proprie idee e parole. Ancora una volta, tutto dipende da me, dalla mia capacità o incapacità di verità.
 
In Unione Sovietica prima della perestrojka, ufficialmente i gruppi rock erano solo e soltanto quelli regolarmente iscritti in un apposito registro ministeriale. Se lo Stato non ti autorizzava in quanto musicista rock, se il tuo nome non figurava nell’elenco, per lo Stato e per i buoni cittadini non eri un musicista rock.
Ma se nei concerti sotterranei e clandestini che si tenevano di continuo nelle case dei cattivi cittadini riuscivi a far ridere di rabbia, piangere d’odio e urlare per irresistibile desiderio di sfrenata estasi e vita lucente, allora col cazzo che non eri una rockstar, lo eri eccome, certo non per i registri ministeriali, di cui del resto non ti sarebbe potuto fregare di meno, sicuramente per il tuo pubblico, che per piccolo che fosse era l’unico capace e autorizzato – per sanzione divina (avrebbe detto un Brodskij più freak in un’altra dimensione) – a investirti di quella autorità non da timbri dipendente.
 
*
 
Un paio d’anni fa ho scritto una cosa un po’ più lunga, in cui ho cercato di esprimere più o meno tutto ciò che pensavo della politica. Quel pezzo, che ho intitolato Finché vivi, finché ti è possibile, diventa buono, è uscito su uno dei numeri scorsi della rivista del Primo amore, ed è una delle cose a cui tengo di più proprio perché è il mio tentativo più riuscito (o meno fallito) di dire le cose che penso nella maniera migliore e più chiara. Ora, non so se nella storia non dico dell’universo, ma dell’Italia merdosa di questi ultimi anni, quelle mie parole siano servite a smuovere le idee di una o due persone (se così fosse, ne sarei felice – ma lo sarei se anche, com’è probabile, fosse semplicemente piaciuto a chi lo ha letto). Ma, quale che sia o sia stato il loro destino nel microcosmo di questi anni, l’urgenza e la necessità che mi hanno spinto a scriverle bastano per quanto mi riguarda a conferire loro diritto di cittadinanza e legittimità.

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2 risposte a On Writing, Politics & Other Addictions

  1. anonimo ha detto:

    Perché ti chiedi che senso abbia scrivere? Di pezzi come quello pubblicato sul «Che fare?» c'è bisogno eccome. Come c'è bisogno della tua chiarezza, della tua rabbia, della tua intensità. Se dovesse servire il mio parere allora Sì: hai diritto eccome di scrivere (di politica, di mondo, di ingiustizia e di speranza).Qui e sul Primo Amore. 

    Un abbraccio

    Teo

  2. Cordless ha detto:

    Ricordo perfettamente quel bel pezzo che citi :-) Torna a scrivere ancora. E' assolutamente vero che la mente come le idee vanno tenute sveglie, nutrite costantemente perché altrimenti avvizziscono prematuramente. Inoltre gli scantinati, i luoghi più angusti hanno da sempre partorito i migliori cantanti rock, gli scrittori più incisivi, anche se, o forse proprio perché sconosciuti alla massa e quindi liberi dalle pressioni, mode esterne…

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